Recensione Daymare 1988:l'horror italiano in salsa anni '90

di Simone Rampazzi

La maggior parte di tutti quelli che, come lo scrivente, frequenta il medium videoludico da almeno venticinque anni, probabilmente avviando sulla propria piattaforma Daymare 1998 forse rammenterà il periodo in cui, su PlayStation, usciva il secondo capitolo di Resident Evil.

I survival horror cominciavano a prendere piede e fama nel catalogo dei videogiochi, diventando praticamente un must da possedere bello in mostra sugli scaffali delle proprie librerie. Il team tutto italiano di Invader Studios sembra aver fatto tesoro di quei tempi, di quei pomeriggi seduti sul divano a provare il brivido di essere braccati da creature non morte, o da esseri demoniaci, armati solo di un tubo di ferro o una pistola d’ordinanza.

Tutto è iniziato dalla demo del remake -non ufficiale- di Resident Evil 2, ma dopo un contatto diretto con Capcom, che li invitò a interrompere la produzione del progetto, Invader Studios cominciò a dar vita ad una IP completamente nuova, chiamata Daymare 1998.

In occasione dell’ultimo aggiornamento rilasciato dagli sviluppatori, abbiamo deciso di dare un’occhiata al gioco a distanza di un anno dall’uscita. Come sarà invecchiato Daymare 1998?

L’IMPORTANZA DELLE FONDAMENTA

La nostra avventura ha inizio a Keen Sight, una cittadina che cela un centro di ricerca dove qualcuno sta compiendo spaventosi esperimenti. Una sostanza chimica sembra infatti in grado di trasformare le persone in zombi assetati di sangue e il nostro compito, interpretando tre alter-ego diversi tra loro a livello di background, è quello di scoprire il complotto alle spalle della vicenda.

Se non avessimo dato un nome alla città che funge da scenario all’intera vicenda, probabilmente la maggioranza dei giocatori più anziani e coriacei potrebbe tranquillamente aver scambiato le premesse con l’incidente di Raccoon City, dove a fare la parte dei cattivi c’erano gli scienziati della Umbrella Corporation. Le sostanze letali ci sono, gli zombi pure, gli specialisti pronti a sopravvivere in questo caos anche, perciò almeno a livello di concept potremmo dire di starci dentro con tutte e due le scarpe.

Nell’equazione comunque qualcosa manca, ma si tratta in maggior misura di piccole sviste che finiscono per rendere il racconto lineare, risolutamente ancorato a quelli che sono gli stilemi del genere trattato. È come fare un viaggio nel viale dei ricordi: il panorama mantiene ognuno degli elementi più belli al proprio posto, d’altronde sono necessari per darti la spinta a procedere oltre, camminando ancora un po’.

Ma dopo aver passeggiato a lungo, mantenendo il carosello fermo su questo scenario ridondante, si corre il rischio di entrare in un loop pericoloso, pronto insomma a farci perdere l’entusiasmo acquistato nelle prime battute.

Alcuni cliché non tardano infatti a mostrarsi, accompagnati dai classici jump scare posizionati ad hoc per fare il loro lavoro, proprio come accadeva alla fine degli anni ’90. La nostra disamina non va vista però totalmente sotto un’ottica negativa: mantenere integra una propria idea senza perdere di vista il punto di partenza resta una scelta encomiabile e coraggiosa, un modo per sviluppare qualcosa di buono che speriamo, in futuro, possa dar vita anche a nuovi progetti sulla base di Daymare 1998.

A distanza di un anno ce lo dimostra anche il corposo aggiornamento pubblicato nel mese di giugno, una volontà necessaria e virtuosa che ha posto gli sviluppatori davanti a un piccolo cambio di rotta, pensato ascoltando i feedback di tutti quei giocatori non proprio appassionati al genere hardcore dei survival horror del periodo.

Non vi è stato un cambiamento radicale, o una semplificazione stucchevole del gioco, ma una modalità ex-novo pensata per rendere il gioco decisamente più accessibile. Al giorno d’oggi potremmo definirla come una vera e propria modalità storia.

FERMATI, PRENDI LA MIRA E SPARA

Quello che fu in passato Resident Evil, con pregi e difetti annessi, ha prodotto delle basi di partenza ottime che Invader Studios ha interpretato al fine di realizzare Daymare 1998, una volontà pensata appositamente col fine di produrre qualcosa di nuovo, non obbligatoriamente ancorato al passato.

Si passa dalle situazioni classiche dove risulta fondamentale valutare l’ambiente e chi lo popola onde evitare di consumare proiettili inutilmente, giacché quest’ultimi sono davvero centellinati nel percorso di gioco (contando la difficoltà classica) insieme agli oggetti curativi.

Sul fronte delle novità, invece, vi è la possibilità di selezionare due tipologie diverse di ricarica delle armi. Una è standard, in pratica si esaurisce il caricatore e si invita subitamente il proprio alter ego a ricaricare lentamente, mentre invece l’altra modalità è più rapida, ma ci costringe a lasciare il caricatore semivuoto a terra per inserirne subito un altro pieno.

Tra l’altro lo stesso caricatore gettato a terra nella foga del momento può essere recuperato, così da ricaricare la propria arma con i proiettili rimasti in una situazione più distesa. Il realismo trasmesso conferisce un feedback altamente positivo per l’esperienza, che in qualche modo finisce anche per eliminare quel concetto di “ricarica compulsiva” utilizzato da moltissimi giocatori appartenenti alla vecchia scuola.

Questa funzionalità si sposa bene con la possibilità di caricare le varie clip con proiettili differenti, un modo come un altro per diversificare l’approccio a seconda delle situazioni in cui ci troviamo. Interessante anche l’utilizzo dell’interfaccia digitale da polso consultabile per gestire l’inventario, una trovata intelligente che cerca di enfatizzare ancora di più il realismo succitato giacché il gioco, mentre la consulteremo, non verrà messo in pausa.

Dimenticatevi dunque quei piacevoli intermezzi delle porte che si aprono facendoci dimenticare chi si trova nell’altra stanza. Sebbene Daymare 1998 porti con sé la verve e la passione degli anni ’90, al contrario la transizione tra un’area e l’altra si è evoluta in favore del realismo.

Anche la disposizione degli enigmi strizza l’occhio ai classici survival horror del periodo, e il mood trasmesso nella ricerca della risoluzione a ognuno di questi regala dei piacevoli momenti malinconici, rievocando le sessioni di gioco di un tempo. Peccato che la nuova modalità permetta addirittura di saltarli.

Il comparto tecnico è migliorato nel corso dell’anno di aggiornamenti rilasciati, diventando decisamente più stabile a differenza della prima release.

7.5
Daymare 1998 in un certo senso ha finito per invecchiare bene. Sebbene l’uscita aveva presentato una certa instabilità sul fronte del comparto tecnico, ad oggi il prodotto si può dire seguito e ben gestito da parte dei ragazzi di Invader Studios, che in qualche modo hanno deciso di accontentare una fetta di videogiocatori non proprio appassionata al genere. Un modo intelligente per ascoltare il pubblico senza snaturare il progetto.