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Stray: il gatto sul tetto Playstation

di Simone Marcocchi

Sono due gli elementi che dovrebbero contraddistinguere un videogioco: la lore e il protagonista. Stray ha una fortissima personalità su entrambi questi fattori, tanto da stimolare i tanti estimatori (o semplici curiosi) che vogliono capire che gioco sia, ma soprattutto se questo brand abbia da dire qualcosa di nuovo nel panorama videoludico.

CYBERPUNK MIAGOLANTE
Mentre sto scrivendo questa recensione, vi basti solo sapere che questa IP di casa Annapurna Interactive ha già raggiunto il ragguardevole risultato di avere più giocatori in contemporanea online, tanto da averne decretato il miglior lancio tra tutti gli altri titoli dell’editrice americana. Mosso dall’Unreal Engine 4, Stray è cresciuto in quasi sette anni di sviluppo, realizzato da un piccolo team, che ha però trovato la giusta chiave di volta per realizzare un gioco tanto piccolo quanto geniale.

Senza quindi farvi alcuno spoiler, la storia del nostro peloso amico inizia un mattino, come qualsiasi altro, in cui ci si sveglia al sicuro, nella periferia di una città che sicuramente ha piegato la natura con la propria sovrabbondanza di tecnologia, ma mentre si salta e ci si muove tra i canali perde di vista i propri compagni (fratelli?) e s deve così cominciare un viaggio in solitaria per ritrovarli.

Questo espediente è fondamentale, al pari di un protagonista senza memoria, per trovarsi davanti ad un mondo in cui il giocatore deve iniziare a re interpretare praticamente tutto il mondo circostante. Ci si domanda presto infatti dove siano gli umani; che ruolo abbiano i robot antropomorfi ancora in movimento e per quale motivo molti siano disattivati e giacciono a terra; cosa siano le pericolose creature simil-topi da cui dobbiamo scappare; che curiosa tecnologia sia quella che alimenta la bidonville in cui convivono monitor a tubo catodico e avanzati sistemi elettronici.

In tutto questo dovremo trovare la soluzione di piccoli puzzle, il gatto che interpretiamo infatti verrà presto affiancato da un amico-drone che oltre ad avere la parola, che manca al nostro felino, ci aiuterà per la soluzione di alcune quest. Di fatto il tutto è un platform, senza mai esserlo esplicitamente del tutto, con una fisica attenta e da sfruttare alla bisogna, un gioco di analisi delle strutture e di studio delle aree per poter trovare la strada successiva, studiando nel contempo un po’ di storia e conoscendo i personaggi bizzarri che popolano questa realtà. Non è solo ottima l’animazione del nostro protagonista o piacevole la grafica dei luoghi che visita, ma Stray è anche accompagnato da un’ottima colonna sonora, e in un gioco in cui non avrete quasi mai una GUI o un’arma, sarà il cervello l’unico strumento che vi permetterà di giungere alla fine.