Song of Horror: L’horror di Protocol Games sbarca finalmente su console

Song of Horror: L’horror di Protocol Games sbarca finalmente su console
di Simone Rampazzi

Song of Horror è stato uno di quei giochi che ha avuto una gestazione difficile nel corso del suo sviluppo. Se ben ricordate il progetto esordì con due campagne Kickstarter non proprio positive, boccate purtroppo senza raggiungere il risultato del crowdfunding, seguite poi da un timido ma positivo lancio sulla piattaforma Steam con due dei cinque episodi previsti per l’opera, che incuriosirono a tal punto la fanbase di riferimento in cerca di un prodotto che potesse rendere omaggio ai grandi classici del genere.

A distanza di due anni dal progetto iniziale, recensito sulle nostre pagine qui, Song of Horror ha percorso un po’ di strada, affacciandosi oggi sul mercato console grazie a un porting onesto ma non privo delle imperfezioni tecniche che sorsero durante la nostra prova sul campo degli anni scorsi.

INCUBO MUSICALE

Il titolo sviluppato da Protocol Games inizia con un prologo in cui vestiremo i panni di Daniel Noyer, uomo alle dipendenze di una casa editrice che ha dovuto affrontare recentemente una dolorosa separazione dalla moglie, complice la sua dipendenza dall’alcol.

A seguito di una chiamata da parte del proprio capo, quest’ultimo si trova costretto a raggiungere l’abitazione di uno degli autori promossi dalla casa editrice per cui lavora, elemento che si rivelerà il primo di una serie di sfortunati eventi pronti a trasformare la vicenda in un racconto horror in piena regola, accompagnato da tutti quegli elementi cardine che ne contraddistinguono il genere.

Il prologo serve a comprendere l’intero sistema dei comandi scelti per questa avventura in terza persona, nonché tutte le combinazioni di QTE necessari a superare le prove che il titolo ci sottoporrà durante le nostre sessioni di gioco suddivise per i cinque capitoli che compongono Song of Horror. Interessante la scelta degli sviluppatori nel differenziare le diverse difficoltà, con cui affrontare il viaggio, pescando dai nomi altisonanti che compongono l’incredibile rosa di autori del genere di riferimento, impostando come scelta base (sottoforma di consiglio, che ci sentiamo di darvi anche noi) quella che include il permadeath dei personaggi selezionabili a inizio capitolo.

Non esiste infatti un unico protagonista, o un unico alter ego se così vogliamo chiamarlo, ma all’inizio di ogni capitolo ci verrà data la possibilità di scegliere un personaggio da impersonare, munito di particolari caratteristiche personali attive e passive che potremo utilizzare durante l’esplorazione. Alcuni saranno meno soggetti alla paura, quindi manterranno meglio il controllo nelle situazioni più tese, altri potranno invece nascondersi meglio dalle presenze inquietanti che occupano gli scenari scelti per l’occasione.

Il permadeath come scelta artistica è interessante quanto pericolosa, sebbene sembri non proprio integrata naturalmente nell’opera, visto e considerato che una volta perso un personaggio potremo selezionarne un secondo, ritrovando subito segnata sulla mappa la location della morte di quello precedente, necessaria per recuperare gli oggetti persi. Questo elimina un po’ quel senso di paura e smarrimento che avrebbe giovato al titolo, situazione che rende un pelino più “meccanica” l’esperienza a contatto con il gioco.

Anche le fonti di luce in loro possesso sono piuttosto inutili se analizzate con un minimo di senso critico, se non altro perché candele e torce infinite finiscono per smorzare tutte le possibili componenti di tensione necessarie al genere horror. Per fortuna a bilanciare l’equilibrio tra paura e normalità intervengono le morti casuali, o meglio, delle possibilità inserite casualmente nello scenario che ci porteranno a morire senza poter nemmeno tentare un QTE per salvarci.

Per essere più specifici, Song of Horror gioca molto sul comparto audio, un po’ come facevano Remothered o Silent Hill se vogliamo, lasciando quindi al giocatore la possibilità di identificare un pericolo a seconda dei rumori prodotti dalle entità presenti nello scenario. Capiterà quindi spesso di dover origliare dietro una porta prima di aprirla, pena la morte istantanea del nostro personaggio.

In alcuni casi sono le presenze a darci la caccia, creando quei momenti di panico in cui bisognerà cercare un luogo dove nascondersi oppure rimanendo immobili e in silenzio, seguendo il QTE mostrato su schermo al fine di non rimanerci secchi. Tale componente garantisce un minimo di diversità nei vari playthrough del gioco, necessari giusto a sbloccare qualche achievement per gli amanti del completismo al 100%, mentre invece gli oggetti restano nella stessa posizione a prescindere da chi o quando giocherete uno dei cinque capitoli presenti nel titolo.

TANTE IDEE GIUSTE MA…

Se c’è un aspetto di Song of Horror che fa piacere è quello di essere riuscito a pescare intelligentemente dalle controparti di settore, soprattutto i mostri sacri del passato, col fine di creare un prodotto che riuscisse un minimo a farci spremere le meningi per portare a casa il risultato. Gli oggetti sparsi per gli scenari sono collocati abilmente e non sempre sono di facile interazione, soprattutto nel combinarli, e l’unico elemento di aiuto ci viene fornito dalla mappa che ci segna il punto dove sarà presente un enigma.

In molti casi abbiamo dovuto girare più di qualche minuto per trovare la cifratura esatta di qualche combinazione e fa piacere, nel complesso, notare che ci sono tanti file ricercabili nello scenario che possono regalare qualche elemento di lore in più per comprendere chi o cosa sta decimando le povere persone che entrano in contatto con un carillon maledetto.

I pianti dietro ad alcune porte ci hanno ricordato fin troppo bene le esplorazioni di Henry Mason nella scuola di Silent Hill, fattore non da poco soprattutto quando si va ad analizzare un titolo horror che non cerca, fortunatamente, di affidarsi solo ai jump scare per sopravvivere (o definirsi tale). Le ambientazioni sono diverse e ricche di dettagli, sebbene graficamente il gioco lasci un po’ a desiderare sia per comparto di illuminazione, purtroppo molto irregolare, che per il ragdoll dei personaggi, che a volte presentano persino un lip sync errato durante il doppiaggio o un movimento fin troppo pesante e scoordinato durante i cambi di visualizzazione della telecamera (quelli dove vengono invertiti assi x e y).

Insomma, si capisce che la produzione non è quella di un gioco che ha potuto accedere a enormi fonti di denaro per contraddistinguersi, o uscire sul mercato scevro di imperfezioni, elemento che può portare l’utenza a storcere il naso, soprattutto a due anni dall’uscita principale su PC.

7
Song of Horror è un titolo che sembra risentire un po’ del peso degli anni, troppo ancorato a un’idea di survival che probabilmente non tramonterà mai, ma che doveva essere un po’ rivista sia nel comparto narrativo, intrigante nella scrittura, che in quello tecnico, davvero troppo old gen.