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Don’t Worry Darling aggiorna al 2022 una distopia che abbiamo visto troppe volte: la recensione

Attesissimo e attorniato da una codazzo di scandali infinito, Don’t Worry Darling è meglio come risorsa di gossip che come pellicola: un film abbastanza ben eseguito ma anonimo, senza verve e che abbiamo già visto mille volte. La recensione da Venezia 79.

Don’t Worry Darling aggiorna al 2022 una distopia che abbiamo visto troppe volte: la recensione
di Elisa Giudici

Don’t Worry Darling era già uno dei film più attesi dell’annata prima che diventasse il centro di una serie infinita di scandali, rivelazioni, accuse e contro accuse tra regista, protagonista femminile e troupe. Sfortunatamente il film in sé si rivela molto meno avvincente del codazzo di polemiche che lo ha portato alla Mostra del cinema di Venezia, con tanto di conferenza stampa e red carpet tesissimi e con tutti gli occhi puntati addosso.

Una bella gatta da pelare per Warner Bros, che dopo il successo del primo film da regista dell’attrice Olivia Wilde (La rivincita delle sfigate) ha pagato a peso d’oro i diritti sul suo secondo film. A Hollywood infatti tutti stanno cercando registe donne da aggiungere al loro portfolio di artisti e collaboratori. Un momento d’oro dunque per tutte le attrici che sognano di finire dietro la cinepresa, dato che per notorietà e aspetto tendono a essere sostenute dalle major, molto più di cineaste che da anni si muovono con competenza ma scarsa attenzione le circuito indie.

Olivia Wilde è l’esempio perfetto di cosa vogliono gli studios: una star già nota al grande pubblico (ha interpretato Tredici nella serie House M.D.) che gira un promettente esordio alla regia e, grazie al suo carisma e alle sue frequentazioni hollywoodiane, attrae facilmente un cast di stelle. Don’t Worry Darling è attesissimo anche per il suo cast, capitanato da Florence Pugh (Black Widow) e dalla pop star Harry Style, oltre che da star come Chris Pine e Gemma Chan.

La trama di Don’t Worry Darling

Sulla carta Don’t Worry Darling è un thriller psicologico che sfocia nella paranoia, ambientato nell’America dei giardini lindi e delle mogli pronte col cocktail in mano a salutare il rientro dei marini dal lavoro. Florence Pugh è Alice, gonna a ruota e capelli sempre perfetti, innamoratissima del suo Jack. I due vivono una vita elettrizzante e sessualmente molto attiva in una località ignota a ridosso del deserto americano. Jack (Harry Styles) è uno dei dipendenti più promettenti del Victory Project, impresa di proprietà di Frank (Chris Pine) che lavora a progetti top secret di “sviluppo di materiali avanzati”.

Alice si sveglia ogni mattina, prepara la colazione al suo lui, pulisce la casa e poi esce con le amiche a fare shopping. Di figli non ne ha e per ora non ne vuole avere, godendosi una sana intesa sessuale col marito. La vita da casalinga non gli pesa, né l’unica regola da seguire: non addentrarsi nel deserto nell’area dedicata ai dipendenti del Victory. Quando assisterà a uno schianto di un aereo, contravverrà a questa disposizione solo per preoccupazione sulle condizioni del pilota.

Prevedibilmente Don’t Worry Darling gioca la carta delle cose che non stanno come postulato all’inizio, dei segreti terribili da cui sono state tenute all’oscuro Alice e le altre mogli. Non creduta e isolata, Alice tenterà di fare luce su cosa sia davvero l’incubo che abita, mentre una serie di sogni e allucinazioni ne metteranno in forse la sanità mentale. Il problema è che fin da subito Don’t Worry Darling si rivela scritto con una certa sciatteria e pieno di buchi narrativi e svolte davvero poco plausibili, anche considerando le premesse del film. Per fare un esempio: che fine ha fatto l’aereo schiantato che dà la spinta iniziale ai dubbi di Alice?

Don’t Worry Darling opta per la soluzione più banale di tutte

Come tutti i film costruiti attorno a un mistero (cosa fa il Victory Project in realtà?) la parte difficile non è tanto costruire le domande, quanto dare risposte all’altezza delle aspettative, senza deludere il pubblico. Sfortunatamente per lo spettatore, Don’t Worry Darling va a parare nella risoluzione più prevedibile, vista già molte volte negli ultimi anni dopo essere stata un classico di un genere ben specifico negli anni ‘80. Onde evitare di anticipare troppo non faccio esempi, ma mettiamola così: Don’t Worry Darling con le sue moglie perfette che sostengono incondizionatamente i loro maritini senza mai chiedersi perché anche loro non possano lavorare nasconde un messaggio femminista che invita a riflettere anche sulle ansie maschili del nostro tempo. Non è difficile vedere come una realtà ancora relativamente nuova in cui le donne fanno parte del mondo del lavoro susciti in alcuni maschi la nostalgia di quel tempo in cui invece erano ancorate a casa, la loro vita trascorsa e pianificata in funzione del marito. In questo senso quella di Don’t Worry Darling è una risoluzione datatissima e scontata, appena aggiornata ad alcune casistiche tipiche degli ultimi anni.

Se sul fronte narrativo Don’t Worry Darlin lascia molto a desiderate - e nemmeno le sue scene di sesso stuzzicanti o un cameo di Dita Von Teese possono occultare questo fatto - sul fronte stilistico la pellicola lascia poco. La regia di Olivia Wilde alla prova di un secondo film molto più ambizioso, con scene d’inseguimenti d’auto e festini ricolmi d’invitati, sceglie sempre soluzioni standard piuttosto scontate, risultando totalmente priva di personalità, con appena un po’ di glamour nelle visioni/allucinazioni della protagonista.

Difficile dunque trovare in questa pellicola qualcosa per cui entusiasmarsi, a parte l’interpretazione della protagonista Florence Pugh, che si conferma ancora una volta un’attrice di razza. L’attesissimo ruolo “importante” di Harry Styles viene gestito con sufficiente padronanza, ma il cantante pop non è certo una rivelazione della recitazione. Se la cava su un ruolo tagliato per lui, esattamente come ha fatto qui a Venezia la nostra Elodie in Ti mangio il cuore.

2/5
Tanto rumore per nulla: Don’t Worry Darling è un film ricolmo di star e discretamente prodotto che ha come problema di base la mancanza di qualcosa d’interessante da dire o quantomeno l’abilità di ripetere vecchi discorsi in maniera sufficientemente stuzzicante o interessante. Un riempitivo, un compitino abbastanza ben eseguito, che diverte un po’ meno del previsto, laddove gli scandali che ha suscitato sono risultati ben più avvincenti.