Speciale Quello che i social non dicono - The Cleaners

Gli operatori ecologici nell'epoca digitale.

Speciale Quello che i social non dicono - The Cleaners
Tiscali GameSurf

"Il contenuto è stato rimosso perchè non in linea con le policy della piattaforma"

Avete presente quando trovate questa frase su un post Facebook, o su un video di Youtube? Secondo voi chi, fisicamente, decide se un contenuto è degno di essere visualizzato o deve essere inesorabilmente cancellato perché troppo violento, o sessualmente esplicito e quindi inadatto al pubblico? Chi si occupa di tenere le varie piattaforme social sicure e adatte a tutti? Certo, esistono dei sistemi automatici che possono tagliare via la maggior parte dei contenuti più problematici, ma alla fine della filiera, o alla base della piramide (che rende meglio l’idea) ci sono loro, i “cancellatori”. I Clenears.

Un popolo di giovanissimi, perlopiù, spesso stipati in piccoli uffici in paesi come le Filippine o in altre nazioni dove notoriamente la manodopera è pagata ben al di sotto della norma e sono spesso l’unica e ultima barriera tra il pubblico e contenuti ritenuti troppo scioccanti. Quelli che nessuno dovrebbe vedere. Nemmeno loro.

"Quello che i social non dicono" è un viaggio nelle vite e nelle giornate (o nottate) lavorative di questi giovanissimi “moderatori di contenuti”, le cui esistenze sono state spesso sconvolte da un lavoro a cui non sono stati debitamente preparati. Ma del resto, in pochi possono essere davvero preparati alla visione di tutte le nefandezze che il genere umano è capace di creare per il proprio tornaconto.

Pornografia infantile, decapitazioni, violenza, torture e via dicendo, sono solo parte dei contenuti che il Cleaners sono costretti a visualizzare, giudicare e censurare ogni giorno, con target a sessione di 20 mila immagini o video. Ventimila potenziali shock che devono essere valutati anche in base al proprio background culturale e morale a cui, inevitabilmente, ognuno fa riferimento. E non basta, sicuramente, il breve e inefficace corso propedeutico che gli operatori seguono prima di essere buttati in prima linea. Un corso che, più che altro, in modo del tutto teorico cerca di prepararli a ciò che vedranno online o che li mette al corrente di una certa terminologia legata al sesso. Un esempio su tutti: la famosa immagine diventata tristemente il simbolo della guerra in Vietnam con la piccola bambina che corre nuda in mezzo ai soldati americani, non avrebbe mai trovato posto, oggi, perché le guidelines dei Cleaners avrebbero sicuramente censurato un’immagine con una minore svestita.

Un lavoro spesso insopportabile da gestire ma, e questo viene mostrato molto bene dal documentario, questi giovanissimi operatori rappresentano l’unica fonte di reddito per famiglie che vivono in baraccopoli all’ombra della società più moderna e industrializzata. E proprio per questo si ritrovano incastrati in un sistema che li obbliga per contratto a guardare fino in fondo i video che devono giudicare. Quindi il video di una decapitazione non può essere bloccato dopo il primo taglio e lo stesso vale per le scene di violenza o di suicidio. Quello che i social non dicono è un documentario a volte difficile da guardare per la natura delle immagini e questo aumenta sicuramente l’empatia verso la figura dei Cleaners che, al contrario, non possono sottrarsi al loro dovere.

Ma ovviamente non tutto può essere filtrato o censurato in tempi utili e capita spesso che qualcosa passi tra queste maglie. E in questo senso esistono altre figure che operano per cercare di trarre il maggior numero di informazioni utili prima che i video vengano eliminati dalla rete, salvando immagini e video non appena resi disponibili. Un’opera difficile ma essenziale, perché sono fondamentali per diffondere informazioni importanti che altrimenti non troverebbero sfogo sulla rete. Solo così, a volte, si possono recuperare dati essenziali su attacchi terroristici e bombardamenti.

C’è ovviamente il rovescio della medaglia, perché la censura preventiva può essere utilizzata per bloccare anche flussi d’informazioni scomodi per un determinato regime politico e il documentario indugia proprio nell’evidenziare come le opere di censura possono essere “chirurgiche” nell’eliminare notizie e contenuti scomodi in determinate aree geografiche, così come accaduto anche nel corso del Russia-gate, o nell’evoluzione della repressione del governo Turco nei confronti del popolo, impedendo a una larga fetta d’utenza di poter accedere a informazioni ritenute scomode dal regime. Del resto, Facebook è, di fatto, la nazione più popolosa del pianeta, e quando questo agisce da censore, una larghissima fetta d’utenza potrebbe non poter accedere a preziose informazioni.

Dove si può spingere, quindi, la censura online? Perché censurare immagini e video, ma non gli incitamenti all’odio, soprattutto quando questi sono abilmente travestiti da “libertà d’espressione”? Sono tutti quesiti che Quello che i social non dicono, presenta in modo chiaro e non filtrato, lasciando allo spettatore il compito di abbozzare un quadro generale che ha sicuramente più domande che domande che risposte. Quello che però delinea il documentario è che senza filtri, alcuni ambienti della Grande Rete possono diventare delle pericolose “echo chambers”, in grado di plasmare a distanza le menti più suscettibili, e i primi segnali di questo stato delle cose iniziano a invadere la vita “reale”, tra movimenti no vax e terrappiattisti che monopolizzano, tra il serio e il divertito, l’opinione pubblica, ma tanto basta per “orientare” fette di pubblico pericolosamente sempre più grandi.

Quello che i social non dicono è un interessante viaggio all’interno di una nuova schiavitù digitale, fatta di personaggi ai margini della grande rete, costretti a lavori umili, poco pagati e in grado di sconvolgere le loro vite. Un’opera senza filtri che è lo specchio di una società capace di riversare sui social il peggio dell’animo umano e che mostra i pericolosi segnali di come questi possano, alla luce del sole, rappresentare pericolose “echo chambers” capaci di orientare e influenzare le vite di tutti noi.