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The Sandman, recensione: una grande storia fantasy incappa in un adattamento che non le fa giustizia

Se Sandman si dimostra una visione appassionante è quasi interamente merito della sua storia, tratta da un fumetto che influenzò tutto il comparto negli anni ‘90. Netflix ha per le mani un tesoro, ma non riesce a farlo fruttare.

di Lidia Doardo

Se Sandman funziona è per merito di Neil Gaiman. Non l’autore di oggi, che ha supervisionato personalmente il processo di adattamento della sua opera più famosa e premiata, ma il giovane autore che nel lontano 1989 si vide affidare da DC un personaggio non troppo quotato e lo trasformò in un’icona fantasy e dark degli anni ‘90. Oggi non è semplice capire quale sia stata la portata rivoluzionaria e l’impatto culturale nel mondo del fumetto che ebbero le storie del signore dei Sogni, del Re del Dreaming, regno in cui tutta l’umanità si reca ogni volta che si addormenta. Per dare un dato che aiuta a capire l’importanza di questa serie scritta da Gaiman e illustrata da alcune delle matite e delle chine più iconiche della storia del fumetto statunitense: nel suo periodo di massimo splendore superò e di molto le vendite di Superman, il supereroe più popolare di casa DC.

Difficile, forse anzi impossibile percepire tutto questo in una serie Netflix accolta con un certo entusiasmo dal pubblico, ma più freddamente dalla critica. Non si può dire che la prima stagione di The Sandman sia poco riuscita o noiosa da vedere, ma è difficile non considerarla un fallimento alla luce del materiale di partenza e di cosa sarebbe potuto diventare.

American Gods vs Sandman

A portare avanti la serie, dal primo arco narrativo composto dai primi tre episodi dove conosciamo il protagonista e i suoi tre potenti “strumenti di lavoro”, è la forza della storia originaria, che avvince lo spettatore. Bisogna poi sottolineare come Sandman l’innovatore non abbia più la forza dirompente di quando apparve per la prima volta sugli scaffali delle fumetterie di mezzo mondo. Sono passati più di 30 anni nel frattempo e il filone fantasy ha percorso molta strada da Sandman in poi, trasformando quella storia in un punto di riferimento e di partenza, creandone molti duplicati. Tanti suoi epigoni, ammiratori ed emulatori si sono fatti notare dal grande pubblico riproponendo storie basate sulle stesse premesse, talvolta poi approdate in TV. Lo stesso Gaiman è tornato più tardi su molte delle questioni e delle fascinazioni proposte dal Signore dei sogni con il romanzo American Gods.

American Gods che, appena qualche anno fa, è diventato a sua volta una serie su Starz, con la guida creativa del noto show runner Bryan Fuller. La creatura di Netflix ha la sfortuna di incappare in questo paragone continuo, da cui emerge sistematicamente sconfitta. Anzi, il paragone tra American Gods e The Sandman esplicita con chiarezza tutto quello che non funziona in casa del servizio di streaming a pagamento egemone del momento, capace di sfornare serie molto seguite su base settimanale, ma che hanno un impatto quasi nullo sulla cultura pop, senza mai diventare esperienze di visione memorabili e davvero incisive.

Sin dai primissimi minuti del pilota, The Sandman si dimostra l’ennesima serie Netflix con la medesima fotografia non troppo curata, incapace perfino di distinguere con chiarezza visiva le parti di storia ambientate negli Stati Unti con quelle più tipicamente londinesi. Altalenanti anche gli effetti visivi e speciali, che qua e là lasciano molto a desiderare. Che The Sandman risulti anonimo dal punto di vista visivo e iconografico, essendo l’adattamento di uno dei fumetti più visionari dell’ultimo secolo, è già emblematico di per sé. Anche la regia non aiuta, colpendo lo spettatore con delle scene che sono delle palesi copie carbone di quanto accadeva sulle tavole del fumetto, che però non tengono conto della caratteristiche e delle possibilità del piccolo schermo.

Rappresentazioni queer come gettoni di presenza

Quello che manca, in tutta evidenza, è una conduzione e una scrittura carismatica da parte di uno showrunner che sappia fare sua la storia, attualizzarla, darle un’identità forte e “farle dire qualcosa” di pensato per il piccolo schermo. American Gods è esattamente questo: un adattamento non sempre fedele, che riesce a trarre il meglio dalla sua fonte ma a complicarlo e attualizzarlo, inserendo istanze care allo sceneggiatore capo (l’identità tutt’altro che univoca a livello etnico e sessuale degli Stati Uniti d’America) e trasformando i personaggi quando necessario per farlo. Nel cast di The Sandman però, a partire dal protagonista Tom Sturridge, non ci sono troppe personalità e interpretazioni di spicco. Il signore dei sogni di Sturridge è sicuramente molto somigliante dal punto di vista visivo, ma non ha il potere e la regalità di un re tra le macerie del suo regno. In The Sandman si parla tanto della sua potenza, del suo disinteresse verso sottoposti e umani, della sua pericolosità: si parla appunto, ma l’attore protagonista della storia non lascia impressioni forti dietro di sé.

American Gods invece era ricolmo di attori feticcio di Fuller, di caratteristi capacissimi con tra le mani personaggi stuzzicanti e carismatici, anche nelle parti più risicate e di contorno. Il casting effettuato da Netflix sembra avere come priorità ancora una volta quella di esprimere una sensibilità woke, ovvero attenta ad effettuare i gender swapping e i cambi d’etnie del caso per dare piena visibilità a minoranze scarsamente rappresentate in fatto di etnia e orientamento sessuale. Pur essendo ricchissimo di personaggi queer e non caucasici, The Sandman li ritrae come gettoni di presenza o poco più. Si tratta di una rappresentazione superficialissima, poco identitaria, che nei fatti non ha alcun influsso sulla storia. Difficile non fare ancora una volta il paragone con Bryan Fuller, che dell’identità queer ha fatto una bandiera in tutti i suoi show, apportando modifiche considerevoli a personaggi iconici come Hannibal Lecter in Hannibal di NBC. Modifiche però che elevavano una storia già nota trasformandola in un racconto ancora più appassionante, complesso, contraddittorio. In The Sandman invece tutto avviene da cerimoniale, senza grande impatto suoi personaggi. La componente horror e dark è dunque quasi annullata, la fine dell’episodio spesso prevedibile sin dalle sue premesse.

Si arriva alla fine delle 10 puntate che compongono la prima stagione? Certo, ma solo grazie alla forza di una storia che sia nei cicli più lunghi, sia negli episodi autoconclusivi, avrebbe meritato una trasposizione ben più incisiva e dinamica.

2/5
The Sandman è l’ennesima tappa di una corsa dei grandi servizi streaming a mettere sotto contratto grandi storie già note al pubblico per raggiungere un facile successo momentaneo, senza però l’impegno e la dedizione necessarie per trasformarle in grandi racconti seriali. Una botta narrativa e via, avanti la prossima, consumando e svuotando a velocità supersonica storie e personaggi che hanno significato molto, per tanti. Se dovessi fare una previsione, The Sandman non sarà una delle serie Netflix che citeremo tra 5 anni da oggi.