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Hidden Deep – Recensione Early Access - La discesa nell’oblio che non ti aspetti

Nel sottosuolo nessuno può sentirti urlare (ma occhio ai vicini di casa..)

di Oscar Pettinari

Guardando Hidden Deep con gli occhi di un trentenne non puoi fare a meno di pensare a Prince of Persia, quell’avventura bidimensionale che agli inizi degli anni ‘90 ci poneva alla guida dell’eroe pronto a tutto per liberare una principessa dalle grinfie del malvagio villain di turno.

Cogwheel Software cambia però protagonisti e racconto: in sostituzione della classica parabola dell’eroe, oggi ci troviamo alla guida di un team di recupero costretto a raggiungere una squadra di ricerca collocata in una struttura seppellita duemila metri sotto il livello del mare.

Il silenzio radio di 681 giorni crea il perfetto contesto da introduzione per una vicenda horror, un classico che strizza inevitabilmente lo sguardo a quelle pellicole sul generis come Alien o La Cosa, perfette qualora si voglia pensare a quelle location anguste ben accompagnate da creature aliene tutto tranne che pacifiche.

Gli ingredienti per creare il contesto orrorifico perfetto ci sono tutti, vediamo come se la cava la creatura sviluppata per intero da Lukasz Kaluski.

NESSUNO PUÒ SENTIRTI URLARE

La citazione calza chiaramente a fagiolo, anche se l’ambientazione spaziale dell’Alien di Ridley Scott viene sostituita da un insieme piuttosto articolato di gallerie, il classico sistema di corridoi angusti e labirintici in cui i protagonisti finiscono, loro malgrado, per incontrare terrificanti creature aliene.

Sin dall’inizio non ci viene dato un quadro pulito della narrazione, la quale resta volutamente vaga col fine di confondere anche il giocatore aldilà dello schermo, che non può far altro che affidarsi alla guida dei leader che ci comandano via radio da un luogo sconosciuto.

La struttura episodica di Hidden Deep intervalla le esplorazioni e le attività che svolge il team nel complesso di sotterranei costruiti dallo sviluppatore, come dicevamo un dedalo di cunicoli non esplorabili liberamente, ma dove servirà comunque un piglio di ingegno sia per sopravvivere (considerato il numero limitato di vite e colpi d’arma da fuoco), sia per utilizzare le strumentazioni in nostro possesso.

Per fortuna nelle prime fasi interviene il classico tutorial pronto all’uso, necessario quantomeno per comprendere meglio l’utilizzo di rampino, scanner, cariche esplosive, funi e droni di ricerca, pensati chiaramente per “semplificare” l’esplorazione al giocatore che decide di farne uso. Alcuni di questi oggetti sono numerati, motivo che ne vieterà insomma l’utilizzo infinito, ma va sottolineato che il gioco specifica tutto sin da subito, permettendo ai giocatori di effettuare una scelta oculata a seconda delle necessità.

La scelta della difficoltà iniziale, suddivisa tra le classiche Facile, Normale e Difficile, permettono un approccio diversificato a chi vuole mettersi alla prova, intervenendo maggiormente sulla quantità di morti che si può effettuare in ogni episodio.

IL SANGUE NERO DELLA TERRA

Jack Burton sarebbe felice di constatare che dai cunicoli di Hidden Deep escono davvero creature terrificanti, molto simili a quelle che il vecchio Egg Shen bandisce con la sua magia nei sotterranei che conducono al nascondiglio di Lo Pan.

Un giocatore attento potrà in qualche modo prevenire l’arrivo di qualche creatura tramite la visualizzazione di indizi piuttosto lampanti, come la presenza di strane macchie sulle pareti di roccia o rumori alquanto agghiaccianti. Insomma, non ci troviamo davanti al silenzioso xenomorfo di H.R. Giger, o alla trasformista creatura ripresa dal romanzo di Campbell, ma piuttosto a un gruppo di creature feroci pronte ad aggirarci o perfino attaccarci in gruppo.

Per difendersi il nostro alter ego può sfruttare diverse armi da fuoco e la mira si rivela piuttosto semplice, anche se in rari casi imprecisa, così da garantire un buon sfruttamento dei comandi sia utilizzando mouse e tastiera, oppure un gamepad compatibile con il PC.

Come accennato poco sopra, la morte non è certo uno scherzo, e dalla difficoltà Normale in su non va presa alla leggera, poiché saremo puniti con una brusca interruzione della missione seguita dal ritorno al menu principale. Il salvataggio è possibile tra una zona e l’altra, si tratta di un checkpoint automatico, ma a tutti gli effetti non esiste alcun salvataggio manuale pronto a salvarvi da una scelta sbagliata, o da un errore di valutazione.

Anche la caduta da medie altezze può risultare fatale, condizione necessaria e sufficiente a rendere Hidden Deep sfidante quanto punitivo. Tra l’altro fa piacere constatare come in alcuni livelli siano presenti più membri del team da utilizzare: la collaborazione è fondamentale per uscire vivi dalla missione, perciò non sottovalutate ogni persona sotto il vostro comando. Soprattutto in funzione del fatto che dovrebbe essere inserita a breve anche una modalità multigiocatore.

Graficamente ci troviamo di fronte a un bellissimo lavoro in pixel art, una grafica 2D piuttosto avvincente che sicuramente evocherà qualche piacevole sensazione ai gamer più navigati. Anche il comparto audio lavora in modo egregio, conferendo all’avventura il giusto livello di pathos livello dopo livello.

8
Hidden Deep fa paura non soltanto per l’ambientazione, piacevolmente ricreata seguendo un po’ alcuni capisaldi del cinema di riferimento, ma anche perché è stato interamente sviluppato da una persona soltanto. Questo non deve certo interferire con la critica, che può giusto venir espressa per il ritmo di narrazione, non proprio incalzante, ma fa davvero piacere constatare l’intelligenza dello sviluppatore, e di Daedalic, che ne hanno posizionato la prima uscita in Early Access. Sicuramente un titolo da tenere d’occhio!