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White Day: A Labyrinth Named School, la recensione del survival horror scolastico di stampo coreano

Un valido esempio del perché non bisogna fermarsi a scuola dopo la campanella

White Day: A Labyrinth Named School, la recensione
di Davide Ambrosiani

In questi giorni è approdato sulle console di nuova generazione White Day: A Labyrinth Named School, adattamento del gioco per mobile del 2015, che era a sua volta un remake del titolo originale risalente al preistorico 2001.

Il gioco è ambientato nella Yeondu High School, una scola sudcoreana dove si è appena trasferito lo studente Lee Hui-min.

Un giorno Lee vede, sulla panchina del parco scolastico, una ragazza alla quale il vento strappa una foto che stava osservando. Presa dal recupero del cimelio, la ragazza dimentica sulla panchina il suo diario personale, così Lee lo raccoglie per riportarglielo. Perché l’operazione di restituzione avvenga in tarda serata non è dato saperlo, sta di fatto che il giocatore prende il controllo di Lee quanto questi entra nella scuola intorno alle 22.30 della sera, scoprendo ben presto di essere bloccato all’interno di uno degli edifici più infestati della storia umana.

White Day: A Labyrinth Named School è prima di tutto un puzzle game. Esplorando l’edificio il giocatore dovrà risolvere diversi enigmi per poter avanzare sia nella trama che all’interno dell’istituto stesso. Molti enigmi sono organici alla trama, per cui la narrazione procede anche attraverso di essi. Inoltre, quasi a voler dividere il gioco in precisi capitoli, ad un certo punto ci si trova ad affrontare degli spettri, delle manifestazioni violente e pericolose che costituiscono non solo dei boss, ma anche il punto di svolta del racconto misterioso di quell’ala della scuola. Se durante l’esplorazione normale il nemico ha la forma di un bidello armato di mazza da baseball che, a quanto pare, ha mandato di massacrare di mazzate gli intrusi, studenti compresi. Durante lo scontro con i boss l’unico avversario vero e proprio è il conto alla rovescia che si materializza sull’angolo dello schermo e che costringe il giocatore a risolvere una serie di enigmi entro quel tempo. Tutto questo per dire che, di base, il gioco non è difficile in termini strettamente ludici. Non servono riflessi particolari o abilità notevoli nella gestione dei movimenti (a parte quanto si viene scoperti dal bidello e bisogna darsi alla fuga, cosa che approfondiamo più avanti e che rientra fra i difetti del gioco).

Si tratta di una cosa positiva, perché permette ai giocatori di poter godere dell’esplorazione, che in White Day: A Labyrinth Named School è l’aspetto meglio riuscito. La Yeondu High School è un luogo davvero misterioso e inquietante, pieno di rumori e sussurri da far accapponare la pelle e con una storia alle spalle che definire tragica è voler sminuire. Da ali dell’edificio usate come ospedale durante la guerra civile, a storie di studenti e professori morti suicidi nel corso degli anni, c’è un sacco di materiale per poter dubitare che il picchiettio sulla finestra alle nostre spalle non è per forza di cose il ramo di un albero. Anche perché gli alberi non piangono mentre bussano sul vetro.

Da amante degli horror ho apprezzato questa trasposizione. Non avendo giocato l’originale, poi, ho avuto anche il plus di vedere tutto per la prima volta. Le diverse storie di fantasmi da collezionare, e i relativi incontri, forse non sono originalissime o particolarmente spaventose, ma il comparto audio molto buono e una grafica semplice ma pulita aiutano White Day: A Labyrinth Named School a costruire l’atmosfera necessaria. Se poi aveste il fegato di giocarlo in cuffia, la sera (magari durante uno dei temporali estivi del periodo), allora tutto il suo potenziale ansiogeno verrebbe valorizzato.

