Recensione Hollywood: uno spaccato di un mondo che non c’è più

La genesi di un mito

di Livio Ricciardelli

Hollywood che parla di Hollywood appartiene ormai ad un genere a se stante. Accanto al western, al musical e alle pellicole drammatiche, ormai i film “del cinema sul cinema” rappresentano una vera e propria sensibilità a parte, capace di competere quasi a pari livello con gli altri stili cinematografici. Molto lun, in questo senso, l’elenco di pellicole che hanno trattato la storia di Hollywood.

Basti pensare a Viale del Tramonto di Billy Wilder (su una diva caduta in disgrazia a seguito dell’avvento del sonoro), a Cantando sotto la pioggia (sempre sul passaggio muto-sonoro), per poi passare a Gli ultimi fuochi di Elia Kazan o al più recente (e premiato agli Oscar) The Artist di Hazanavicius. L’affermarsi di questo tipo di film ha tra l’altro portato a dei sottogeneri di marca documentaristica, come ben dimostra il recente Scotty and the secret history of Hollywood di Matt Tyrnaeur, quanto mai in grado di mostrare cosa realmente avvenisse dietro un'epoca apparentemente fatta di lustrini e ville principesche a Beverly Hills.

Ora anche le serie si cimentano col genere. E arriva Hollywood di Netflix.

La serie si concentra su un gruppo di personaggi che in maniera del tutto casuale si incontreranno tra loro (aspetto questo di gran lunga di maggior interesse sul versante narrativo). Con al centro, Los Angeles, Hollywood e la Fabbrica dei sogni del cinema nella seconda metà degli anni ’40. Colui che ci trascina all’interno di questa storia è il giovane Jack Castello (interpretato da David Corenswet), reduce di guerra e bellimbusto del Missouri che “dovrebbe sfruttare la sua bellezza” come unico rimedio alla sua scarsa intelligenza. Sogna di diventare un divo del cinema, ma i soldi scarseggiano e nel frattempo la giovane moglie aspetta due gemelli.

Finirà per lavorare presso un’oscura e prezzolata stazione di benzina di Los Angeles, in cui vedrà sfilare varia umanità, la perdizione di una città che sogna troppo ad occhi aperti ed agganci per entrare nei fantomatici studios cinematografici dell’ACE. Attorno a questo mondo fatto di ambizioni e sogni, emerge un’altra Hollywood: quella del ricatto, della sessualità spiccia (perlopiù di carattere omosessuale) e della frustrazione. Attorno a Jack Castello gravitano il giovane regista e sceneggiatore Raymond, lo scrittore di colore Archie e la moglie del capo degli studios Avis.

L’intento della pellicola dunque è raccontare una storia che (per quanto ben congegnata e dalla messa in scena perfetta, soprattutto per quanto concerne abiti e fotografia) ci parli anche di una vicenda molto spesso misconosciuta come quella degli scandali e della promiscuità di Hollywood. La vicenda narrata coinvolge personaggi immaginari che però ogni giorno hanno a che fare con personalità storiche realmente esistite: Vivien Leigh, Irving Thalberg, Rock Hudson, Noel Coward e via dicendo.

I personaggi "fittizi" dovranno rapportarsi con loro, con notti degli Oscar in cui accanto a pellicole realmente esistite (come Barriera Invisibile di Elia Kazan o Grandi Speranze di David Lean) si accostano film mai realizzati ma che vedono al centro della sua creazione i protagonisti di questa serie.

Ne emerge un quadro in cui non tanto “Hollywood sputa sul piatto dove mangia” (anche perché a onor del vero le serialità si prestano ormai da anni a racconti più eterodossi e più “maledetti” rispetto a quelli che oggidì si vedono sul grande schermo), ma in cui ci mostra una storia reale, cruda e nuda come tutte le vicende legate alla "vita reale". Ed in cui soprattutto (forse questo il merito principale della serie) emerge tanta voglia di sfatare tabù e andare oltre un certo cinema puritano e bacchettone tipicamente da vecchio “Studio System”.

La morale del tutto, è l’affermazione del personaggio di Raymond secondo cui i produttori di Hollywood in realtà pur avendo tutto non sono consapevoli del “potere di cui dispongono”. Il potere di anticipare gli eventi, di imporre atteggiamenti e approcci culturali e sdoganare tabù. Nella Hollywood degli anni ’40 veniva considerato assurdo per uno studio cinematografico avere uno sceneggiatore di colore o un’attrice dai caratteri asiatici. Perché alcuni cinema del paese non avrebbero mai proiettato film con caratteristiche del genere.

La serie Hollywood ci mostra pure questo: la voglia di una generazione di scendere a compromessi pur di ottenere il successo, ma anche di sfatare tabù, anticipare mode e influenze culturali. In poche parole: cambiare un paese, anche al costo di cambiare (in certi casi) la storia del cinema.

Nella serie Netflix vediamo in nuova luce la nascita (da molto lontano) della Nuova Hollywood. All'interno di quegli stessi studios che i giovani autori degli anni ''60 volevano combattere in nomi dei sani ideali del neorealismo e della Nouvelle Vague. Uno spaccato di storia che (romanzando il passato) in realtà si pone l'obiettivo anche di parlarci del futuro. 

PS: sarebbe stato perfetto se la serie (anziché Hollywood) si fosse chiama Studio System.

Ma questa, è un'altra storia.

4/5
Ryan Murphy e Ian Bremmer sono gli autori della nuova serie Netflix Hollywood, che sarà visibile dal 1 maggio 2020. Uno spaccato di un mondo che non c’è più, alla genesi di un mito.