Il cinema celebra i 25 anni del capolavoro di Spielberg

Celebriamo i 25 anni di uno dei film che hanno segnato la storia del cinema

Il cinema celebra i 25 anni del capolavoro di Spielberg
di Luigi Bruzzone

Nel 1992, poco dopo aver preso la decisione di realizzare un film sull’Olocausto, Steven Spielberg si recò nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, per girare alcune sequenze di prova con la sua videocamera portatile. Ben presto, però, si accorse che la camcorder non si accendeva o rimaneva accesa solo per pochi secondi. Pensando si trattasse di un problema di batteria, fece ritorno in albergo, dove scoprì che non c’erano problemi di carica né altri tipi di malfunzionamento: la videocamera funzionava perfettamente. Spielberg non tornò ad Auschwitz, ma prese questo fatto come un piccolo segno della direzione che avrebbe dovuto dare a quello che di lì a poco sarebbe diventato il progetto cinematografico della sua vita: Schindler’s list. Avrebbe, infatti, girato il film nei luoghi originali della vicenda, ma non dentro il campo di concentramento, come forma di rispetto nei confronti delle vittime dello sterminio.

Un aneddoto. Fra centinaia, migliaia – impossibile raccontarli tutti - che circondano la genesi del capolavoro di Spielberg, uscito nelle sale italiane nel marzo 1994, e che quest’anno festeggia il 25° anniversario con una nuova uscita al cinema dal 24 al 27 gennaio.

Ma facciamo un passo indietro, e andiamo al 1982: E.T. sta polverizzando ogni precedente record al botteghino e Steven Spielberg – ad appena 35 anni - è ufficialmente acclamato come il nuovo re Mida di Hollywood. Contemporaneamente Sid Sheinberg, allora presidente della Universal Pictures, si imbatte nella recensione del romanzo Schindler’s ark (in italiano La Lista) dell’australiano Thomas Keneally, basato sulle memorie del reduce da Auschwitz Poldek Pfefferberg: il libro racconta l’incredibile impresa dell’industriale tedesco Oskar Schindler che, fra il 1939 e il 1945, salvò oltre 1000 ebrei di Cracovia dalla deportazione impiegandoli come manodopera nelle sue fabbriche e nascondendoli dai gerarchi nazisti.

Sheinberg, figlio di immigrati europei, è ebreo. Come Spielberg. Il quale ha un contratto con la Universal. I due condividono l’origine ucraina e il bisogno estremo di preservare e raccontare le storie dei propri ascendenti: quelle di chi è fuggito dall’orrore nazista, ma anche quelle di chi non ce l’ha fatta. Sheinberg suggerisce al giovane cineasta di Cincinnati di trarre un film dal libro di Keneally, del resto la storia sembra proprio quella di un dramma hollywoodiano. Ma siamo negli anni ’80, il pubblico al cinema vuole altro: i nazisti al cinema possono essere quelli di Indiana Jones, cattivi da fumetto caricaturali e tutto sommato inoffensivi, non persone in carne e ossa. Insieme concordano che non è il momento. Ma c’è di più: Spielberg non si sente pronto. Nonostante abbia carta bianca e un talento non comune, sente di non avere la libertà e la maturità necessarie per avvicinarsi a un progetto simile. Non ora, un giorno, forse. Sheinberg capisce e intanto blinda i diritti del libro.

Passano 3 anni e un altro episodio di Indiana Jones:

Spielberg a quel punto decide che è ora di mettersi in gioco come autore, ma non è ancora il momento di Schindler; lo fa, prima, con Il Colore Viola (pellicola con cast all-black e perlopiù femminile, un salto quantico rispetto ai precedenti blockbuster estivi) e poi con L’Impero del sole – romanzo di formazione ‘adulto’ ambientato durante la seconda guerra mondiale, progetto ereditato nientemeno che da David Lean.

I risultati sono altalenanti: la critica apprezza la svolta matura ma, prima l’Academy (11 nomination per The color purple, ma nemmeno un Oscar: era accaduto solo una volta nel 1977 con Due vite, una svolta), e poi il pubblico (L’impero del sole a malapena recupera il budget) snobbano il tentativo di Spielberg di porsi come narratore completo. Il regista de Lo Squalo, a quel punto, arriva a offrire la regia de La lista di Schindler a Billy Wilder, ma anche a Martin Scorsese e Roman Polanski; quest’ultimo declinerà per gli stessi motivi di Spielberg: troppo doloroso e personale, come progetto. Polanski poi riuscirà a girare il ‘suo’ film solo nel 2002 con Il Pianista.

Torniamo al 1992: Sheinberg va nuovamente alla carica, ma stavolta sul piatto mette una ricca contropartita. La Universal si è infatti appena accaparrata da Michael Crichton i diritti di Jurassic Park e lo offre a Spielberg: quest’ultimo girerà la fantascientifica avventura nel parco di dinosauri e in cambio avrà dallo Studio 20 milioni ‘a fondo perduto’ per il suo film sull’Olocausto. A fondo perduto – frase tabù a Hollywood - perché in fondo nessuno, nemmeno Spielberg, che rinuncia anche al suo salario di regista - si aspetta di recuperarli, ancora meno dopo le condizioni che il papà di E.T. pone a sua volta: nessun diktat sulla durata del film e fotografia rigorosamente in bianco e nero (“perché la mia memoria dell’Olocausto è solo in bianco e nero, non ne ho altre”). Qualche executive della Universal proverà, timidamente, a suggerire una release a colori almeno per l’home-video, ottenendo solo una alzata di spalle come risposta.

