Recensione A Quiet Place 2: Il mondo è ancora in silenzio

Dopo l'ottimo successo del film d'esordio John Krasinski ritorna sulla sua creatura originale fuggendo dal banale "Più grande è più bello"

di Aida Picone

L’era pandemica ha dato una grossa stoccata alla sala cinematografica e tra i film che sono stati rimandati a data da destinarsi vi era anche “A Quiet Place II”. Il film è stato proiettato in anteprima a New York, l’8 Marzo del 2020; la data di uscita italiana era, invece, prevista per il 16 aprile dello stesso anno. Ma come tutti ricordiamo, marzo 2020 ha segnato un punto di non ritorno e l’inizio del calvario tra zone rosse e gialle. Dopo vari rimandi, finalmente, si è arrivati ad un’uscita definitiva per le sale americane, fatturando in sole tre settimane più di 100 milioni. Per sapere, invece, quanto la sala italiana gioverà di questa pellicola non resta far altro che aspettare il 28 maggio 2021.

Rinfreschiamoci un po’ la memoria: A Quiet Place è arrivato sul grande schermo nel 2018, e da quando è stato annunciato un secondo volume vi è stata una trepidante attesa. Aveva riscosso un notevole successo la pellicola diretta da John Krasinski che, già in quel caso, aveva dimostrato una saggezza narrativa da non sottovalutare. Anche perchè, quando si crea un secondo capitolo di una storia che ha avuto un così grande successo, se non si muovono le corde giuste si rischia di eccedere nel solito cliché del “più grande è migliore”. Un’eccesso che qui, fortunatamente, non troviamo; al contrario, viene rispettata la scelta “minimal” che era stata già adoperata nel primo capitolo sulla sopravvivenza della famiglia Abbott. Il mondo post invasione che abbiamo avuto modo di conoscere, dunque, viene arricchito dagli eventi che si svolgeranno in questa pellicola. Lo spettatore viene accolto da così tanti suoni da essere quasi destabilizzante, considerato il mondo che avevamo lasciato. La narrazione del primo film ci aveva abituato al silenzio, al posto tranquillo nella quale una donna presa dalle doglie doveva cercare di fare il minimo rumore possibile e un neonato doveva essere chiuso all’interno di una cassa di legno per non far udire il suo pianto.

A Quiet Place II si frappone come quasi un midquel, perché John Krasinski (co-sceneggiatore, regista e interprete della pellicola) non solo ha deciso di riprendere la narrazione li dove era stata interrotta, ma cerca di contestualizzare quel mondo e di introdurre un nuovo e fondamentale personaggio: quello di Emmett (Cillian Murphy). Riporta, così, la famiglia Abbott alla tranquillità che aveva preceduto la tempesta, mostrandoci una quotidianità nella quale tutti i suoi membri sono ancora vivi e passano il tempo tra risate, divertimenti e convivialità. Emmett, infatti, non è altro che un vicino di casa, un amico, che non hanno visto per tanto tempo e che forse lo stesso Lee aveva creduto perduto come il resto degli abitanti della città.

Dopo questo flashback che fa da prologo e introduzione agli eventi che si susseguiranno, si apre la vera narrazione del film, riportando lo spettatore al 474° giorno dall’invasione aliena. Giorno in cui, Evelyn (Emily Blunt) deve cercare di salvare il salvabile dopo aver nuovamente imbracciato il fucile e chiuso il neonato Abbott all’intero della sua scatola insonorizzata.

Al contrario di quanto avvenuto col primo film, la narrazione segue due linee ben distinte, ma che continuamente vengono rimandate l’una alle altre grazie ai parallelismi che vengono riportati in scena. Proprio per poter cercare di giocare col ritmo della narrazione, infatti, lo spettatore si ritroverà più volte a trattenere il fiato sospeso per conoscere i differenti destini che i protagonisti dovranno affrontare. Senza fare spoiler, è interessate proprio la visione di insieme che Krasinski dimostra di avere con questo film perché, appunto, da la possibilità di conoscere e di legarsi alle storie dei vari personaggi usando punti di vista differenti che riescono a dare una più ampia visione degli eventi. Non esiste un narratore unico, non esiste un eroe unico, ma in realtà sono tutte tessere di un unico puzzle che molto spesso si muove in sincronia nonostante la distanza fisica. È apprezzabile questa attenzione ai dettagli, perché riesce a costituire un elemento emozionale molto forte. La paura, in questo horror, non viene data dai mostri in sé, ma viene costruita dal ritmo con cui la storia procede. L’assenza di suono, nella maggior parte delle scene, gioca con l’emotività dello spettatore, creando quegli attimi di stasi che poi vengono perfettamente rotti nel momento in cui il pericolo è tangibile.

