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James Cameron e il cast spiegano perché abbiamo ancora bisogno di Avatar sul grande schermo, nel 2022: l’intervista

In attesa dell’arrivo del sequel, a più di 10 anni dall’uscita di uno dei più grandi successi della storia del cinema, torna in sala Avatar di James Cameron. Il regista e il cast originale ci hanno spiegato perché.

di Elisa Giudici

Sono passati più di 10 anni dall’arrivo di Avatar di James Cameron nelle sale cinematografiche italiane e di tutto il mondo e, a posteriori, è davvero difficile spiegare a chi non c’era cosa sia stato il film di James Cameron a livello culturale, in quell’annata e per il cinema di quell’epoca.

Settimana dopo settimana, gli incassi di Avatar sono diventati un fenomeno straordinario, di cui si fatica a comprendere la portata nel 2022, nell’era della concorrenza seriale e delle piattaforme streaming. Perché nel 2009 tante persone in tutto il mondo sono andate e poi tornate più e più volte al cinema per vedere e rivedere l’epopea fantascientifica ed ecologista di Cameron? Già allora non indenne da critiche e accuse di “scopiazzate”, Avatar fu un traguardo tecnologico che, a posteriori, ci lasciò intravedere cosa sarebbe stato il cinema nel decennio successivo, in cui le tecniche digitali e la VFX sarebbero state implementate in maniera massiva.

Avatar però non è stata una previsione del futuro corretta, anzi: il qualche modo è stato un pinnacolo di una tecnologia - il cinema 3D - che contro ogni previsione e scommessa hollywoodiana non ha davvero mai attecchito nel cuore del grande pubblico e in pochi anni è stata accantonata.

In attesa di rivedere Avatar in sala - dal 22 settembre 2022 - rimasterizzato in versione 4K HDR, il regista James Cameron e il suo cast fanno i conti su quale effetto abbia avuto questo film sulle loro vite e carriere, cosa abbia lasciato al pubblico e perché sia importante riportarlo in sala per chi al cinema non l’ha mai visto.

I partecipanti alla conferenza stampa:

  • Sam Worthington, interprete di Jake Sully

  • Zoe Saldana, interprete di Neytiri

  • Sigourney Weaver, interprete della dottoressa Grace Augustine

  • Michelle Rodriguez, interprete di Trudy Chacón

  • Stephen Lang, interprete del colonnello Miles Quaritch

  • James Cameron, regista di Avatar

Che senso ha per te questa nuova versione del film di Avatar e il suo ritorno al cinema?

James Cameron - Sai, ci sono così tante persone là fuori che non hanno mai avuto la possibilità di vedere il primo Avatar al cinema. Certo l’hanno visto in streaming, gli è piaciuto, ma non ne sono stati testimoni come noi avremmo voluto. Per questo lo abbiamo rimasterizzato, siamo rimasti stupiti dal risultato, dalla sensazione che dà vederlo su grande schermo.

Cosa pensi che regalerà oggi questo film al pubblico?

JC - Un film esiste solo se parla a un pubblico, se c’è una risposta emotiva tra gli spettatori. Io credo che sia il confronto con le persone a suscitare emozioni e può succedere anche se le “persone” sono Na’Vi, alieni blu alti tre metri. C’è una certa universalità in questi personaggi, calati in un contesto fantascientifico in cui le persone ai quattro angoli del mondo si possono immedesimare, quale che sia la loro nazionalità e cultura.

Inoltre Avatar è un film che dona un profondo senso d’immersione, sembra veramente di stare in un altro mondo, anche grazie alla prospettiva di Sam utilizzata nel racconto. I ragazzi di oggi, ma questo è vero per tutte le generazioni in generale, amano stare nella natura. Più crescono e più perdono contatto con la natura e io credo sia un grave problema della nostra società. Questo film ci aiuta a riconnettere con il nostro essere ex ragazzini continuamente sorpresi, meravigliati dalla natura.

Avatar però non è solo la bellezza della sua natura: racconta anche la bellezza e la crudeltà di due popolazioni e due mondi. Ricordiamo che gli attori coinvolti del primo film hanno trasmesso tutte queste emozioni (amore, ferocia, paura) senza poter interagire con poco o nulla attorno a loro, dato l’utilizzo massiccio di blu screen: erano in una stanza completamente vuota, giusto con qualche arbusto o oggetto di scena. Sono stati eccezionali.

Come pensi che Avatar abbia influenzato i blockbuster che vediamo dieci e più anni dopo?

JC - Tutte le tecnologie pionieristiche legate effetti speciali usate nel film hanno avuto un impatto enorme su ciò che è venuto dopo. Prima di Avatar nessun Oscar alla fotografia era mai andato a un film girato digitalmente con cineprese per il 3D, negli anni successivi alla nostra vittoria  ci furono pellicole simili. Ora il 3D non è più un motivo per andare al cinema, ma vedremo cosa succederà con le scelte che abbiamo fatto con il secondo film, che impatto avranno sul pubblico e sull’industria.

