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Recensione The Last Of Us - parte I: Remake o Remaster? E se provassimo a fregarcene?

di Luca Gambino

Se siete tra quelli che son ancora incagliati nel discorso “Ma è un remake o una Remastered”, potete anche smettere di leggere qui. Questa recensione di The Last of Us Parte I esula dal voler dare un giudizio definitivo su temi filosofici da quattro soldi. In pratica: è lo stesso gioco già visto nove anni fa e poi riproposto con un remake su PS4? Si. Vale la pena rigiocarlo? Si.

Anche se le meccaniche non sono state modificate, o se lo sono è una questione di sfumature, è innegabile che rivivere il viaggio formativo di Ellie e Joel con un taglio estetico così realistico non possa che portare innegabili vantaggi al prodotto. Nel “macro” è possibile vedere una quantità di oggetti sullo schermo molto più ricco rispetto a prima. C’è una vegetazione ancora più ricca e rigogliosa, la sensazione che la natura si sia riappropriata dei suoi spazi è ancora più palpabile e ci si sente ancora più “dentro” il gioco.

Nel micro si possono scovare tantissimi dettagli che testimoniano il lavoro immenso fatto su questa versione. L’orologio ormai rotto di Joel, ma che non toglie per ottimi motivi, le lacrime che scorrono sul viso quando soccorre la Sarah, le espressioni facciali che riflettono le sensazioni dei personaggi e restituiscono alla perfezione il dramma dei protagonisti. Queste e tante altre cose vanno a comporre un quadro che arricchisce ancora di più un gameplay che, anche se costruito su un nuovo motore grafico, non cambia la sua natura.

Certo, c’è una nuova IA che dovrebbe rendere le cose leggermente più complesse rispetto a prima, con avversari che cercano di organizzarsi per venirvi a scovare dai vostri rifugi, ma in linea di massima una volta prese le misure con i soliti pattern d’attacco avrete comunque vita facile sui vostri nemici. Rimangono invariati anche i capisaldi del gioco: l’esplorazione degli ambienti, la continua ricerca delle risorse da utilizzare, la volontà di evitare lo scontro diretto ma cercare sempre una soluzione stealth per avere la meglio su nemici generalmente in numero superiore.

Ma, di più, c’è una storia e un dramma che ora riesce a essere coinvolgente come e più di prima, con personaggi che se prima erano “veri” grazie ad una caratterizzazione senza pari, ora lo sono anche in virtù di una imponente mole poligonale, a texture riviste da zero e da animazioni ancora più fluide e realistiche.

Ma The Last of us è un gioco che vive soprattutto grazie ad una narrazione che in a modo suo ha cambiato in qualche modo il modo di fare i videogames. Ha messo sulla scena personaggi la cui interazione cresce nel corso dell’avventura. L’empatia del giocatore nei loro confronti viene continuamente stimolata da dialoghi sempre molto centrati e mai “buttati via”, anche quando ci troviamo di fronte a momenti “di leggerezza”. Tutto è focalizzato nel creare personalità e caratteri di chi abbiamo di fronte, argomentando le scelte fatte sullo schermo in base proprio a questi elementi. E lo fa in modo coerente, quasi convincendo il giocatore con il joypad in mano che quella fatta fosse l’unica soluzione disponibile.

Quello creato da Naughty Dog è un qualcosa che prescinde dal numero di poligoni, dal dettaglio delle texture o da altre questioni di natura tecnica. Varrebbe la pena immergersi in questa avventura anche se il gioco fosse realizzato con un semplice wireframe. Ma qui, al contrario, siamo di fronte a qualcosa che non solo omaggia il gioco originale, ma che a modo suo lo esalta nelle sue naturali carenze tecniche.

E proprio a questo proposito non possiamo esimerci dall'evidenziare che alcune ombre del prodotto originale sono state riversate anche qui. Può capitare, infatti, che la nostra compagna d'avventura risulti quasi "trasparente" ai vostri avversari. Più volte ci è capitato di vederla passare davanti ai nemici senza che questi si accorgessero della sua presenza. Così come alcune volte siamo stati messi nei guai da un altro compagno di viaggio che faceva praticamente di tutto per farsi notare dalle vedette, mandando al diavolo il nostro tentativo di essere stealth. Insomma, in mezzo a tanta magnificenza, aspettatevi anche qualche piccolo scivolone.

Se quindi abbiamo smarcato il punto “vale la pena rigiocarlo? ”, rimane la questione sul prezzo di vendita. Anche se all’interno del gioco è presente “Left Behind”, ovvero il DLC che aggiunge qualcosa al monte ore complessivo (ma che forse si sarebbe potuto anche integrare meglio all’interno del gioco), il prezzo finale del pacchetto potrebbe essere visto da tanti come fin troppo esoso. Da questa parte possiamo dirvi che il prezzo è centrato su quello che il gioco ha da offrire, sia per chi ha giocato il titolo originale e a maggior ragione per chi invece non l’ha mai provato, perché il peso degli anni non si riflette assolutamente sulla sua struttura ludica.  Altrettanto ovvio è che se avete sempre provato una certa indifferenza nel gioco, la versione acchittata a festa non vi farà cambiare idea.

Se quindi siete fan sfegatati della serie a prescindere, procedete pure, quello che vi troverete di fronte è un gioco che non solo vi riporterà alla memoria delle sensazioni che avete già amato, ma riuscirà addirittura ad amplificarle. Se invece reputate che il prezzo "pieno" sia un'offesa alla profondità delle vostre tasche, aspettate e fatelo vostro alla prima occasione. Magari nel frattempo guardatevi attorno e valutate: magari il piatto preparato da Naughty Dog è già fin troppo freddo per voi e non vale il vostro tempo per una seconda run.

9,5
The Last of Us è come un amico a cui il tempo ha regalato più fascino che rughe. E poco importa se la storia che vi racconta è alla fin fine sempre la stessa, perché il modo con cui riesce a intrattenervi è superiore a tutti gli altri. Stephen King dice “E’ la storia, non chi la racconta”, e Naughty Dog lo conferma in pieno. Vi basterà rimettervi ai comandi di Joel per vivere un’avventura devastante, cattiva, sporca e maledetta. Maledettamente bella.