Solos, la recensione: il deludente Black Mirror dei (buoni) sentimenti

*Solos sceglie il sentiero della fantascienza e dei brevi monologhi attoriali per raccontare le emozioni basilari dell'essere umano, ma si scontra con i suoi predecessori, decisamente più riusciti e memorabili.*

di Elisa Giudici

Raccontare le emozioni umane, sublimandole in un monologo: questo è l'obiettivo di Solos, la nuova serie Amazon Prime ideata e scritta dallo sceneggiatore e produttore dello scorrettissimo Hunters David Weil. Sette episodi della durata di circa trenta minuti l'uno, sette attori impegnati sul set quasi sempre in solitaria, in quelli che diventano di fatto brevi monologhi fantascientifici. L'incisività rasente la cattiveria che animava la precedente serie Amazon di Weil sulla caccia ai nazisti nascosti negli Stati Uniti però è del tutto sfumata in questo progetto dal taglio più esistenziale e spesso pronta a rifugiarsi nel rassicurante. Gli attori protagonisti della prima stagione mescolano età, sesso, etnie, stardom livello di esperienza e notorietà, con un mix abbastanza variegato: Uzo Aduba, Nicole Beharie, Morgan Freeman, Anne Hathaway, Anthony Mackie, Helen Mirren, Dan Stevens e Constance Wu.

Solos scomoda la fantascienza, ma non sa gestirla

Il primo dubbio riguardante questa serie è la necessità di scomodare la fantascienza e - quelli sì - scomodissimi paragoni con Ai confini della realtà e il più recente Black Mirror. Solos infatti è ambientata in un futuro indefinito, più o meno lontano dal nostro presente, caratterizzato da cambiamenti tecnologici più o meno evidenti. L'impressione è che la componente predittiva e fantascientifica sia un mero pretesto narrativo per dare un twist inaspettato alle storie o per creare una partenza destabilizzante per le stesse. A caratterizzare il futuro di Solos è la sciatteria con cui lo stesso viene concepito: c'è chi tenta di viaggiare nel tempo, chi conversa con una copia perfetta di sé, chi oltrepassa la Luna in una navetta verso l'esplorazione dell'ignoto spaziale...eppure l'umanità sembra ancora incagliata sugli stessi social (rigorosamente citati col proprio nome), senza che tecnologie avveniristiche abbiano impattato in maniera sostanziale sulla vita dei singoli e delle comunità. Vecchie lavatrici a centrifuga, tastiere fisiche, smartphone completamente trasparenti come lastre di vetro, androidi, viaggi spaziali in lussuose navicelle monoposto e assistenti vocali del tutto in grado di sostenere una conversazione naturale convivono come reciproci paradossi. Solos fa il solito uso mercenario della fantascienza, come paravento per dare un po' di verve alle sue storie. La realtà futura che racconta è superficialissima nella sua ideazione.

Se la visione del futuro non è il punto della storia, perché scomodarla? La volontà di apparire raffinati sottolinea ancor più la superficialità di Solos. Perché non sfruttare la natura episodica della serie (come in Black Mirror) per narrare tanti futuri alternativi differenti? Sono i tenui legami che uniscono la gran parte delle storie a denunciare l'incoerenza e le contraddizioni interne dell'ideazione del mondo di Solos.

Un buon interprete può fare (quasi sempre) la differenza

Un mondo creato per raccontare sentimenti e sensazioni costitutive dell'umanità stessa: il trauma, il lutto, la maternità, il rimpianto, il senso di colpa. La brutta notizia è che anche in questo senso Solos fatica: pur durando solo mezz'ora, talvolta l'episodio singolo ha così poco da dire da risultare noioso e inutilmente allungato. Essendo tutto incentrato su un monologo di un singolo interprete, in teoria i punti di forza di Solos sono due: la scrittura e l'interpretazione.

Come già sottolineato, prima è molto altalenante: Anne Hathaway e Morgan Freeman con Leah e Stuart hanno per le mani i copioni di gran lunga migliori, instillando il sospetto che la popolarità dell'interprete abbia influito sulla scelta delle sceneggiature più pregiate. Una storia sciapa come quella propinata ad Anthony Mackie nell'episodio 1 Tom, unita alla sua incapacità di dare una svolta carismatica alla stessa, segnano il fallimento del pilota. Solos si tiene il meglio per la fine, ma sbaglia nel ritenere che lo spettatore arriverà di certo al traguardo, specie se sottoposto a compitini come l'episodio 2 Peg (Helen Mirren) o 4 Sasha (Uzo Aduba).

L'interprete quindi - con la sua popolarità o il suo talento - è cruciale per la riuscita della singola storia, soprattutto quando l'introduzione sia forzatamente lenta o macchinosa per creare artificialmente un po' di suspense. In questo senso l'unico vero episodio degno di nota è il quinto intitolato Jenny, che ha per protagonista una fantastica Costance Wu. L'interprete è abilissima nel rendere naturale un avvio di racconto piuttosto cavilloso e sfrutta al meglio l'unico colpo di scena che ha per le mani.

Amazon ha già una valida alternativa a Solos in catalogo

Amazon stavolta non convince, anzi: stecca. Soprattutto considerando che molte delle tematiche di Solos erano già state affrontate in Tales from the Loop, un'altra produzione Amazon di taglio fantascientifico; un gioiello a cui si fatica a trovare un difetto, profondo, emozionante. Se non l'avete ancora recuperato, fatevi un favore e preferitelo a prodotti senza immaginazione o mordente come Solos.

2/5
Solos percorre strade già battute da serie più ambiziose, immaginifiche, meglio scritte e memorabili di lui. Un riempitivo nemmeno troppo divertente, che ha come punto di forza il fatto di avere episodi molto brevi. Se proprio volete darci un'occhiata, il mio consiglio è di **recuperare il quinto episodio** e poi dare un'occhiata agli ultimi due.