Recensione Copia originale

Una cinica visione della realtà

Recensione Copia originale
di Roberto Vicario

Siamo nella New York degli anni ‘90. Un metropoli che sta cambiando i suoi gusti, i suoi stereotipi, e in cui l'apparenza sta diventando qualcosa che a distanza di qualche anno (guardiamoci oggi) diventerà più importante di talento e capacità.

ESSERE O APPARIRE?

In questo incedere culturale Lee Israel è una scrittrice ormai in decadenza. Un volta sulla cresta dell'onda, ma senza mai voler apparire, la biografa viene abbandonata dal suo agente e da un pubblico che non sembra più interessato alla vita di personaggi celebri che non sono da copertina.

Caustica, misantropa e persino poco incline all'igiene, la Israel per pagare l'affitto e mantenere il suo gatto malato decide di mettere il suo enorme talento al servizio della truffa. Venuta a conoscenza dell'enorme traffico di denaro che circola tra i collezionisti di lettere scritte da personaggi famosi, inizia a creare dei falsi sfruttando la sue enormi doti di scrittrice. Presto l'FBI inizierà a sospettare qualcosa.

Copia Originale, diretto da Marielle Heller, è la trasposizione cinematografica di “Can You Ever Forgive me?” biografia scritta dalla stessa Lee Israel nel 2008. Una donna unica, portavoce di un movimento che ha sempre preferito far parlare il proprio talento, più della sua stessa figura.

L'ingrato compito di portare sul grande schermo una figura femminile così complessa e sfaccettata è toccato alla bravissima Melissa McCarthy. Diciamo bravissima perché, uscendo dalla sfera tipica della commedia, compie un'incredibile trasformazione (anche estetica) mostrando agli occhi dello spettatore una componente drammatica finora rimasta in ombra. Una recitazione che valorizza il personaggio della Israel, che riesce a far trasparire l'irrequietezza verso il mondo esterno, ma allo stesso tempo a far sorridere in più di un'occasione.

In tutto questo si incastona perfettamente il rapporto furibondo ma sincero con Jack Hock, l'unica persona che apparentemente riesce a rompere la barriera protettiva della Israel, guadagnandosi la sua fiducia. Interpretato da un Richard E. Grant con perfetto accento inglese, il suo personaggio è il contraltare della Israel: gay, libertino e in grado di godersi la vita. Un duetto che diventa a tutti gli effetti il cuore pulsante della visione e che serve agli sceneggiatori per raccontare le difficoltà di una donna che non vuole accettare il cambiamento, che sceglie di vivere la sua vita secondo le sue regole, fregandosene di quello che impone la società per poter diventare “scrittori famosi”. I due attori trovano un'incredibile sinergia e questo aiuta anche la pellicola a far superare brillantemente un ritmo che è, prevedibilmente, tutt'altro che vivace. Anche perché, sebbene siano coinvolte truffe e FBI, il film ha poco a che spartire con thriller e derivati, puntando con maggiore decisione sulla biopic intimista. Una scelta vincente, dato che la McCarthy si carica sulle spalle un compito difficilissimo, ma allo stesso tempo perfettamente realizzato.

Ci sono tanti messaggi in Copia Originale, tante critiche ad una società e ad alcuni ambienti di lavoro che indubbiamente chiedono di apparire prima ancora di essere. Tutto questo è raccontato con malinconica ironia e sferzante cattiveria. Perché in fondo molti di noi, oggi, possono riconoscersi in quel personaggio così controverso; possono intravedere similitudini che fanno male ma che raccontano con estrema lucidità un 2019 che non è così diverso da quel 1991. Riconoscersi in quella disprezzabile e allo stesso tempo amorevole “ribelle” della Israel, è qualcosa che fa stare bene.

4/5
Copia Originale è uno spaccatto irriverente, intelligente e mai banale sulle enormi differenze che intercorrono tra l'essere e l'apparire. Probabilmente la miglior performance di sempre della McCarthy, che rende il suo personaggio, Lee Israel, così controverso e particolare da riuscire persino a farsi volere bene. Una biopic scritta e diretta con consapevolezza e capacità, che merita di essere vista, fosse solo per gli splendidi dialoghi tra la McCarthy e Grant.