Sam, cosa ne pensi di questa operazione che riporta Avatar al cinema nel 2022?

Sam Worthington - Io adoro fare questo lavoro con James Cameron. Confessione: in realtà sono un fan di James e del suo lavoro, quando ho avuto la parte non mi sembra vero di prendere parte al progetto e venire pagato per farlo (ride).

Penso che a distanza di un decennio il pubblico sia ancora così affezionato a questa storia perché dà un senso di appartenenza che spesso alle persone giovani, che cercano il loro posto nel mondo, manca. Il mio personaggio, il protagonista di Avatar, è un giovane uomo che trova il suo posto in una cultura diversa e lontanissima dalla sua, ma che lo fa sentire accettato. Penso che in tanti aspirino a provare qualcosa di simile.

Hai un ricordo particolarmente vivido dal set di Avatar?

SW - Sì. La prima volta che mi sono visto in versione alto tre metri e blu è stata incredibile: non pensavo di potermi riconoscere in qualcosa di digitale. Invece in qualche modo, grazie alla motion capture, sei tu, la tua vera essenza, la tua verità. La mia recitazione non si è persa nel passaggio al digitale, così come quella dei miei colleghi.

Sigourney, tu invece che ricordo hai conservato da questo set?

Sigourney Weaver - Mi ricordo che mentre giravamo sul set avevamo questo secondo schermo a fianco di quello in cui passavano i dailies su cui potevamo vedere una versione molto, molto provvisoria del girato finale. In un certo senso siamo stati i primi a essere stati davvero su Pandora, lì sul set. È stato incredibile vedermi come una Na’vi per la prima volta, proprio come vi ha raccontato Sam.

Anche la costruzione del mio personaggio è stata diversa dal solito. Quando sono arrivata sul set ero pronta a girare ma non avevo ancora le risposte a tutte le domande che mi ponevo, non conoscevo tutte le informazioni sulla dottoressa Grace che desideravo. Mi sono fidata, perché sapevo che c’era una squadra insieme a James pronta a sostenermi.

Zoe, tu nel frattempo sei diventata mamma. Cosa racconti di quell’esperienza in famiglia?

Zoe Saldana - Mi ricordo ancora quando ho ricevuto la chiamata da Jim (James Cameron NdR). Stavo cambiando un pannolino di mia nipote, il che non è una cosa particolarmente eccitante. Jim mi chiama e mi rendo conto che sarà un viaggio fantastico, anche perché dovrò imparare così tante cose: arti marziali, combattimento, fare questo e quello, persino una lingua.

Questo film mi ha cambiato anche come attrice. In maniera anche banale, per esempio mi ha aiutato a mantenere la mia famiglia, che per un’artista è importantissimo. Come interprete invece quello che mi ha permesso questo film è stato di imparare a immaginare e costruire il passato di un personaggio, in un contesto in cui tutti cercavano di farmi avere successo in questa operazione e non è così comune.Alcune dei valori morali, della mentalità che ho imparato su quel set sono così importanti che le sto insegnando ai miei figli.

Di quel successo straordinario cosa ricordi?

ZS - Ricordo che quando uscì in sala partì con risultati solidi al botteghino, ma non fu straordinario da subito, diciamo che crebbe settimana dopo settimana, senza mai fermarsi. Essere testimoni di questa notorietà progressiva e inarrestabile è stato incredibile.

Michelle, cosa ti è rimasto di quest’esperienza con James Cameron sul set ?

Michelle Rodriguez - Quello che fa James è farti imparare come superare i problemi, essere resiliente. James riesce a ispirare tutti, dagli attori ai reparti degli artisti, a fare tutto al meglio del meglio. Essere all’interno di una squadra di questo tipo e lavorare e fare parte di qualcosa che non era mai stato prima mi sorprendeva, lo trovavo ogni giorno più fantastico.

La mia scena preferita del film che non vedo l’ora di rivedere rimasterizzata è quella della cerimonia nei pressi dell’Albero della Vita. Amo la sua atmosfera antica e spirituale. Potrebbe essere qualcosa di successo sulla Terra, il rituale perduto di un’antica civiltà.

Stephen Lang, a te toccò il ruolo del cattivo. Come è stato?

Stephen Lang - La prima volta che ho letto la sceneggiatura qualcosa ha fatto subito fatto click in me e poi quando l’ho visto sullo schermo, mi ha fatto lo stesso effetto. Il ruolo del colonnello è negativo, certo, ma comunque formativo. James mi ha dato il permesso di avere un po’ d’autorità su una stanza piena di gente che recitava con me. È stato generoso da parte sua darmi tanta fiducia anche se era lui il capo, anche se era il suo set.

Io interpreto il cattivo, certo, ma sono anche un personaggio con caratteristiche positive: sono un leader nato, un ottimo comandante con tanta esperienza, un professionista sa cosa sta facendo. Pensa, ci sono fan che mi vengono a dire che erano d’accordo con questo personaggio e io rispondo sempre “beh, allora non voglio avere a che fare con te!”