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Recensione The suicide of Rachel Foster

Un walking simulator tutto italiano

di Simone Rampazzi

I walking simulator non sono merce facile da giudicare. Quante volte ci è capitato di giocarne qualcuno senza ottenere le emozioni che cercavamo, o quante volte, al contrario, le emozioni non sono bastate a stimolare la nostra voglia di andare avanti di fronte a un gameplay fin troppo ridotto ai minimi termini?

Certo è che il walking simulator, come genere videoludico, cerca di trovare l’equilibrio perfetto tra le due cose, andando a poggiare l’intero fulcro dell’offerta su una chiave di volta che deve necessariamente cercare di essere tutto, tranne che scontata.

Gli sviluppatori italiani di One-O-One Games hanno provato a dare il massimo con il loro The Suicide of Rachel Foster, scendendo in campo con un prodotto che trasuda un po’ di Town of Light e un po’ di Firewatch, un mood altalenante che cerca di tenere alta la tensione senza fare alcun uso di jump scare.

HOTEL DEI RICORDI

La protagonista di questo walking simulator è Nicole, una donna che ha dovuto affrontare un particolare dramma durante la sua adolescenza: suo padre Leonard, durante gli anni d’oro di apertura dell’hotel di famiglia Timberline in Montana, si innamora inspiegabilmente di una sedicenne di nome Rachel.

Lo strano caso di eventi intercorsi da quel momento in poi ci portano ai giorni nostri, che vedono la stessa Nicole pronta a firmare le carte di vendita dell’hotel con l’intenzione, almeno in superficie, di tagliare completamente i ponti con il proprio passato, visto inoltre il passaggio a miglior vita dei genitori.

Peccato però che la sua toccata e fuga in questo enorme scheletro ormai deserto da anni si trasforma, al contrario, in una permanenza forzata in piena regola: una tempesta di neve si abbatte sul luogo e Nicole, suo malgrado, è costretta a rimanere tra le fredde mura del luogo completamente da sola. Questo scenario da brivido è, come scritto più su, soltanto la punta dell’iceberg di un dramma molto più profondo, che prenderà per mano il giocatore facendogli vivere, tramite dei flashback inseriti nel discorso, quelli che sono stati i passaggi più delicati del nostro alter ego femminile.

La scelta dei titoli menzionati nella premessa non è stata decisa a caso. Come in Town of Light la protagonista rivive un dramma passato a distanza di anni, vagando per un’ambientazione che non può in alcun modo farle del male, tranne quando sono i fantasmi del proprio passato a tornare a galla sotto forma di ricordi. Da Firewatch, invece, raccoglie un po’ la sapienza dell’inserire una specie di voce “fuori campo”, il timido agente Irving che sembra essere l’unico appiglio reale a cui Nicole può fare affidamento quando sembra non avere più la situazione sotto controllo.

Nel corso delle poche (purtroppo) ore che vi serviranno a completare la vostra permanenza nel Timberline Hotel vi accorgerete che il ritmo della narrazione segue piacevolmente tutte quelle regole necessarie a renderlo accattivante sulla carta, peccato però che alla fine del viaggio permane quel retrogusto di intentato, un sapore amaro che finisce col penalizzare il giudizio finale sulla vicenda.

IDEE BUONE MA…

Come spesso accade per i walking simulator, la struttura della narrazione deve necessariamente seguire dei ritmi ben precisi, perché altrimenti si rischia di allungare il brodo finendo col far perdere al giocatore sia ritmo che pathos. All’inizio gli strumenti forniti al giocatore sono relegati alla semplice osservazione degli ambienti, ma vengono poi integrati da alcuni oggetti esplorativi (come la torcia o il rilevatore di suoni) che dovrebbero creare nuovi espedienti di gioco, ma finiscono per essere più un contorno fine a sé stesso che una vera e propria aggiunta coerente con la storia.

 Il background sembra partire bene: si intuisce che ci si trova di fronte a un horror, d’altronde l’albergo e il dramma consumato anni addietro richiama molto la suspense degna di un thriller. A un certo punto veniamo persino “sabotati” o, meglio ancora, andando avanti si scoprono stanze che nascondono terribili segreti, si arriva a pensare a qualcosa di esoterico e pericolo, ma alla fine tutte queste sensazioni finiscono per diventare la semplice manifestazione di tutto quello che vorremmo.

A conti fatti in The Suicide of Rachel Foster non c’è niente di tutto questo. Potrebbe definirsi un pregio vista da un diverso punto di vista, d’altronde la protagonista, i dialoghi e alcuni oggetti trovati sembrano spingerci forzatamente verso quella direzione, solo che il cambio di rotta percepito sul finale penalizza un po’ la resa, trasformandosi in quel fastidioso effetto elastico che si ottiene quando, una volta tirata troppo la corda, quest’ultima ci torna indietro facendoci un gran male sulle mani.

Peccato anche per il Timberline Hotel, un luogo creato con una buona cura dei particolari che purtroppo non viene sfruttato nel giusto modo.

7
The Suicide of Rachel Foster è un buon walking simulator, si attiene alle regole dettate dal genere e intrattiene il giocatore nel modo giusto, cercando di raccontare una storia da far “vivere” al protagonista. Purtroppo però il rovescio della medaglia lascia emergere un lato troppo abbozzato dell’opera, un insieme di situazioni che avremmo preferito veder sfruttate meglio, soprattutto alla luce dei fatti che ci troviamo ad affrontare sul fronte del gameplay durante il gioco. La prima prova su strada del team italiano One-O-One Games va comunque bene, le premesse per qualcosa di buono in futuro ci sono tutte!