File Digitali - Parte 1: Lo chiamavano MP3

Inizia oggi un viaggio attraverso i formati di compressione digitale, per capire cosa deve sopportare tutti i giorni il nostro orecchio

File Digitali - Parte 1: Lo chiamavano MP3
di Giancarlo Valletta

Abbiamo parlato qualche mese fa del brutto tiro giocato da Bethesda al celeberrimo compositore Mick Gordon, che ha ritrovato le sue tracce, realizzate per la colonna sonora di Doom Ethernal, compresse fino all'estremo, e distorte in un modo che lui stesso ha definito come inaccettabile, prendendo le distanze da Bethesda stessa e chiamandosi fuori dai giochi per il prosieguo della serie. Dopo questo caso emblamatico abbiamo deciso di realizzare uno speciale in 5 parti dedicato proprio alla compressione dell'audio, per capire cosa esattamente accade ad un segnale digitale quando viene messo a "dieta forzata". In ultimo, una bellissima intervista a Simone Pittau, artista sardo che ha prestato il suo violino nientemente che al "maestro dei maestri", Ennio Morricone, che ci ha detto la sua proprio sul "caso Gordon"

I servizi di streaming ma non di meno la musica in alta risoluzione utilizzano formati audio sui quali c’è davvero molta, troppa, confusione. Questa serie di articoli si pone l’obbiettivo di fare un po' di chiarezza e orientare il lettore in modo da potersi districare più facilmente. Partendo dalla musica, e arrivando ai mezzi di riproduzione. Un cammino interessante che speriamo possa esservi utile.

Per tutti gli appassionati di musica, da chi la produce, a chi la ascolta

La qualità parte dallo studio di registrazione

La quantità di tipi di file e di compressioni è notevole, e non è facile districarsi cercando di capire cosa si sta ascoltando e come meglio si potrebbe ascoltare. Più volte abbiamo sottolineato come siano importanti i mezzi di riproduzione e quanto oggi tutte le incisioni -di qualsiasi tipo e su ogni mezzo- siano “ottimizzate” per un ascolto con sistemi di scarsa qualità, siano essi gli speaker dei cellulari, le automobili, le piccole casse di un computer o di un laptop.

Ma l’uomo è un oggetto di qualità, e a quella tende. Di esempi ce ne sono tanti, basta citare quello della colonna sonora di DOOM ETERNAL -trattato su queste pagine-, dove molti appassionati si sono accorti e lamentati della troppa compressione dei file musicali, che la svilivano in modo inaccettabile. Testimonianza materica, quindi, del fatto che tutto ha un limite, e superarlo non è una buona idea. Ma il discorso è molto, troppo ampio e va affrontato per step successivi, partendo dall’origine, ovvero dal file master, dalla registrazione.

Molti, ma non tutti sanno che la registrazione grezza va comunque lavorata, compressa, ottimizzata. Questo per rendere tutti gli strumenti di una composizione ascoltabili e dare a ogni suono la corretta presenza. E qui gioca molto il take, il come è stato preso quel brano e/o quel particolare strumento o voce. Se si tratta di una registrazione corale, come avviene nella musica classica per esempio, la più grande difficoltà è trovare uno studio di registrazione che possa accogliere tanti strumentisti tutti insieme. Per esempio il leggendario Studio 1 degli Abbey Road Studios è tra i pochi in Europa così grande da poter accogliere 50 e più strumentisti tutti insieme.

In quel caso la registrazione avviene con un set di microfoni immenso e mirato a ogni tipo di strumento (sia in capo al tipo di microfono che al suo posizionamento), appesi al soffitto o da cavalletto, e non solo, quindi, si ha una quantità di sorgenti immensa, ma si può anche ripetere più volte l’esecuzione o suoi frammenti. Ma molto più spesso la musica classica si registra dal vivo “one-shot”, come a un concerto dal vivo, e come è successo nel pezzo principale della colonna sonora di DOOM ETERNAL, per esempio. Altre volte è possibile registrare in studio ripetendo tante volte la stessa cosa, per scegliere quella venuta meglio, anche se tanti musicisti -quelli più bravi- difficilmente ripetono, visto che questa opzione fa perdere spontaneità.

In questo variegato mondo di possibilità, esiste una unica legge: quella di rendere qualsiasi registrazione, fatta con ogni mezzo, intellegibile con tutti i sistemi di riproduzione. E se dagli anni ’60 fino agli inizi dei ’90 l’Hi-Fi era ancora una opzione molto considerata e faceva parte degli status symbol, come del resto l’automotive evoluta, in questi anni, complice l’avvento degli smartphone e dei TV di grandi dimensioni, l’attenzione si è notevolmente spostata, e la migliore speranza di un ascolto che si possa definire di qualità, è deputata a delle buone cuffie da cellulare, quindi nulla di “troppo” buono. E allora quale è l’obbiettivo di chi si trova tanto materiale grezzo in sala di incisione e ha l’arduo compito di renderlo intellegibile? Quello di comprimere con intelligenza. E’ come dover cercare di far passare una enorme quantità di colori dentro un orifizio molto stretto, con la speranza che dall’altra parte ne venga visualizzato il maggior numero. Ma quali sfumature scegliere ? Quelle che vengono più facilmente visualizzate e che l’occhio apprezza di più, ma senza dubbio alcune cose si perdono.

Facciamo però un distinguo. Se ho una voce sottile da accostare a una tromba squillante, pensando di dover registrare solo questi due strumenti, una volta a disposizione delle tracce, dovrò solo fare in modo da “sollevare” la voce, soprattutto nei sussurri, e comprimere un po' la tromba, in modo da rendere giustamente intellegibili entrambe. In quel momento è fondamentale anche la presenza dei musicisti e di un professionista che conosca alla perfezione il suo lavoro, in modo da interpretare nel migliore dei modi tutti i passaggi. E’ un cammino interpretativo molto importante, che rischia di vanificare una parte della creatività dei musicisti.

Si fa presto, con un qualsiasi tools automatico, a fare un lavoro con l’accetta, a sentire si sente, ma poi succede come con la colonna sonora di Doom Eternal: un fallimento totale, e si ha la netta percezione che manchi qualche cosa. Il problema vero di buona parte delle incisioni moderne è che per renderle ascoltabili con i device audio attuali, si è costretti a compressioni dinamiche che hanno del pauroso, rischiando di perdere buona parte dei contributi artistici dei musicisti. Si deve stare entro un range dinamico strettissimo e mantenendo una gamma di frequenze molto concentrato nella banda media, quella nella quale tutti i dispositivi sono intellegibili. Banda che coincide con quella della voce, dove si concentrano gli sforzi di qualsiasi costruttore, e dove è più semplice la riproduzione. Teniamo bene quindi a mente da dove veniamo, è molto importante. Una volta registrata e mixata, la musica è pronta per passare alla distribuzione.