Recensione: Phoenix Point combatte anche su console

I virus e i cambiamenti climatici ora si combattono anche su console

Recensione: Phoenix Point combatte anche su console
di Fabio Fundoni

Cambiamento climatico, disastri ambientali e un virus in grado di mettere in ginocchio l’umanità. Cosa? Tutto già sentito? Si, ok, ma questa volta la situazione è un po’ diversa da quello che potreste immaginarvi. Niente Covid, ma un mondo dove l’innalzamento delle temperature ha portato allo scioglimento dei ghiacci e al risveglio di un virus letale che era ibernato nella calotta polare. Con la rapida evoluzione del virus chiamato Pandora, l’umanità si è ritrovata a combattere contro una minaccia pericolosissima che in breve tempo ha preso il controllo sia di tanti esseri umani che di animali (leggi “granchi”), entrambi resi pericolosissimi ed estremamente aggressivi a causa della contaminazione. Poco tempo e l’umanità si ritrova in ginocchio, costretta a combattere strenuamente per difendere i pochi avamposti rimasti. Parte da qui la nostra avventura, cominciando alla guida di un ristretto manipolo di sopravvissuti per poi spingerci alla ricerca delle giuste risorse e alleanze per riuscire a ridare alla razza umana la sua dignità o, quantomeno, un posto sicuro in cui vivere.

Questo è il plot di Phoenix Point e dopo l’esordio su personal computer nel 2019 eccolo arrivare su console nella sua edizione completa denominata Behemoth Edition, arricchito rispetto all’originale da tutti i DLC usciti in questi due anni e diverse aggiunte che il team di sviluppo ha elaborato grazie ai consigli della community. “Community” è una parola importantissima nella storia del gioco in esame, visto che nasce grazie a una campagna crowdfunding dietro a cui c’è Julian Gollop, producer e designer che in passato ha dato tanto nella creazione di sua maestà Xcom, motivo per cui le antenne degli amanti della strategia a turni si sono subito drizzate davanti al suo nuovo progetto, senza dimenticare che dalla sua fervida creatività è nato anche l’ottimo Chaos Reborn. Così, dopo due anni dalla prima uscita è arrivato il momento anche per i console gamer per saggiare i campi di battaglia studiati dal buon Julian.

Il prologo del gioco ci aiuta a prendere un minimo di dimestichezza con le meccaniche di gameplay visto che, sebbene alla base di tutto ci sia l’idea classica di Xcom (mi raccomando, stiamo sempre parlando dell’originale datato 1994) ci sono diverse innovazioni e davvero tantissimi elementi da tenere sott’occhio. Si parte dalla mappa, ovviamente suddivisa in caselle e dislocata su vari livelli d’altezza, in cui si deve stare particolarmente attenti alla presenza di eventuali edifici o elementi utilizzabili come copertura totale o parziale: banalmente una cassa proteggerà solo la parte inferiore del corpo, mentre un muro ci darà un vantaggio più marcato. I nostri personaggi hanno a disposizione vari punti azione e possono utilizzarli senza vincoli di turno sino all’esaurimento. Ad esempio possono sparare, fare un passo e sparare ancora, a patto di avere una riserva di azioni abbastanza grande. A questi si aggiunge la barra della volontà che calando in base all’andamento della battaglia, porterà a peggiorare le prestazioni sul campo dei singoli soldati. Insomma, oltre alla mera matematica, una variabile non da poco.

Le sorti della battaglia si decidono prima che inizi

Molto interessante la possibilità di selezionare la mira automatica o manuale, dove la prima è il classico colpo di arma da fuoco senza troppi fronzoli, mentre la seconda permette di scegliere che parte del nemico mirare. Si apre un ventaglio di possibilità che inizialmente potrebbero sembrare inutili, visto che alcuni nemici cadranno con pochi colpi, ma andando avanti con il gioco troverete il senso del tutto. Sparare alle gambe di un avversario lo renderà meno veloce, mentre puntare alle braccia (o a qualsiasi cosa ad esse assimilabile) gli impedirà l'utilizzo di attrezzature e via dicendo. Starà a voi cercare di capire il miglior approccio in base a chi vi troverete ad affrontare. Si nota una grande attenzione per la strategia e la tattica, peccato che una volta scesi in campo, gli avversari non abbiano tutta questa premura nei nostri confronti, scegliendo spesso un approccio “a testa bassa” senza curarsi di rimanere scoperti davanti al fuoco nemico. Intendiamoci, il gioco mantiene un alto tasso di sfida, ma va a perdere dal punto di vista della verosimiglianza. 

Tanto combattimento, ma anche tanta gestione prima di scendere in campo. Abbiamo a disposizione una base operativa e la possibilità di esplorare quel che rimane del pianeta terra tramite il nostro velivolo, dando il via a missioni che permetteranno di migliorare le risorse a nostra disposizione. Potremo studiare ogni più piccolo elemento riguardante i nostri soldati, dall’equipaggiamento alla crescita di esperienza, tenendo anche conto che ci troveremo a contatto con le comunità sopravvissute, suddivise in tre gruppi ben distinti, ognuno con la sua filosofia su come portare avanti la razza umana e come porsi verso il virus Pandora. Scegliere con chi schierarsi porterà alcune variazioni nello svolgimento del gioco, cosa che rende Phoenix Point decisamente rigiocabile. Anche qui, però, compare una pecca non da poco, con il design delle mappe che a parte qualche caso, si dimostra poco ispirato e spesso ricicla elementi su vasta scala, dandoci già dopo poche ore un forte senso di “già visto”.

Del punto di vista tecnico, tolto un buon doppiaggio inglese (e gli utilissimi testi in italiano), grafica e sonoro non eccellono, ma nemmeno deludono, restando a livelli fruibili per un titolo di questo genere. Il vero problema di Phoenix Point è legato sia all’interfaccia abbastanza caotica, sia alla conversione dei controlli che, su console, risultano estremamente scomodi. Gli elementi da tenere sotto controllo sono davvero tanti e questo è un bene per un impianto strategico/gestionale, ma l’accessibilità a azioni e opzioni è davvero poco intuitiva, portandoci anche dopo decine di ore di gioco a fare più fatica del dovuto per riuscire a compiere l’azione desiderata. Sappiamo perfettamente quanto sia complicato trasportare un gameplay basato su tastiera e mouse in un mondo fatto di controller, ma con Phoenix Point il risultato è stato peggiore rispetto a quanto ci si potesse aspettare.  l’ultima fatica di Gollop si rivela un titolo con molti spunti interessanti che dovrebbe essere tenuto da conto dagli amanti della strategia, soprattutto se disposti a scendere a patti con alcune evidenti lacune.