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Recensione Vampire The Masquerade Swansong

Ti darò la scelta che a me non fu mai data … (cit.)

Recensione Vampire The Masquerade Swansong
di Oscar Pettinari

All’inizio pensavo di essere un po’ di parte, soprattutto nella fase introduttiva in cui mi sono avvicinato a Swansong, capitolo addentro al “World of Darkness” tanto rimuginato di Vampire: The Masquerade e spesso male sfruttato dagli sviluppatori delle diverse software house che ci hanno lavorato insieme, tant’è che nella maggior parte delle volte, tranne che per Bloodlines, si è sentito parlare bene di un gioco sui vampiri.

Sembra quasi di assistere a una maledizione ben congeniata, un anatema che si è rafforzato nel tempo, al punto da non dare praticamente scampo a queste creature della notte, purtroppo mal sfruttate e incapaci di arrivare al tanto agognato successo meritato, quello che nel cinema potremmo ben tradurre col “Dracula” di Francis Ford Coppola o con “Intervista col Vampiro” di Neil Jordan, quello in cui capeggiava un giovane Tom Cruise nel pieno della giovinezza, forse ancora incapace di risolvere l’auto complete interview pubblicata su WIRED nel 2017.

Insomma, questi vampiri nel medium videoludico non sembrano proprio vedersela bene, al punto da lasciarci forse un po’ sorpresi e amareggiati durante la run che ci ha portato a completare Vampire The Masquerade – Swansong per carpirne i segreti.

IL MALE È UN PUNTO DI VISTA

L’aspetto probabilmente più interessante dell’ultimo titolo di Big Bad Wolf risiede proprio nella sua ambientazione. Il fascino di Vampire The Masquerade, gioco di ruolo particolarmente amato che ha dato il via a numerose campagne, con persino qualche LARP ai tempi di suo maggior successo, viene portato in auge dalla sua completa fusione con il mondo reale, tant’è che l’immaginario vuole che il prodotto odierno sia ambientato a Boston nel 2019.

Per via di un complotto ben architettato, come solo un buon vampiro è in grado di fare, il Principe della città viene preso di mira, costretto a far scendere in campo una serie di suoi fedeli al fine di scoprire chi, o cosa, si nasconda dietro le macchinazioni che stanno portando il suo regno a un pericoloso e imminente declino.

Grazie a questo escamotage abbiamo il piacere di interpretare tre personaggi diversi, investigatori improvvisati che, in missione per conto del Principe, dovranno scoprire chi sta facendo piombare la città nel caos, il tutto rispettando le rigide regole della Masquerade, la legge vampiresca che si assicura che gli umani non vengano mai a conoscenza dell’esistenza delle creature della notte.

Oltre a questo piccolo incipit, purtroppo il gioco non fa altro per spiegarci la situazione, nientemeno non prova finanche a renderci partecipi di questo universo narrativo complesso e articolato, tranne per qualche voce all’interno di un codex che sono create ad hoc per spiegare, al massimo, quali sono le linee di sangue, chi si occupa di cosa e così via.

Questo si è rivelato essere un fastidioso tallone d’Achille per la produzione, che proprio avanzando all’interno della storia soffre la mancanza di quel fascino necessario ad approfondire la narrazione. Non si sente infatti il reale bisogno di comprendere meglio le cose, ma essenzialmente si interpreta il personaggio di turno, sfruttando i poteri a disposizione con lo scopo di risolvere la scena nel minor tempo possibile.

Sia che si tratti di Emem, di Leysha oppure di Galeb, l’unica cosa che dovremo fare sarà scegliere la tipologia di approccio che vorremo seguire, che spesso purtroppo andrà a uniformarsi per via di un albero abilità fin troppo basico, insomma non realizzato con l’intenzione di incentivare la personalizzazione.

