Recensione Call of Duty Black Ops: Cold War - Il ponte delle Spie

Tiscali GameSurf

Il primo Call of Duty cross gen riporta in auge una delle saghe interne alla quasi ventennale serie Activision: Black Ops. Una saga a cui piace giocare con il tempo, perché nel corso di questi anni è riuscita a portarci avanti e indietro con la storia, permettendoci di assistere a fatti realmente accaduti nelle “guerre sporche” degli anni ’60, fino a dare un’occhiata a quelli che potrebbero essere gli scontri bellici del futuro, tra armature sofisticatissime e guerre spaziali.

Per questa sua nuova uscita, però, Treyarch non ha saputo resistere al fascino della Guerra Fredda, riportandoci quindi in piena era reganiana, quando il conflitto a distanza tra le due superpotenze mondiali raggiunse il culmine e un pericoloso punto di non ritorno. L’annuale appuntamento con Call of Duty ci permette di vestire quindi i panni della super spia, mettendoci al centro di intrighi internazionali, complotti di altissimo profilo, sotto il diretto controllo del presidente degli Stati Uniti, che avremo modo di incontrare direttamente nel corso delle nostre missioni.

Fin dall’inizio del gioco saremo chiamati a definire le qualità del nostro agente segreto, scegliendo tra diversi profili che andranno a definire alcune delle nostre caratteristiche peculiari. Essere “paranoico”, per esempio, velocizzerà la nostra propensione a impugnare l’arma e mirare il nemico, mentre quello “affidabile”, potrà trasportare con sé più munizioni. Ovviamente le caratteristiche del vostro profilo andranno a modificare il vostro modo di affrontare il gioco, per cui prestate attenzione in fase di scelta.

E dobbiamo dire che le missioni in single player di Black Ops, per quanto portino in DNA classico di Call of Duty, riescono a essere avvincenti e credibili, capaci di alternare ai classici momenti di “machismo armato”, altri in cui è richiesta la tipica attitudine da consumata spia. Tra missioni sotto copertura e quelle dove è richiesto di non allertare i nostri avversari, saranno molti i momenti in cui dovremo riporre le armi e cercare di agire d’astuzia.

Più in generale, è proprio la struttura delle missioni a conoscere nuova vita, tra la ricerca di possibili indizi utili per la soluzione della missione principale, e le possibili ramificazioni della trama, dipendente dalle scelte che il giocatore farà in determinati momenti del gioco. Scegliere di uccidere un avversario senza prima averlo interrogato adeguatamente, o salvare un personaggio da morte certa potrebbero avere delle pesanti ripercussioni nel prosieguo del nostro operato, e le conseguenze potrebbero essere pesanti.

Il tutto legato dai soliti filmati d’intermezzo che aiutano a calarsi ancora maggiormente nella parte e a dare a questo intrigato gioco di spie un contesto ancora più profondo e radicato addirittura nella guerra del Vietnam, di cui saremo chiamati a giocare un’intera missione. E Treyarch si dimostra maestra nell’orchestrare questi continui balzi avanti e indietro nel tempo con assoluta efficacia, traghettando il giocatore all’interno di una storia ben raccontata, piena di colpi di scena e davvero piacevole da seguire.

C’è un “però”, arrivati alla fine di questi meritati complimenti. E questo “però” è la vostra voglia di scendere a patti con il gunfight classico della serie. La progressione nelle missioni giocate "armi in pugno" hanno più o meno tutte lo stesso sapore e molto spesso è fin troppo chiara l’intelaiatura del gioco, che ci riversa addosso fiumane di avversari pronti a essere fatti fuori da un arsenale non così ricco come in altre occasioni, ma comunque più che adeguato allo scopo. Ed è forse questa l’unica pecca che troviamo ad un gioco capace di proporre anche missioni secondarie, che ampliano e arricchiscono la trama principale, o la raccolta di indizi utili per scoprire fin nel profondo le intricate operazioni avversarie.

Se però siete tra quelli che non disdegnano questo genere di gameplay, Call of Duty è capace di regalare le solite 6/7 ore (dipende da quanto tempo impiegate nel raccogliere indizi o a concentrarvi sulle missioni secondarie) di frenetico divertimento, prima di buttarvi su un multiplayer che sembra essere quasi la diretta conseguenza dell’incredibile successo di Warzone. E’ indubbio che Activision abbia voluto cercare di avvicinare i due mondi, in attesa che questi in qualche modo si possano “fondere” e non vivere in due universi completamente separati. Ad ogni modo, come sempre, il versante multiplayer di Call of Duty è sempre capace di prendere di peso il giocatore, anche quello più casual, e trascinarlo in un gameplay frenetico e carico di elementi premianti che riescono a convincerlo a spendere sempre più tempo alla ricerca di un miglioramento delle prestazioni. E non tutti sono capaci di essere così attrattivi.

Sul versante tecnico Cold War mostra tutte le luci e le ombre di un gioco cross generazionale: sicuramente è un bel guardare, intendiamoci, ma siamo lontani da quell’effetto “spaccamascella” che ci attendiamo da un gioco next-gen. Però dobbiamo dire che pur non eccellendo, Treyarch è riuscita a confezionare un prodotto capace di portare il giocatore al centro di una spy story davvero ben orchestrata e credibile in tutte le sue parti, portando al contempo tante piccole novità che potrebbero rappresentare uno spunto interessante per i Call of Duty del futuro.

8.5
Cold War è un ottimo capitolo della saga Black Ops, forse uno dei migliori della saga. Trama e sceneggiatura sono a ottimi livelli e la frenesia classica del gameplay è mitigata in diversi passaggi dalla necessità di un atteggiamento meno “smargiasso”, il che impone cambi di ritmo che spezzano la monotonia. Peccato per un comparto tecnico che mostra i classici limiti di un prodotto a metà tra le due generazioni, riuscendo comunque a mostrare un quadro estetico di ottimo livello, senza però riuscire a impressionare. Con Call of Duty siamo alle solite: se amate la saga, qui c’è di che divertirsi. Se non digerite la sua essenza di gioco mordi e fuggi e sul singolo e “long form” sul multy, allora girate al largo.