Recensione The Eddy: Musica, immagini e Parigi

Damien Chazelle irrompe su Netflix

Tiscali GameSurf

La parabola di Damien Chazelle (l’efant prodige…letteralmente!) del cinema americano non smette di stupirci ogni giorno di più. Fenomeno anomalo del cinema a stelle e strisce (padre francese, gusti cinefili così eterodossi da sfociare nella passione per il musical alla Jacques Demy) si è comunque sempre caratterizzato come miglior espressione di “un’accademia” del cinema che lo ha visto spiccare negli anni come studente di punta delle facoltà artistiche dell’università di Harvard.

In questo senso, la storia della sua filmografia (secondo l’approccio della “politica degli autori”) sembra fornire al critico più di una conferma. Parte infatti con l’autoriale musical (in bianco e nero, e con attori non professionisti) Guy and Madeline on a Park Bench, piccolo film dal piccolo budget notato al Festival di Torino undici anni fa. A seguito di questo sprazzo di Nouvelle Vague, segue il film (poi divenuto di culto) Whiplash, storia di un ragazzo ossessionato dalla batteria e del rapporto col suo controverso insegnante.

Jazzista fanatico, Chazelle (che si riservava nella sua prima opera la parte di un batterista in erba) fa breccia nel cuore di milioni di cinefili attraverso una storia semplice ma fatta di ritmo, musica e stacchi di montaggio improvviso. Stupendo anche l’Academy e aggiudicandosi tre Premi Oscar per questa pellicola.

Segue dunque un’evoluzione della sua visione musicale applicata al cinema con La La Land, neo-musical dall’impianto patinato (Emma Stone Ryan Gosling su tutti) e scandito dalla partitura musicale del suo sodale (ed compagno di corso ad Harvard) Justin Hurwitz. E sono altri 6 Premi Oscar, tra cui quello a lui per la miglior regia (il più giovane di sempre ad essersi aggiudicato questo premio).

Giunto ad un bivio, con la sua opera successiva Il primo uomo, Chazelle sembrava essersi adagiato sugli altari del divismo e dello Studio System. Con un film sull’allunaggio (quasi come un’opera su commissione), con una sceneggiatura (per la prima volta) non scritta da lui e con Steve Spielberg produttore esecutivo come ciliegina sulla torta.

A 35 anni, quale successivo film avrebbe potuto dirigere il genietto di Rhode Island?

Lawrence d’Arabia 2? L’ultimo capitolo (l’ultimissimo, questa volta ve lo garantiamo) di qualche film sugli Avengers? No. Torna alle origini. Con una serie. E dirige i primi due episodi della serie The Eddy (visibile su Netflix).

The Eddy è un grande affresco sulla passione jazzistica e sulla Parigi pura, quella del 13 Arrondissement. Un’area cittadina che comprende la biblioteca François Mitterrand, la zona di Place de l’Italie e la ChinaTown parigina. Ma anche questo immaginario locale jazz chiamato appunto The Eddy. Chazelle tratteggia dunque nei suoi episodi (ogni puntata ha il nome di uno dei protagonisti del gruppo di persone, tranne l’ultima, che si aggira attorno a questo locale) una vicenda che lo ha anche coinvolto personalmente: la sua prima passione non fu il cinema, bensì la musica.

Come Elliot, il protagonista della vicenda. Statunitense giunto a Parigi per mollare un burrascoso passato e aprire un locale jazz assieme al suo socio Farid. Lo raggiungerà la figlia (Julie, protagonista-titolo del secondo episodio) che lo accompagnerà in una peripezia fatta di molti bassi (addirittura ci sta una storia di “pizzo” dietro) e pochi alti in cui Chazelle e gli altri registi della serie (Houda BenyaminaLaïla MarrakchiAlan Poul, che nulla hanno a che fare col cinema hollywoodiano ma anche anzi spiccano nel portare in scena un cinema prettamente francese “contaminato” dalla sensibilità del Maghreb) si muovono per le salite e le discese di quella Parigi lontana dalla Ville Lumiere da cartolina che conosciamo con macchina da presa in movimento, manuale e con lungi piani sequenza tesi a dar vita (nell’occhio dello spettatore) l’illusione di non star assistendo ad una “fiction”: ma ad una vicenda reale legata ai protagonisti della serie.

In questo quadro appare particolarmente interessante in primo luogo la scelta di Chazelle di immedesimarsi in un progetto così diverso non tanto dalle sue opere precedenti (dove l’elemento musicale è sempre stato il centro del discorso, con la dovuta eccezione de Il primo uomo), ma così prettamente francese, europeo e quanto mai distaccato (ma poi quanto veramente?) da Ryan Gosling che canta City of star sul ponte di Santa Monica.

Quasi come se il regista volesse o promuovere un prodotto in cui crede (e su un tema, il jazz, in cui crede) o avesse voluto addentrarsi in un’esperienza filmica che lo rimandasse ai suoi primi amori giovanili. Ad una ripresa cinematografica come continuazione della vita e alle vicende dei protagonisti come simbolo della sua passione per tutto ciò che egli stesso riprende in questa storia.

In poche parole: musica, immagini in movimento e Parigi.

Realiser par...Damien Chazelle.

Quasi come se fosse una terapia, una serialità “esperienziale” lontana da Hollywood e da tutto ciò che ne consegue.

Anche se (forse) un episodio che dura 70 minuti e veramente un po’ troppo. e palesa verosimilmente l’inevitabile natura contaminata di un prodotto realizzato da un regista che negli ultimi anni ha fatto altro nella vita.

3/5
Anche il Premio Oscar Damien Chazelle dopo il successo nel mondo del cinema si dedica alla moda del momento: dirigere una serie televisiva. Ma The Eddy è un prodotto molto diverso da quello che ci si può aspettare.