Speciale Il complotto contro l'America: Decollo lento per la nuova serie distopica appena atterrata su Sky

di Marco Modugno

Il nome di Charles Lindbergh richiama subito alla memoria di molti la prima epica trasvolata atlantica in solitario del 20 e 21 maggio 1927, a bordo dello “Spirit of Saint Louis”. 33 ore e 32 minuti di volo estenuante da New York a Parigi, a bordo di un aeroplano monomotore. Qualche appassionato di storie di cronaca nera ricorderà anche la tragica vicenda del rapimento del figlio piccolo di Lindbergh, il famoso caso di “Baby Lindy”, conclusosi con il ritrovamento del cadavere del bimbo di appena due anni, nonostante il  pagamento del riscatto, a due mesi di distanza dal sequestro. Per quel delitto fu condannato e giustiziato sulla sedia elettrica l’immigrato tedesco Bruno Hauptmann, che seguitò fino all’ultimo a professarsi innocente.

Molti meno quelli che, al di fuori degli appassionati di storia americana contemporanea, sapevano dell’appartenenza dell’Aquila Solitaria alla massoneria, del suo antisemitismo e della sua simpatia per Hitler e il suo programma politico. Da queste basi storiche si dipana il filo conduttore della miniserie ucronica appena approdata da HBO su Sky, tratta da un romanzo di Philip Roth, intitolata “Il complotto contro l’America”. Le otto puntate di poco meno di un’ora ciascuna raccontano le vicende dei Levin, una normale famiglia ebrea di Newark, sullo sfondo di un’America cupa, che osserva con apprensione alle travolgenti vittorie tedesche in Europa.

Fin qui è storia, ma poi subentra la finzione ucronica. E’ tempo di elezioni presidenziali e Lindbergh sfida Roosevelt alle presidenziali, promettendo ai suoi elettori, memori della recente carneficina della Grande Guerra, la neutralità americana nel conflitto. A differenza di The Man in High Castle, la sceneggiatura di The plot si fonda, più che sull’azione o sui colpi di scena, sul racconto della vita quotidiana dei protagonisti. Assistiamo alle preoccupazioni del capofamiglia (Morgan Spector), al flirt della sorella zitella della moglie (Wynona Rider) con il rabbino (John Turturro) che simpatizza per Lindbergh, alla vicenda dell’adolescente bullo (Anthony Boyle), che in verità non lo è e finisce per espatriare in Canada per arruolarsi, impaziente di andare ad “ammazzare nazisti” e a quella del più piccolo della famiglia (il sorprendente Azhy Robertson) che osserva con i suoi occhi di bambino gli stravolgimenti grandi e piccoli del mondo dei grandi.

Abbiamo potuto guardare i primi due episodi (otto in tutto), concessi in anteprima alla stampa prima del debutto del 24 luglio, ed è impossibile non riconoscere la cura maniacale nel ricostruire un’ambientazione storica credibile, attraverso abiti, costruzioni, oggetti, veicoli e molto altro, accompagnata da una colonna sonora in “stile” e resa ancor più realistica da un filtro seppia che, senza togliere troppo ai colori naturali, le regala un appropriato aspetto retrò. La prova attoriale del cast, in cui brillano poche stelle note al grande pubblico, affiancate da facce meno note ma altrettanto valide, è decisamente sopra la media e la qualità del montaggio e delle scenografie ottima, segno di un budget adeguato e ben speso.

Però, dove la serie segna il passo è proprio sul ritmo. Mentre i fatti sociopolitici alla base della variante ucronica proposta scorrono lontani su un fondale sfocato, che almeno nelle prime due ore della trama sembra sempre troppo lontano e scollato dalle vicende personali dei protagonisti per riuscire davvero a influenzarle, questi si dibattono in una serie di sottotrame, incentrate sulle dinamiche familiari allargate dei personaggi, non sempre così avvincenti da coinvolgere, o colpire con la loro originalità, un pubblico allevato da un ventennio a pane e serie TV. Ci si lascia scappare, a tratti, perfino qualche sbadiglio, attendendo con ansia un aumento del ritmo narrativo, un po’ d’azione, una botta anche piccola di adrenalina che però tarda ad arrivare, facendo scemare poco a poco l’interesse. Chi ha visto il manifesto della serie, la sigla suggestiva che mescola filmati d’epoca e finzione, e letto qualcosa dell’ambientazione si aspetterebbe almeno il minimo sindacale di inseguimenti, pugni e pallottole. Diamine! viene da dire. Là fuori c’è una guerra mondiale, alla Casa Bianca si sta insediando un tizio che simpatizza per Hitler e tutto quello che sapete mostrare per alzare il tono è un gruppo di apparentemente innocui frequentatori di birrerie simil-crucche che alzano il gomito e poi subiscono un’ingiustificata aggressione (ehi! Non erano loro i cattivi!) da un gruppo di giovani maccabei con le mani lunghe?

Difficile esprimere un giudizio completo dopo due sole puntate, è vero, ma se alla fine del primo quarto di partita si spegne la TV con la sensazione che la squadra titolare non abbia nemmeno finito il riscaldamento a bordo campo, è impossibile nascondere una punta di delusione. Una singola stagione di otto puntate ben girata da un punto di vista tecnico e attoriale si lascia sempre guardare, specie se si nutrono curiosità storiche sul periodo. Ancora una volta però, come con la già citata serie ucronica tratta dal romanzo di Philip K. Dick, il bersaglio viene colpito solo di striscio. E l’impressione generale di buone idee sfruttate solo in parte e di un’ottima occasione in parte mancata resiste per molto più tempo di quanto i titoli di coda della seconda puntata della nostra premiere impieghino a lasciare lo schermo.