Recensione Itorah: Un’avventura mistica in una terra lontana

Recensione Itorah: Un’avventura mistica in una terra lontana
di Oscar Pettinari

Nahucan è un piccolo paradiso popolato da creature mistiche, in pratica animali antropomorfi che abitano un mondo dove l’umanità sembra scomparsa, o quasi, e dove Itorah, la protagonista, si risveglia alla ricerca di quelle risposte che possono essere trovate solo affrontando un lungo viaggio.

Quel viaggio come al solito irto di pericoli, la narrazione perfetta che serve a sviscerare la classica struttura del romanzo fondante dell’eroe, nel quale noi aldilà dello schermo vestiamo giusto la parte di figuranti attivi con in mano un gamepad e tanta voglia di giocare.

IL MONDO HA BISOGNO DI EROI

Come accennato poc’anzi, Nahucan è un mondo fantastico minacciato da una terribile creatura oscura, munito quasi delle stesse capacità del simbionte marveliano che ormai tutti, anche i non lettori veraci di fumetti, conoscono grazie a Tom Hardy nel film Venom.

Grazie ai suoi tentacoli neri come la notte, questo essere assimila tutto ciò che lo circonda corrompendolo, in pratica impossessandosi delle sue facoltà mentali col fine di renderlo schiavo. Ce ne accorgiamo non solo con i tanti esseri che popolano la fauna di Nahucan, ma anche e soprattutto durante le varie boss fight proposte dal gioco.

Quest’ultimo ha infatti i connotati di un platform metroidvania vecchia scuola, un piacevole classico in cui emergono tutti gli stilemi del genere di riferimento: lo scorrimento bidimensionale acquista spessore grazie alla verticalità degli scenari, elemento che riprende un po’ altri titoli, come Ori ad esempio, in cui l’esplorazione della mappa conta in funzione di quanto il giocatore sente la necessità di potenziare il proprio alter-ego digitale.

IL CLASSICO CHE CI PIACE

Partendo con una base di attacchi semplici, Itorah può nel corso del gioco acquistare nuove interessanti abilità. Niente di nuovo sotto la luce del sole, troviamo infatti il classico doppio salto, gli attacchi caricati necessari a distruggere piattaforme pesanti o, meglio ancora, gli attacchi dall’alto verso il basso necessari a rompere piattaforme sul terreno, così da accedere a nuove zone e/o parare particolari tipologie di danno.

La struttura ludica garantisce comunque un discreto livello di intrattenimento, se vogliamo persino trasversale e adatto ai più giovani, e magari meno impazienti, giocatori che proprio non digeriscono il game over o le sessioni di gameplay troppo difficoltose.

Itorah non propone un livello di sfida eccessivo e, anzi, garantisce appunto la possibilità di affrontare il titolo con una certa leggerezza, vista la presenza di un cospicuo numero di falò (perdonate ormai la terminologia propria dei souls) dove poter salvare, accompagnati dagli altrettanti numerosi checkpoint automatici che il gioco effettuerà automaticamente.

Insomma, il game over propriamente detto non esiste, al massimo si può morire un numero di volte tali a consumare totalmente la barra della vita così da farci ricominciare all’ultimo falò consultato. Le boss fight evolvono insieme alla protagonista, elemento che assicura il giusto divertimento necessario a portare a termine il gioco in una decina di ore.

Ad alimentare il gameplay ci pensano anche degli oggetti extra, non tantissimi, che Itorah potrà utilizzare dal fabbro insieme a dei piccoli diamanti rilasciati dai mostri o dai forzieri, questo al fine di incrementare le barre di vita e stamina, la seconda fondamentale non tanto per sferrare gli attacchi, ma piuttosto per correre e/o effettuare delle scivolate per schivare gli attacchi degli avversari.

E LA STATUETTA VA A …

Diremmo una delle direzioni artistiche più vibranti e colorate del panorama indie. Bisogna infatti sottolineare che Itorah è stato disegnato con una cura certosina, un elemento che emerge da ognuna delle scene visionate durante il nostro gameplay: si è passato infatti dalle foreste lussureggianti ai templi abbandonati, senza dimenticare sotterranei rocciosi e roccaforti completamente incastonate nella lava.

Anche la colonna sonora fa il suo mero lavoro, accompagnando le cutscene nel modo giusto. Quest’ultime risultano forse un po’ lente, questo perché animate con dialoghi non doppiati, perciò un po’ lenti da leggere se non ci si è abituati.