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House of Gucci, recensione: da Gaga a Gucci, l'Italia vista dall'America lascia spiazzati

L'antefatto del celebre e incredibile omicidio di Maurizio Gucci viene trasformato in una complessa e sofferta storia d'amore nel film sulla dinastia Gucci di Ridley Scott.

di Elisa Giudici

Padre, figlio e casa Gucci: l'iconica battuta di Lady Gaga (si dice improvvisata sul set) in cui la popstar e attrice si fa il segno della croce sostituendo la griffe di moda allo Spirito Santo è lo stato d'animo con cui va affrontato un film con alti e bassi da capogiro.

A discolpa di Ridley Scott - inarrestabile regista che quest'anno aveva già diretto The Last Duel - bisogna riconoscere che ancora una volta la sua direzione sa donare le giuste nuance e un discreto carattere alla pellicola che racconta gli ultimi anni neri del sogno dinastico toscano dei Gucci. Rispetto al film presentato a Venezia e ambientato tra i cavalieri medioevali francesi però, il lunghissimo ritratto della dinastia Gucci (ben 165 minuti di minutaggio) inciampa spesso in scene che girano a vuoto e perdono il ritmo. Per nostra fortuna la vicenda raccontata è così incredibile, così pazzesca e sopra le righe che basta da sola a tenere alta l'attenzione dello spettatore.

La trama di House of Gucci

Basandosi su un libro che romanza e reinventa la vicenda storica e giudiziaria originale, House of Gucci racconta gli ultimi anni del marchio Gucci nella mani degli eredi della dinastia toscana della moda, mettendo al centro l'amore complesso e contorto tra il suo rampollo Maurizio Gucci (Adam Driver) e la carismatica e ambigua Patrizia Reggiani (Lady Gaga). Come notorio, la donna avrà un ruolo cruciale nell'omicidio del capo della maison. Il film ripercorre la loro storia d'amore dal primo incontro a una festa fino al burrascoso divorzio, alternandola alle complesse macchinazioni societarie con cui i vari eredi del casato tentano di rubarsi a vicenda le redini del potere della maison di pelletteria e moda. Due generazioni si danno battaglia: i padri Rodolfo (Jeremy Irons) e Aldo (Al Pacino) si incontrano e scontrano con le ambizioni dei figli Maurizio e Paolo (Jared Leto). Il centro della scena però lo occupa lei, Patrizia: bella e arrivista, la donna ha un'estrazione sociale molto più modesta dei Gucci, ma si dimostra al loro livello per ambizione, sete di potere e sotterfugi per ottenerlo.

Passionari e animaleschi: gli italiani secondo House of Gucci

Impossibile non partire da questo punto di vista nostrano, riflettendo sul ritratto che questo film da non di italoamericani a New York, bensì di un'italianissima dinastia economica italiana. Il doppiaggio può solo che giovare all'esperienza di visione di un film in cui, per ragioni tutte da spiegare, gli interpreti si ostinano a calcare un inglese con forti inflessioni italoamericane, quando poi i Gucci parlavano italiano in famiglia. Ad essere particolarmente irritante è la dizione adottata da Jared Leto, che ricorda fastidiosamente per volume, tono e accento quella di Super Mario nei primi giochi Nintendo. Qua e là i personaggi (e quello di Patrizia in particolare) inseriscono frasi in italiano pronunciate non senza un po' di difficoltà: viene da chiedersi perché si sia adottato un approccio linguistico tanto confusionario, quando un inglese senza inflessioni sarebbe stato più che sufficiente.

Non manca un po' di vecchio stereotipo duro a morire sugli italiani. Patrizia per esempio è una donna sessualmente molto intraprendente, che usa il suo corpo per distrarre e manipolare il marito. Negli intercorsi tra i due si esaspera una cerca componente animalesca dell'amplesso, che insieme agli scoppi di rabbia e a un approccio disinvolto al fisco italiano costituiscono il solito pacchetto di stereotipi.

Promossi e bocciati in House of Gucci

Niente però può prepararvi allo scempio che Jared Leto fa del personaggio di Paolo Gucci, figlio di Aldo e cugino di Maurizio. Posto che l'aspetto dell'uomo nel film è lontanissimo da quello ritratto nelle foto e nei filmati dell'epoca, la recitazione di Jared Leto sfiora vette di ridicolo raramente viste al cinema per eccesso, macchiettismo, nonsense, esagerazione. Di gran lunga la peggior performance vista quest'anno: imbarazzante.

Non bisogna però dimenticare che dall'altro lato dello spettro ci sono attori che danno ottime performance: il sempre stellare Adam Driver, Al Pacino che riesce ad essere eccessivo senza scadere nella macchietta, ma soprattutto un Jeremy Irons sottile ma potente. Lady Gaga si colloca nel mezzo, con passaggi più forzati e battute incisive e ben recitate: quel che è certo è che ci mette tutta sé stessa.