L’elemento centrale, dunque, diviene l’assenza declinata nelle sue diverse forme: l’assenza di coraggio, l’assenza di suono, l’assenza di umanità. Tutti elementi che sono riconducibili a fattori più o meno fisici all’interno della scena. Basti pensare a quanto questo film, nonostante abbia alla base l’idea della necessità di  assenza di suoni, ne sia pieno tanto da inebriare i sensi e appunto costituire quell’elemento in grado di giocare con l’emotività dello spettatore. La colonna sonora, insieme alla recitazione degli attori, è infatti una delle cose che impatta maggiormente nella struttura della narrazione perché fornisce quell’elemento emozionale fondamentale per poter riuscire a percepire il pericolo che sentono sulla pelle i nostri protagonisti. L’assenza delle parole, invece, è essenziale e mostra il reale talento da sceneggiatore di Krasinski che, del resto, aveva già mostrato di possedere proprio con il primo film.

Non a caso, il regista, marito della Blunt, opera una scelta decisamente intelligente: quella di non lasciare la salvezza nelle mani di Evelyn Abbott. Abbiamo avuto modo di vedere la sua forza e la sua resilienza nel primo film, ma sarebbe stato molto forzato vedere una madre ergersi come un soldato pronto a salvare la patria. Non che qui passi in secondo piano la sua determinazione, ma al contrario continua a mostrare la sua tempra mostrandosi forte e fragile allo stesso tempo. Non le viene lasciato il tempo di poter elaborare l’ennesima perdita e continua a vivere sulla sua pelle la paura di perdere ancora un affetto. Si avverte il pericolo attraverso i suoi occhi, si avverte l’impotenza e la necessità di dover cercare la soluzione più pratica per poter cercare di mantenere in vita i propri figli. Qui, tra tutti, si erge la forza dei due figli maggiori, in particolare quella di Regan Abbott (Millicent Simmonds) che, decisa e temeraria come lo era il padre, decide di proseguire da sola per la sua strada così da poter trovare la soluzione più pratica per mettere in funzione il suo impianto cocleare, unico scudo contro la razza aliena. Lasciare le redini ai figli, mostrare il loro istinto di sopravvivenza, farsi sopraffare quando non si riesce a trovare una soluzione, riesce sicuramente a dare una grande umanità ai personaggi; permettendo di poter entrare in simbiosi con loro e le loro preoccupazioni. Un’umanità che si contrappone alla mancanza mostrata dagli altri sopravvissuti.

A Quiet Place II è una chicca per gli amanti dell’orrore, non spinge a far saltare sulla poltrona - anche se ci riesce in più di un’occasione -, ma cerca di far emozionare il suo pubblico giocando proprio con l’umanità dei suoi personaggi. Ci si preoccupa per loro e automaticamente ci si spaventa in un modo molto più profondo di quanto possa avvenire con i Jump Scare. È un film che riesce nel suo intendo e continua a forgiare le basi per un suo universo. Krasinski non eccede, si muove con equilibrio sia nella forma che nella realizzazione, non alterando ciò che aveva creato, ma amplificando, spingendo lo spettatore ad ulteriori dubbi una volta uscito dalla sala.

4/5
A Quiet Place 2 è una di quelle pellicole che non ha bisogno dei classici e oltre modo sfruttati “spiegoni narrativi”, non è necessario che siano le parole dei protagonisti a raccontare il mondo di a quiet place, lasciando il compito al sapiente utilizzo delle immagini volute dallo stesso regista. I dettagli fanno la differenza e questo rende questa duologia completa, nonostante resti aperta a ulteriori indagini e approfondimenti.