Recensione Il Corriere

Ci sei mancato, vecchio Clint!

Recensione Il Corriere
di Livio Ricciardelli

Clint Eastwood torna alla regia. Ma sopratutto torna a recitare, a 7 anni da Di nuovo in gioco di Robert Lorenz. E l'impressione è quella di assistere ad un film che ci spinge verso spazi ignoti. E soprattutto verso una duplice dimensione. Eh sì, perché The Mule – Il Corriere non è un film. Ma sono due film in una singola pellicola.

La vicenda è tratta da un articolo di un giornale del New York Times, e si ispira ad una storia vera: un novantenne che decide di ‘arrotondare’ il suo stipendio facendo il corriere per i narcos messicani. Inizialmente quasi senza rendersene conto e per rimediare al pignoramento della propria abitazione. Successivamente ci prende gusto e, stupito del suo innato talento nel restare inosservato, decide di finanziare varie opere di bene nella sua cittadina dell'Illinois. Ma prova (soprattutto) l'impresa più ardua: riacquistare il tempo perduto.

The Mule è 2 film in uno perché segue due distinte vicende: quella del protagonista Earl (interpretato da Eastwood) e quella dei personaggi secondari della vicenda (interpretati tra gli altri da Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Dianne West e Andy Garcia). Sul primo versante la narrazione appare spedita: vediamo i vari passaggi che spingono Earl a questa decisione, vediamo le sue avventure ed il ritmo è scadenzato da cartelli che indicano la prima, la seconda e fino alla dodicesima corsa da corriere della droga.

Tutt'attorno (il secondo versante), ruota il mondo: i poliziotti che inseguono un corriere ma che non sospettano possa essere un ingenuo vecchietto. Ma anche i narcos messicani e le loro ville ultracafone e sopratutto i familiari di Earl, che non hanno un buon rapporto col vecchio patriarca (se si esclude la nipote del protagonista) a causa del poco tempo riservato da lui alla famiglia per il lavoro.

Per quanto riguarda dunque la prima parte del film lo spettatore assiste ad un dramma di un uomo che trae la sua forza dal non prendersi troppo sul serio. Alcune battute (politicamente scorrette, come garantisce sempre Eastwood) sono glaciali, valgono il prezzo del biglietto e si prova una sincera apprensione per un personaggio che potrebbe addirittura spingerti a simpatizzare per i cattivi e per i narcotrafficanti.

La parte seconda e tutto ciò che ruota attorno alla vicenda di Earl invece sembra per certi versi ricalcare alcuni aspetti ultradidascalisci, retorici e (ci si permetta il termine) quasi ‘televisivi’ degli ultimi film di Eastwood (American Sniper e Jersey Boys su tutti). Parte del film in cui compaiono numerosi attori di grido ma che non sembrano, però, prendere troppo seriamente i propri ruoli.

Se Fishburne lo vediamo in piccole delimitate scene e perlopiù con la stessa espressione e lo stesso abito (giacca e cravatta), Cooper appare più un attore in ‘gita premio’ e intento ad omaggiare il suo ex regista dei tempi di American Sniper nei giorni liberi dalla lavorazione di A star is born. Per quanto riguarda Andy Garcia, invece, possiamo ben dire che la sua recente filmografia non è stata affatto benevola ed anzi ha palesato la profonda difficoltà dell'attore di origini cubane di collocarsi in un contesto prettamente autoriale. E qui forse è meglio fermarsi, pensando a quali film possono venire in mente.

L'impressione dunque è la seguente: Eastwood avrebbe senz'altro meritato una candidatura agli Oscar come Miglior Attore Protagonista. Perché nel suo Earl ci sta tutto l'Eastwood che conosciamo e che ha dato molto al cinema. Un Eastwood al tempo stesso che per quanto si possa snobbare o trattare con fare schizzinoso, rappresenta gran parte della cultura americana.

Dall'altra parte, invece, vediamo degli aspetti tecnici e di messa in scena che palesano alcuni limiti oggettivi della filmografia dell'Eastwood regista. In primo luogo nel suo essere un cineasta capace sì di raccontare storie, ma non di collocare questa volontà narrativa in un vero e proprio credo cinematografico se non addirittura (ma qui si pecca di ideologismo) in una moderna politica degli autori. Ed in cui (di fronte a narrazioni western universali o a drammi sull'eutanasia) ti viene sempre il dubbio che sì, questo film è stato un'esperienza. Ma cosa può restare infine di tutto ciò? Dove sta il tocco del maestro? E quell'inquadratura unica e caratteristica? E non avrebbe potuto pure farlo qualcun'altro questo film?

Però con The Mule abbiamo gli occhi di Earl. Perché i film di Clint Eastwood, quando ci sta dentro lui come attore, sono tutta un'altra cosa. Alla faccia dell'Actor's Studio, del metodo Stanislavskij e dei detrattori di Rawhide.

3/5
Dopo sette anni Clint Eastwood torna davanti alla macchina da presa in veste di attore. E con "The Mule" si rilancia nell'Olimpo delle star, nonostante dei limiti oggettivi della sua idea di cinema.