Sheinberg accetta tutto purché Spielberg giri prima Jurassic Park: sa perfettamente – lui sì – che nessuna traversia sul set di Isla Nublar, nemmeno l’uragano che mesi dopo effettivamente arriverà e spazzerà via metà delle location hawaiiane, sarà paragonabile alla sfida emotiva di girare in Polonia la storia di Oskar Schindler e dei suoi operai. Non è un caso se, dopo Schindler’s list, Spielberg resterà fermo quasi 4 anni prima di tornare alla regia con Il Mondo perduto: la pausa più lunga in assoluto tra 2 suoi film.

Del resto, i 92 giorni di riprese a Cracovia saranno spesso ricordati dal regista di Hook come i più duri della sua vita, giorni nei quali lo stress di documentare (più che narrare) l’indicibile orrore umano porterà quasi tutti, troupe e attori, a collassi nervosi e momenti di depressione. Giorni, infine, che Spielberg decide di trascorrere sempre – quando non è sul set – insieme alla sua famiglia, unica ‘ancora di salvezza’ per non sprofondare nel dolore e rischiare di fare la stessa fine del collega Coppola, colto da esaurimento nervoso sul set di Apocalypse now.

Un prezzo altissimo, dunque, per un film che non è più solo un film, è lo scopo di una vita: per questo, invece che chiamare i ‘suoi’ fidati attori feticcio (Harrison Ford e Richard Dreyfuss su tutti), stavolta il cineasta si affida all’istinto, e per le parti principali sceglie Sir Ben Kingsley (“Il suo personaggio, Itzhak Stern, è il testimone degli eventi”, gli dirà il regista poco prima di sceglierlo), il nordirlandese Liam Neeson – a volerlo come Schindler cinematografico, in realtà, sarà la moglie di Spielberg, Kate Capshaw, dopo averlo visto a Broadway – e il semisconosciuto Ralph Fiennes nei panni del crudele gerarca Amon Goeth, responsabile del campo di lavoro di Plaszow, dove è ambientata buona parte del film. Un’interpretazione, la sua, che procurerà anche alcune crisi di nervi a dei sopravvissuti impiegati nel film come comparse, vista la somiglianza con il feroce capitano delle SS, ma che lo proietterà immediatamente nello stardom hollywoodiano.

Film anche di esordi, dunque, come l’avvio del sodalizio tra Spielberg e il direttore della fotografia polacco Janusz Kamiński, scoperto dal regista di Indiana Jones due anni prima, chiamato a filmare il più straordinario bianco e nero – premiato con l’Oscar - che la Hollywood contemporanea avesse mai visto, e mai più lasciato. Ma anche di conferme, come quella di John Williams alla colonna sonora (“Steven, per questo film dovresti chiamare un compositore più adatto”, si sarebbe schernito Williams. “Può darsi, ma sono tutti morti”, la risposta di Spielberg), soundtrack che nessuno di noi potrà mai dimenticare, anch’essa premiata con la statuetta dorata.

L’inverno polacco, per fortuna, termina, e quando Spielberg gira l’ultimo ciak il miracolo è compiuto: Schindler’s list è il racconto dell’Olocausto girato come un grande melodramma hollywoodiano, una pellicola dalla durezza a tratti insostenibile ma che si ferma un attimo prima di mostrare l’orrore della soluzione finale – e qui torniamo all’episodio iniziale, la videocamera che ad Auschwitz si rifiuta di funzionare.

Un film dove il fil rouge è rappresentato dai numeri: numeri corrispondenti ai soldi che Schindler usa per comprare ‘i suoi ebrei’, numeri associati a ognuno dei deportati, sia quando essi vengono condannati nei viaggi senza ritorno, sia quando vengono messi in lista e salvati dal più improbabile degli eroi; ricco, ariano, membro del partito nazista. L’ultimo al quale chiedere aiuto, il primo a prestarlo, al punto da indebitarsi e finire la propria vita in miseria.

Ed è attraverso questa storia che Spielberg conquista finalmente il riconoscimento dell’Academy: 7 Premi Oscar, fra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Adattamento. Un testamento di vita impossibile da derubricare a semplice ‘film storico’, ma più vicino alla summa di una intera carriera cinematografica. A confermarlo è un piccolo aneddoto finale: nel 2002 Spielberg decide, finalmente, di prendere la laurea in cinema alla California State University di Long Beach, 33 anni dopo aver interrotto gli studi. Come ‘corto-tesi di laurea’ non porterà né Amblin’ (il suo primo corto in 35mm) né Duel (Il suo primo lungometraggio) né Sugarland Express (Il suo primo film per il cinema), bensì una pellicola di 195 minuti in bianco e nero su uno sconosciuto salvatore di vite durante la seconda guerra mondiale. Perché chi salva una vita, salva il mondo intero, e quel mondo lo studente di cinema Steven Spielberg, finalmente, è riuscito a raccontarlo.