Recensione Jo Jo Rabbit

Taika Waititi nel solco di Chaplin

Recensione Jo Jo Rabbit
di Livio Ricciardelli

La cosa più difficile a farsi nel mondo del cinema, è saper unire l'aspetto tragico con la commedia. Uno dei capisaldi di questo complesso "genere", è senz'altro "Il Grande Dittatore" di Chaplin. Come nella pellicola del 1940, il regista neozelandese Waititi riprende le figura (tragica ma anche macchiettistica) di Adolf Hitler dandosi l'incauto compito di interpretare egli stesso il Fuhrer (come Chaplin, appunto).

Waitit inserisce però un canovaccio in più (e mutuato da pellicole come "Provaci ancora Sam" di Herbert Ross): Hitler è il miglior amico (immaginario) del protagonista, ovvero il giovane Jo Jo. E di fatto svolge lo stesso ruolo di Bogart nella commedia con Woody Allen del 1972.

Siamo nella Germania della Seconda Guerra Mondiale.

Il piccolo Johannes (Jo Jo per gli amici ed interpretato dall'esordiente Roman Griffin Davis) ha dieci anni e non ha altri ricordi nella sua mente che quelli legati alla Germania hitleriana. E' così intriso di ideologia, da essere un fervente nazista. Gira in divisa, ragiona per slogan, ha la cameretta piena di poster con svastiche e simboli delle SS.

Nel corso di un corso di addestramento per giovanissimi "pionieri", viene però ferito al volto (cosa che gli causa una grande cicatrice) e non può servire la patria come vorrebbe. Ha con se però il suo amico-immaginario del cuore: Adolf Hitler (Taika Waititi) che lo sprona a coltivare le prerogative di ogni buon ragazzo ariano. Nel corso della guerra il giovane Jo Jo rafforzerà il suo legame con il Capitano Klenzendorf (Sam Rockwell) e comprenderà che sua madre (Scarlet Johannson) ha qualcosa da nascondere.

Mettere in farsa il tragico, fare dell'ironia su una cosa triste e per un pubblico giovane (il film ha tra i produttori la Disney). L'idea è nobile di per se e ha anche delle trovate comiche e delle gag quanto mai simpatiche ed esilaranti (consigliamo quelle tra Jo Jo e il suo giovane amico Yorki: meriterebbero un film a parte). Ma l'idea di base è forse un tantino presuntuosa, e l'idea di far parlare un ragazzino di dieci anni con un Hitler amichevole e gradasso dopo pochi minuti non fa già più ridere.

Anzi: le parti con Waititi (che ribadiamo: fa quello che faceva Chaplin nel 1940...) sono le scene meno riuscite (basti pensare a quella in piscina) e tutte le gag concatenate tra loro fanno in certi casi ridere, ma in certi casi rimanda ad una certa tradizione dell'umorismo ebraico alla "Springtime for Hitler" di Mel Brooks (cfr. "Per favore non toccate le vecchiette", del 1968). Basti pensare alla scena della visita della Gestapo presso la casa di Jo Jo, con una serie di ironie sulla ripetitività del saluto "Hail Hitler".

In tutto questo però il film si caratterizza per delle interessanti scelte musicali, come le versione in lingua tedesca di brani come "Hero" di David Bowie o "I want to hold your hand" dei The Beatles, finalizzate a rendere la storia ancora più pop e (secondo un intento dissacratorio anche apprezzabile) fare apparire le adunate e le parate militari di Hitler come un sottoprodotto del divismo musicale, con le ragazze che anziché svenire per le imprese di Lennon e McCartney, provano empatia per un tale che "non riesce nemmeno a tagliarsi i baffi".

Tutto molto interessante, ma anche tutto molto già visto.

2/5
L'eclettico Taika Waititi porta sul grande schermo un suo nuovo e grottesco racconto, in cui cerca di inserire nel contesto del dramma una storia a misura di bambini.