Recensione E poi c'è Katherine

Una risata al femminile necessaria

Recensione E poi c'è Katherine
di Aida Picone

“E poi c’è Katherine”, brillante commedia al femminile diretta da Nisha Ganatra, arriverà nelle sale cinematografiche il 12 settembre.

Katherine Newbury (Emma Thompson), è la star di un Late Night Show, inglese d’origine, bella e intelligente, dispotica per natura, ha da sempre puntato ad ottenere il meglio per se stessa, tanto da essere considerata un vero e proprio pilastro della comicità americana. Dopo esser stata accusata, da uno dei suoi dipendenti, di essere una donna che odia le donne, decide ci cambiare completamente rotta imponendo l’obbligatoria assunzione di una donna all’interno del suo staff di autori. Il ruolo, un po’ per fortuna, un po’ per casualità, viene affidato a Molly Patel (Mindy Kaling). Lei ha un background diverso sia dai suoi colleghi, sia rispetto alla stessa Katherine. È di origine indiana, non ha alcuna esperienza nella comicità, se non il fatto che adori ridere, e viene praticamente assunta solo perché rispetta il sesso giusto al momento giusto. La voglia di rivalsa, però, non le manca e sarà l’elemento principale della sua forza; infatti, la voglia di dimostrarsi in grado di svolgere il compito la spingerà a distinguersi dagli altri “Yes men” che finora avevano scritto le battute per lo show. 

Nell’epoca del “me too” o delle "nuove femministe", questo è un film quanto mai necessario. Diretto, scritto, interpretato e prodotto da un cospicuo numero di donne, merita i riflettori per il modo con cui le tematiche di misoginia e di nepotismo vengono trattate. E poi c’è Katherine è un film che con il sorriso ti racconta la verità di un mondo, quello hollywoodiano, che nasconde decisamente fin troppe difficoltà dietro la sua copertina plastificata. Uno degli aspetti degni di nota è sicuramente il rapporto tra Molly e Katherine, due donne decisamente diverse che sono però accomunate dalla stessa determinazione e dalla stessa passione. Rimarcando un po’ la chiave de “Il Diavolo Veste Prada”, la Thompson ricorda nel look un po’ la Streep di quella pellicola, si consolida quel reciproco bisogno dell’altra per proseguire con la propria crescita personale. Non un semplice ricambio generazionale, al contrario, Molly diviene una spinta, una motivazione, per poter tornare ad essere attivi e pungenti come Katherine era da giovane.

Il digitale che incontra l’analogico nel tentativo di svecchiare e di salvare il late night che Katherine conduce, in un mondo che però è ancora fatto troppo dagli uomini bianchi. Due donne che non sono in competizione tra loro, nonostante il loro iniziale astio, ma che si completano con le reciproche esperienze; in un comune senso di sorellanza che riesce a far della verità la propria forza. Le battute che costituiranno la freschezza dello show, ma anche della pellicola in se, sono date proprio da “l’ammissione di colpa”; nel senso che vengono annullati tutti i perbenismi e tutte le maschere che la televisione molte volte manifesta.

Il cast maschile che accompagna queste due donne è di tutto rispetto, la caratterizzazione dei personaggi che ruotano intorno a loro mostrano tanti aspetti della mascolinità che molto spesso vengono ignorati davanti al solito machismo. Si vede come un uomo può essere tale nonostante la malattia o nonostante stia accanto a una donna più forte di lui. Si vede come un uomo possa temere la competizione con una donna perché ne riconosce il genio, qualcosa di sottile che rende però tutti eguali al di la del sesso. 

Il tutto viene sapientemente gestito dal ritmo della narrazione. La commedia si alterna al dramma con semplice eleganza, riuscendo a far apprezzare al pubblico gli umori che vengono portati in scena.

3/5
[b]“E poi c’è Katherine”[/b] è un film che con intelligenza e freschezza porta in scena diverse tematiche legate al mondo del lavoro in generale e allo[i] showbusiness[/i] nel particolare. Gioca su una comicità brillante in grado di far ridere il pubblico con sapienza e intelligenza. I dialoghi e le battute permettono una caratterizzazione credibile dei personaggi, rendendoli in grado di trattare quei pregiudizi che ancora oggi permangono.