E SE NON VUOI NUTRIRTI…

Al posto di vita e mana, il gioco decide di impostare due diverse valute in gioco, meglio rappresentate dai punti sangue e dai punti volontà: i primi aumentano durante l’utilizzo dei poteri vampirici, ma questo non è un bene, perché raggiunto il valore massimo finiremo per non avere la possibilità di utilizzare alcun nostro potere, mentre i secondi servono per effettuare prove più realistiche, come l’hacking o la deduzione.

Interessanti sulla carta, qualora sviluppati a dovere, qui in Swansong diventano più l’espediente per approfondire la trama e cambiare la natura di qualche dialogo, senza uscire nemmeno troppo dai binari invisibili sui quali corre il videogioco.

Per diminuire la sete basta nutrirsi dell’ultimo scemo del villaggio disponibile per la questione, mettendo in scena un mini-game piuttosto sciocco in cui dovremo tenere premuto un tasto per non consumare interamente il sangue della vittima, finendo così per ucciderlo.

Per il resto, praticamente calma piatta. Non si avverte insomma il senso di caccia, di oppressione o finanche di pericolo che si potrebbe pensare interpretando una razza sovrannaturale all’interno di un mondo che vuole necessariamente evitare di conoscerla, ma piuttosto si finisce per ottenere un feedback piuttosto semplificato di quello che una super creatura sarebbe capace di fare se camminasse in mezzo a noi.

È vero che esistono enigmi con delle risoluzioni inaspettate, come il codice della panic-room presente in una scena, che non è facile sicuramente da scoprire, ma per il resto, davvero, si poteva fare certamente qualche sforzo in più, anche a livello di difficoltà o di scrittura poteri. Forse il massimo lo si sarebbe ottenuto permettendo di scegliere un clan, o magari interpretando più personaggi, ma ammettiamo che in quel caso la scrittura del titolo, trattandosi di un’opera narrativa, avrebbe finito per diventare a dir poco monumentale.

ETERNO DOLORE

Non deve essere facile vivere in eterno senza annoiarsi un po’, ma deve essere ancora peggiore trovarsi in un’ambientazione del genere armati di questo comparto grafico, che sembra non riuscire a reggere il confronto con l’idea che gli sviluppatori avevano in mente quando hanno pubblicato il gioco.

Sembra insomma di avere davanti un prodotto un po’ arretrato, armato di personaggi un po’ legnosi e a tratti inespressivi, perfino qualche volta compenetrati nell’ambiente per quello che vale. A primo acchito sembrano dei Sims usciti dall’omonimo gioco, però interpretati in un prodotto con grafica in terza persona.

Non è tutto da considerarsi un male, soprattutto quando si ascolta il comparto sonoro che restituisce ottime vibes sia nel doppiaggio, rigorosamente in lingua inglese, sia per la colonna sonora, in perfetta linea con l’ambientazione.

Infine, il titolo offre una discreta rigiocabilità per via delle scelte “differenti” che si possono operare in sede di dialogo, sebbene vederne gli effetti richieda del tempo in funzione dei passaggi da operare nei diversi capitoli. Non capiamo la scelta di non poter saltare i dialoghi, o almeno skipparli una volta letto il sottotitolo, elemento che finisce per attivarsi solo quando la scena è stata giocata dall’inizio alla fine almeno la prima volta.

Anche certe cutscene dei combattimenti sembrano troppo abbozzate, un peccato perché si poteva sicuramente fare qualcosa di più al fine di renderle un pochino più fluide e accattivanti.

6,5
Vampire The Masquerade Swansong è insomma un “vorrei ma non posso”, un titolo capace di restituire un buon feedback agli amanti dell’ambientazione, senza però fare un passo più lungo della gamba nei confronti di tutti quelli che non conoscono l’ambientazione. Per quest’ultimi l’operazione diventa più una lettura del codex, a patto che si voglia approfondire un minimo il background per capire chi sono certi vampiri e perché si comportano in tal modo. Come inizio non c’è male, però ancora siamo lontani da quello che può definirsi un titolo al massimo delle sue capacità.