Ad impreziosire ulteriormente un gioco più che dignitoso c’è poi la trama, non complessa, ma che può variare leggermente a seconda delle risposte scelte durante i dialoghi, fino ad ottenere diversi finali e quindi invogliare i giocatori a fare un altro giro di giostra (di per sé il gioco non è molto lungo; siamo sulle cinque ore per completare la storia, che possono diventare sette o otto nel momento in cui si vuole scoprire ogni mistero racchiuso fra le mura della scuola).

Ciò che mette il bastone fra le ruote è il sistema di gestione, basato sul cursore, e gli incontri con il bidello. Il primo è decisamente scomodo nel momento in cui si gioca su pad (la versione provata era quella per Xbox Series X), anche perché spesso è un esercizio inutile, visto che molti dei cassetti e delle ante rivelano spazi vuoti, interattivi per nessun motivo se non quello di dare la sensazione di poter esplorare ogni anfratto.

Il bidello, invece, coprendo il ruolo ormai classico del nemico incontrastabile dal quale si può solo sfuggire, aggiunte un elemento di sfida che da un lato evita di dar forma ad un gioco troppo facile, dall’altro risulta più spesso un fastidio, un rallentamento che non aggiunge nulla all’esperienza. Certo, sentirlo vagare fuori dall’aula in cui ci siamo rifugiati non è simpatico, ma basta stare fermi qualche istante nel buio per sentirlo allontanarsi. Il problema vero, semmai, è quando si viene avvistati e bisogna darsela a gambe. Qui, il sistema di interazione prima descritto non aiuta i giocatori, e mi è capitato più di una volta di venir preso a mazzate perché il cursore a schermo non mi ha permesso di aprire per tempo la porta dell’aula dove nascondermi. Inoltre, vi sono state volte nelle quale, nonostante avessi lasciato il bidello a notevole distanza - se non addirittura in un piano diverso dell’edificio – questi è arrivato alla mia posizione come avesse il GPS acceso, segno che di tanto in tanto l’intelligenza artificiale si è presa qualche libertà di troppo.

Come già detto, l’assenza del bidello forse renderebbe White Day: A Labyrinth Named School troppo facile, ma a mio avviso valorizzerebbe ulteriormente l'aspetto puzzle ed esplorativo – con tutti gli annessi fantasmagorici che si porta dietro. Insomma, renderebbe il gioco ancor di più una specie di antologia interattiva di racconti horror da vivere in prima persona.

Altro difetto da segnalare, che per alcuni potrebbe risultare frustrante, è il sistema di salvataggio. Nonostante il gioco preveda di tanto in tanto dei checkpoint, per salvare in modo definitivo (nel caso si voglia smettere di giocare) bisogna trovare dei pennarelli e recarsi in apposite bacheche. Un po’, per fare un paragone, come i celeberrimi nastri per le macchine da scrivere di Resident Evil. Il problema arriva nel momento in cui questi pennarelli scarseggiano. Durante la mia prova ne ho trovati otto precisi, e ho esplorato abbastanza. Ad un certo punto, dovendo per cause di forza maggiore spegnere, e trovandomi senza pennarelli, ho dovuto accettare il fatto che al mio ritorno mi sarei trovato a dover ripetere una bella porzione di gioco, nonostante in mezzo ci fossero diversi checkpoint. Fortunatamente, la cosa non è stata resa ancor più frustrante da crash o bug, che in White Day: A Labyrinth Named School sono pressoché assenti.

7.5
Nel complesso, anche nel 2022, il lavoro di Sonnori è un passatempo gradevole e ben equilibrato, che mostra la sua reale età solamente per alcune meccaniche e per un comprato grafico non di primo livello – seppur pulito e con alcune chicche che titoli più recenti non hanno. Complimento particolare va al comparto audio, che con le sue musiche minimali e i suoi effetti sonori curati rendono l’atmosfera ancora più gustosa ed efficace. Se solamente fosse stato gestito meglio tutto ciò che riguarda lo scontro diretto con i nemici (che sono comunque pochi), avremmo una perla fra le mani. Così si candida comunque come ottima opzione per il prossimo Halloween, tanto per citare un’occasione dove sarebbe la proverbiale ciliegina sulla torta.