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West Side Story, recensione: Spielberg dirige un adattamento più sporco, più polveroso, più vero

Da maestro del cinema qual è, Steven Spielberg non rimane vittima dell’impegnativo confronto con il film del 1961 diretto da Wise e Robbins, ma riesce a fare una sua versione dell’immortale musical newyorkese.

di Elisa Giudici

Nel 2021 è finalmente riuscito a coronare il suo sogno. Il botteghino per ora è inclemente, ma spesso Spielberg è così efficace e così spiazzante nella sua maestria da venire capito davvero nei suoi intenti e risultati solo anni dopo. Per la sua prima incursione nel mondo del musical sta accadendo quanto già visto per il suo primo e per ora unico film animato. Le avventure di Tintin, snobbato all’epoca dell’uscita dal pubblico, è già considerato un classico e un unicum del genere, ampiamente in traiettoria per diventare un cult.

Per West Side Story il discorso è più complesso perché il film è meno riuscito rispetto a Tintin: ci sono degli oggettivi problemi e delle debolezze non da poco, ma anche degli innegabili punti di forza per un film comunque più che buono. L’aspetto più sorprendente è la maestria con cui Spielberg fa proprio il genere musical e i suoi linguaggi, adattando a questa nicchia quella sua strepitosa capacità di creare ritmo attraverso i movimenti della cinepresa e fluidità nel racconto per immagini, come se non facesse altro da anni. La prova della sua bravura sta nella capacità di far scivolare via senza intoppi un film che supera le due ore e venti di minutaggio.

La maledizione di Tony e Maria

Altro punto di forza della versione 2021 di West Side Story è il cast di comprimari. È da sempre la maledizione dei protagonisti Tony e Maria, messi in ombra da personaggi più carismatici, adulti e complessi che emergono dallo sfondo della storia. Il Bernardo di Spielberg interpretato da David Alvarez è molto più di un semplice bullo, è un pugile che ha un modo contorto ma comunque autentico di amare la sorella, mentre il Riff del 2021 affidato a Mike Faist è un personaggio più sinistro e disperato dell’originale, così come tutti i Jets. I detentori del dramma più profondo stavolta sono loro, i bianchi dimenticati e rigettati dalla stessa nazione che ne ha plasmato l’identità e il razzismo verso i nuovi arrivati portoricani.

Anche Tony sulla carta dovrebbe essere più sfumato e complesso. Non è un ragazzone bianco dal cuore d’oro, è un giovane che per poco non è diventato un assassino che sta tentando di tenersi alla larga dai guai. Uno strano destino, considerando che il suo impeccabile interprete Ansel Elgort è scomparso dalla campagna promozionale del film per delle gravi accuse che gli sono state mosse e che l’hanno reso un paria a Hollywood. La Maria luminosa e tenera di Rachel Zegler si muove con la grazia propria di un’abitante di Broadway, ma non riesce a fornire il contraltare drammatico al suo Tony per far funzionare la storia d’amore alla base del film.

Lo sceneggiatore Tony Kushner, collaboratore fidato e di lungo corso di Spielberg, fallisce nell’importante compito di aggiornare una storia d’amore che già nel 1961 era più simbolica che palpabile e che 60 anni dopo qui sconcerta e irrita per implausibilità. Ad eroi plasmati su calchi shakespeariani possiamo perdonare molto, ma non questo amore inspiegabile e per larga parte inspiegato dal film stesso.

Tony e Maria vengono privati anche della loro canzone più iconica e vibrante, Somewhere, ceduta al personaggio inedito di Rita Moreno, che si conferma il volto e l’anima di questa storia al cinema.

3/5
Steven Spielberg regala al pubblico un gran bel adattamento del musical di West Side Story, senza soccombere nello scomodo confronto con il precedente, celeberrimo film. La trascuratezza con cui gestisce la storia d’amore principale e la tematica politica della gentrificazione frenano il film dall’esprimere il suo pieno potenziale.