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Emmy Awards, This is Us snobbato. Perché Dan Fogelman non ne aveva bisogno

di Mario Petillo

Gregor Samsa, nel 1915, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Io, nel 2015, avrei voluto essere un insetto sì immondo, ma non enorme: piccolo quanto basta per poter entrare in quella stanza all’interno della quale Dan Fogelman stava presentando il proprio pitch per This is Us. Perché, oggi più che mai, non importa cosa raccontiamo, ma come lo raccontiamo, e quel dramma familiare che il regista di Galavant, di Bolt, di Rapunzel aveva deciso di mettere in scena, ha nel suo “come” la risposta a ogni domanda. Domande che, a quanto pare, agli Emmy Awards hanno deciso di non porsi.

Dan Fogelman, che di sé fa parlare poco, nel corso della sua carriera ha saputo scrivere qualsiasi cosa. Ha ideato un musical, insieme ad Alan Menken, nel quale ha ridicolizzato qualsiasi ballata medievale e vituperato l’amore cavalleresco, rendendo Galavant un’opera unica per il genere televisivo; ha creato un’esilarante rapporto di coppia tra Ryan Gosling e Steve Carell in quell’intreccio amoroso che era Crazy, Stupid, Love; ha cambiato, in maniera tacita e senza il giusto tributo, il modo di concepire i rapporti sentimentali in Disney segnando, con il suo Rapunzel, un perfetto spartiacque tra passato e futuro, dopo aver saggiato la temperatura dell’acqua con Bolt. Se in questa sequela di titoli può sembrare che la sua carriera sia stata votata esclusivamente alla commedia, sappiate che This is Us e Life Itself, lungometraggio pubblicato nel 2018 in sala e dall’alto tasso di drammaticità votata al prendere a pugni la psicologia dello spettatore, hanno dimostrato il contrario. Soprattutto le vicende di casa Pearson, con le loro sei stagioni: distruttive in ogni loro inquadratura.

Dan Fogelman, fino all’ultima puntata, fino all’ultimo respiro, non ha voluto smettere di giocare con quel montaggio in grado di saltellare avanti e indietro, nel presente, nel passato e nel futuro come se Memento non ci avesse mai insegnato niente. Forse non era necessario scomodare un pilastro della cultura cinematografica, ma quanto fatto da Fogelman è un esercizio non solo di stile, ma di pura estetica televisiva, grazie a quattro versioni anagrafiche degli stessi personaggi, in particolar modo dei figli Pearson. Perché accanto a loro Mandy Moore, nemmeno fosse l’Ellar Coltrane di Boyhood, ripresa nella sua crescita per dodici lunghissimi anni da Richard Linklater, era sempre la stessa.

L’attrice americana, che in queste ore si è scagliata contro la giuria degli Emmy, è forse la più penalizzata da questa scelta figlia delle nomination. Nelle sei stagioni di This is Us Mandy Moore si è ritrovata a dare vita a una giovanissima Rebecca, inebriata dall’amore naif per il suo Jack (Milo Ventimiglia), una madre dilaniata dai dolori della famiglia, una donna anziana affetta da una terribile malattia, che l’ha resa quasi del tutto inebetita. Tutto insieme, perché persino nell’ultima puntata – come dicevamo – Fogelman non si è trattenuto dall’andirivieni narrativo. Sì, certo, i piani di lavorazione permettono di organizzare le sequenze di riprese, ma in una serie televisiva che ha terminato le riprese poche settimane prima della messa in onda dell’ultimo episodio vi possiamo assicurare che non è così facile affidarsi agli espedienti della macchina da presa.

Con This is Us, Fogelman ha raccontato i disagi di una famiglia che ha perso la sua stella polare, ha raccontato l’integrazione di un gemello di colore in una famiglia caucasica, per questo privilegiata nell’America raccontata dal regista. Ci ha messo dinanzi a intrecci d’amore, a storie in grado di mettere in scena il rispetto, l’affetto, il dolore; ci ha permesso di svelare, stagione dopo stagione, personaggi nuovi gestiti sempre con un cliffhanger talmente puntuale da sembrare metodico.  Senza un momento di stasi, senza un buco che potesse essere definito narrativo o temporale, senza mai mollare la presa per sei intere stagioni.

Tutti i temi che in This is Us vengono snocciolati sono figli non della banalità, non della superficialità: Randall, il gemello di colore adottato da Jack Pearson, anela la scalata politica, ma nel frattempo adotta una bambina per ricambiare al gesto che è stato fatto nei suoi confronti; Kevin, l’attore incompiuto che si lascia andare sin da giovane a una vita dissacrante, cresce all’ombra del padre, desideroso di essere onesto e gentile quanto lui e per questo desideroso di fare del bene, ammettendo di “guadagnare più di quanto serva per vivere”; e Kate, la piccola dei tre gemelli, destinata anch’ella a una vita inguaiata da un’obesità precoce, ma non per questo in grado di nascondere la sua genuinità di cuore, chiamata giorno dopo giorno a importanti decisioni.

This is Us non nasconde nessun messaggio perché li mette tutti in vista, dalla prima all’ultima puntata. Non fa denuncia, perché non ne ha bisogno: racconta l’America e gli americani per quello che sono, affermando che tutto avviene per un motivo, fino alla fine, fino all’ultima inquadratura e all’ultima battuta. Conferma che siamo tutti dei puntini in un mondo enorme, ma che abbiamo la possibilità di affermarci e di brillare in base alle nostre azioni. E le sei stagioni ti lasciano con il magone, con il dubbio del “cosa sarebbe successo se…?”, come sarebbero andate le cose, come avrebbe reagito Jack a rivedere suo fratello, Randall a incontrare sua madre.

Domande che trovano una risposta proprio in This is Us, quello che a oggi è sicuramente il capolavoro di Dan Fogelman, che ci ha dimostrato di avere la capacità di una scrittura seriale incredibile, che non pensavo – ammetto candidamente – avrebbe potuto reggere per sei stagioni, con la stessa intensità delle prime, anzi forse anche di più. Una capacità che solo l’Emmy, a quanto pare, non ha saputo riconoscere, mentre la stampa americana appoggia lo sfogo di Mandy Moore. Non sarà comunque un premio a infangare l’opera di Fogelman, che nel frattempo se ne sta zitto per i suoi fatti, probabilmente a pensare a come, domani, potrà migliorarsi ancora di più. Sarà difficile, ma non impossibile.

Io, intanto, continuo a desiderare di poter essere quell’insetto minuto che entra, nel 2015, nella stanza dove lui presenta il pitch di This is Us: vorrei essere lì e farmi un’opinione di quello che sto ascoltando e capire in che modo l’aveva presentata, come ha potuto vendere un dramma familiare che deflagra con una tale potenza dopo anni dall’avvio in, forse, appena dieci minuti. Per poter rubare a Fogelman un po’ della sua empatia, un po’ del suo saper raccontare i nostri demoni. E magari riferirla agli Emmy, che si sono accontentati di nominare This is Us per “Forever Now”, la canzone che Rebecca Pearson canta e suona al matrimonio di sua figlia.