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Tom Cruise, a tu per tu con il divo a Cannes: “a 4 anni volevo fare l’attore”

L’attore Tom Cruise viene accolto come una grandissima star dal Festival di Cannes, impaziente di sentirlo raccontare la sua carriera. Ecco cosa ci ha raccontato.

Tom Cruise, a tu per tu con il divo a Cannes
di Lidia Doardo

Quando parli di cinema si capisce che sei innanzitutto un fan. Come è cambiato il tuo approccio al cinema negli anni?

Tom Cruise - Guardo una grande varietà di film, di tutti i generi. Crescendo guardavo di tutto, da Charlie Chaplin e Buster Keaton, non snobbavano alcun genere.

Avevo 4 anni e volevo fare l’attore, lavorare nel cinema: ho capito da piccolissimo che per fare questo lavoro dovevo imparare a essere ad alto livello in tante cose differenti. Sognavo tanto da bambino, mi arrampicavo sugli alberi, vivevo libero e scrivevo tante storie.

A 18 anni ho avuto il mio primo ruolo, alla mia seconda audizione. Non ho fatto la scuola di cinema ma ero curioso e un osservatore attento. Sul mio primo set (che avrebbe potuto anche essere l’ultimo) davo fastidio a tutti, volevo sapere come funzionasse ogni aspetto, ogni gruppo di lavoro dietro le quinte. Ho studiato tantissimo, volevo capire perfettamente come si fa un film. Credo uno dei miei pregi sia di non aver mai paura di dire che non capisco qualcosa. Lavoro sempre duro per fare in modo di capire e imparare.

Il cinema è la mia passione, lo amo. Ancor oggi vado al cinema in incognito, mi siedo col pubblico, col mio cappellino calato sugli occhi.

Un collega ti ha descritto così: l’unico obiettivo di Tom è trovare un nuovo obiettivo. Ti riconosci?

TC - Sì molto, fin da subito. Sono incredibilmente privilegiato, ma non dimentico mai il me stesso sul suo primo set, che pensava “sarebbe fantastico se facessi questo per tutto la vita”. Io voglio fare i film per il pubblico. Sul set dò semplicemente il meglio che ho dentro di me. Inoltre mi piace lavorare in gruppo. Tutti conoscete i registi con cui ho lavorato, ma c’è un mondo di professionisti ignoti che fanno arte, dipingono col cinema.

Io voglio fare i film per il pubblico. Sul set dò semplicemente il meglio che ho dentro di me. Inoltre mi piace lavorare in gruppo, per cui il cinema è perfetto per me. Tutti conoscete i registi con cui ho lavorato, ma c’è un mondo di professionisti ignoti che fanno arte, dipingono col cinema: chiacchiero per ore anche con loro.

Cosa dici ai giovani colleghi sul set?

Dico sempre loro di capire tutto il funzionamento del film, di non focalizzarsi solo sulla recitazione. Parlo spesso della mia prima parte, un ruolo minore in Taps - Squilli di rivolta (1981). Il regista mi faceva vedere i dailies, le scene girate in giornata ancora non montate. Harold Becker mi disse: “non focalizzarti su come appari, come suona la tua voce: probabilmente non ti piacerà. Pensa a come ti vedrà il pubblico”. Ancor oggi guardo i dailies, chiedo con che lenti abbiamo girato. Ridley Scott in questo senso è un grande maestro, la prima volta che abbiamo lavorato insieme mi ha mostrato le lenti, mi ha spiegato come funzionano e a cosa fare attenzione.

Durante la pandemia ci sono state voci di un possibile passaggio di Top Gun Maverick sulle piattaforme streaming…succederà mai?

TC - Durante la pandemia i ragazzi che vendono i pop corn nel mio cinema mi chiamavano e mi pregavano di far uscire il film al cinema. Io li ho tranquillizzati: bisogna creare l’ambiente giusto per tirare fuori il potenziale di una storia. Io ho lavorato sui miei film per anni, letteralmente anni. Jerry MacGuire (1996) ci ha preso un anno di lavoro sul set. Quando un film è finito, lo voglio vedere al cinema.

Quando parlo di te con gli amici mi chiedono sempre di due film: Risky Business e Top Gun. Secondo te perché?

TC - Guarda, la prima cosa che la gente mi chiede quando mi incontra è quando farò un nuovo Top Gun. E poi Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano (1983) e Jerry Maguire…sono molto grato a quei film, da giovane mi hanno permesso di girare il mondo. Quando ci ripenso, quando li rivedo noto un gruppo di attori pazzesco, storie fantastiche…per me l’importante sono le storie. Quando scelgo di fare un film parlo con gli sceneggiatori e i registi, voglio essere sicuro che il talento di tutti venga esaltato nel prodotto finale.

Su Mission:Impossible: noi amiamo il franchise per la suspense ma anche per gli stunts. Senti, perché lo fai? Ok, sei preparato, ma è pericolosissimo!

TC - Chiederesti mai a Gene Kelly perché vuole ballare? Io ho sempre sognato di lanciarmi con il paracadute, di pilotare un jet. Da bambino ero quello che si arrampicava sull’albero più alto, mentre soffiava il vento: ero coraggioso!

*Ricordo che avevo questo giocattolo, questa bambola con un paracadute. A furia di farla volare e atterrare, mi convinsi di poter fare lo stesso anche io. Allora presi delle lenzuola e, mentre mia madre non guardava, salii su un albero e mi lanciai usandole come paracadute. Il momento in cui ti lanci è quello in cui capisci che non funzionerà, che forse morirai. Quella volta atterrai con la faccia nel fango, atterrò ancor prima del mio fondoschiena. Il mio primo pensiero però mentre vedevo le stelle per la prima volta di giorno è stato: “le lenzuola sono sporche di fango, mia madre mi ucciderà!”.

Nella vecchia Hollywood gli attori seguivano corsi di canto e danza: io faccio lo stesso. Spendo il tempo tra un film e l’altro a imparare a fare qualcosa, nella speranza di poterle mettere nel successivo.

Hai paura quando giri queste scene?

Sì, decisamente sì. Il punto è capire come rendere partecipe il pubblico, fargli sentire la tensione che tu stai provando.

Sei sempre molto disponibile con i fan, con il pubblico. Ti spendi tantissimo durante la promozione dei film.

TC- Ai vecchi tempi facevo le interviste e le presentazioni tutte in una stanza dopo la premiere statunitense. Quando viaggiavo per lavoro, andavo a vedere come fossero i cinema e a un certo punto pensai: dobbiamo fare una prima in tutte le nazioni, incontrare le persone, creare un evento. Posso dire di aver spinto personalmente per l’apertura di molti cinema in Oriente e in nazioni lontane.

In Maverick colpisce molto la tua battuta “Not today”: pensi mai alla fine della carriera?

TC - Io non penso mai alla fine, io penso al futuro, a cosa farò dopo che il mio progetto attuale sarà finito. A me piace sedermi sul set, parlare con la squadra. È un posto che amo.

In Hollywood nulla è mai certo, nulla quello che facciamo oggi è cercare di far crescere una realtà florida, in cui possano sbocciare i grandi attori di domani. Quando mi è capito di dover rimandare un film, ho chiamato personalmente tutto il cast, rassicurandolo che Top Gun Maverick sarebbe uscito.