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Lightyear, la recensione: la Pixar in versione action conquista

La “vera” storia di Buzz Lightyear si muove a metà tra Gli Incredibili e Top Gun: Maverick, con un film di routine molto ben eseguito, che dà soddisfazioni.

di Lidia Doardo

Lightyear - La vera storia di Buzz non è quel film Pixar capace di espandere gli orizzonti cinefili e filosofici di chi è seduto in sala. Non è sperimentale, non è ardito, non riserva enormi sorprese (anzi, il suo colpo di scena principale è piuttosto prevedibile). È un Pixar estivo, fatto un po’ per ragioni di franchise un po’ perché non si può sempre rivoluzionare il mondo, con ogni progetto.

Un lungometraggio, ricordiamolo, pomo della discordia tra dirigenza manageriale e creativa, con tanto di denuncia pubblica di censure subite e poi reintegrazione dei passaggi incriminati. Pixar dunque non ha le mani libere quanto vorrebbe e proprio per questo film ha deciso di rompere il silenzio e rendere il pubblico partecipe delle pressioni che subisce dietro le quinte dall’ala più conservatrice del colosso dell’intrattenimento.

Se proprio quindi Pixar deve sottostare a parole come branding, franchise, crossmedialità, spin-off tanto care al management Disney, se proprio deve tornare su territori amatissimi e molto preziosi anche a livello emotivo -quella pietra miliare che è Toy Story - lo fa con impegno, passione, attenzione. In Lightyear Pixar dimostra una marcia in più di seguiti e costole come Monster University, Finding Dory e i seguiti di Cars, così come si era sforzata enormemente per fare in modo che il terzo film di Toy Story non fosse abissalmente inferiore ai primi due.

Lightyear ha un solo difetto

A ben vedere la pellicola ha due punti deboli, uno dei quali condonabile. Il primo è che non è esattamente un film sorprendente, almeno a livello di trama. Lightyear infatti si rifà a molti concetti della fantascienza classica (ipervelocità e la distorsione del tempo da essa causata) e quindi conoscendone un po’ le basi non è difficile capire dove voglia andare a parare.

Non è davvero un film sottile, anzi. Già nell’introduzione alla pellicola ci viene detto con molta insistenza quale sia il cruccio del protagonista Buzz, uno space ranger incaricato di esplorare ogni pianeta su cui atterri “la Rapa”, gigantesca nave spaziale di forma tondeggiante impegnata in una non meglio specificata missione spaziale.

Buzz si fida solo del capitano Hawthorne (Uzo Aduba) e della sua esperienza: non ama avere cadetti intorno, non si fida degli altri, umani o intelligenze artificiali che siano. Non è il primo film che Pixar dedica a “decostruire” le sicurezze granitiche di un maschio bianco dedito al lavoro e dimentico della propria vita personale, che deve imparare ad ammettere e convivere con i propri errori, ma forse è il più esplicito in questo senso. Il punto di Lightyear è seguire Buzz, capire quanto il suo atteggiamento sia dannoso anche per lui ma soprattutto quanto sia difficile cambiare, anche una volta aperti gli occhi. In alcuni passaggi il film è più brillante (quando a un personaggio molto diverso da Buzz tocca ammettere che convivere con i propri errori è difficile per tutti, non solo per il protagonista), in altri è più banale (tutte le conclusioni riguardanti il cattivo Zorg).

Molto action, ancor più fantascienza

Questo è un difetto più che condonabile di fronte a un film con uno spiccato taglio action, che guarda caso condivide tantissimi temi e alcune scene con un certo Top Gun: Maverick. È bello vedere come Pixar abbracci il genere action e quello fantascientifico con convinzione, con un mix ben calibrato di influenze e uno spazio più limitato del solito per i discorsi familiari. C’è un po’ di Star Wars, tanto Star Trek, una spruzzata persino di Christopher Nolan: un mix molto fantascientifico, stemperato da un’ottima comicità e da un personaggio tanto piacione quanto irresistibile: Sox. Il gatto-robot-terapista tutto sommato è il solito “ricatto emotivo” delle spalle coccolose che aiutano a vendere gadget dei film Disney, ma ruba la scena a tutti e infila una serie di sequenze davvero riuscite a livello comico ed emotivo.

Lightyear: così 2022

Il secondo difetto è meno visibile, ma non ho potuto fare a meno di pensare che fosse una sorta di errore, un tradimento. Si tratta di un concetto: Lightyear dovrebbe essere (condizionale obbligatorio) il film a cui è ispirata la serie di giocattoli di Buzz, la pellicola che il ragazzino protagonista di Toy Story amava negli anni ‘90 e per cui ha chiesto ai genitori di avere in regalo l’action figure del protagonista. Una premessa ribadita da alcune righe di testo a inizio film ma per nulla credibile, anzi, quasi fastidiosa: Lightyear non potrebbe essere più figlio del 2022 e del sentimento dell’ala progressista statunitense più di così.

Fatico a pensare a un film che metta come diretto superiore - lavorativo e morale - una donna afroamericana e per giunta lesbica all’eroe bianco protagonista, a cui viene rimproverata proprio la sua completa, assoluta dedizione all’efficienza e alla produttività lavorativa a discapito della propria vita emotiva e affettiva. Lightyear ha come vero eroe la protagonista Hawthorne e come morale non il raggiungimento di un obiettivo, ma la capacità di vedere in ogni imprevisto la possibilità di cambiamento. “Eroico” per Lightyear significa “vivere una vita piena con i propri affetti, senza rimpiangere ciò che è perduto”, non “sacrificarsi per gli altri, per la missione”.

Sox poi è un’adorabile proxy per un terapista: Pixar da tempo crea nei suoi film piccoli spazi di “analisi”, in cui i propri protagonisti possano riconoscere e venire a patti con le proprie emozioni negative, i lutti, gli errori. Sono tematiche attualissime figlie del sentito di una certa parte di America, a cui un’altra parte uguale e opposta fa attivamente e tenacemente resistenza.

Sarebbe stato molto più difficile, e tutto sommato molto, molto più stimolante e coerente, tentare di passare messaggi e fare riflessioni a partire da una vera parvenza di cinematografia anni ‘90. Non solo per una questione di coerenza, ma anche perché, tutto sommato, Lightyear è molto indulgente verso i suoi creatori.

3/5
Un Pixar estivo ma mai mercenario e tutt’altro che riempitivo, che sa rendere al meglio la componente action spiccata e le venature fantascientifiche della storia. Insegue così palesemente i suoi messaggi però da risultare molto, molto prevedibile. Sox è un personaggio strepitoso.