Don't Look Up, la recensione: DiCaprio e Lawrence affrontano l'Apocalisse a suon di hashtag

Adam McKay arruola le superstar DiCaprio e Lawrence per passare forte e chiaro il suo messaggio: missione riuscita con un film divertente ma sin troppo semplicistico

di Elisa Giudici

La grande scommessa, Vice, Don't Look Up: vedendo gli ultimi film di Adam McKay in fila non è chiaro se a calare sia la qualità generale del suo cinema o la sua fiducia nelle capacità di comprensione e analisi del pubblico. Se non avete mai visto un film di questo regista è importante sapere che si diletta nella realizzazione di commedie e satire politiche basate su incredibili fatti realmente accaduti, il cui scopo mai troppo implicito è far riflettere il pubblico sull'inettitudine e la malevolenza di quanti hanno il potere politico ed economico di una nazione.

Don't Look Up è basato "una storia che potrebbe accadere per davvero" e rivela ancora una volta quando McKay riesca a leggere le nevrosi della contemporaneità in maniera cristallina. Il film infatti tenta di analizzare come e perché la scienza fatichi così tanto nel nostro tempo a venire ascoltata, compresa e creduta sia da quanti sono al potere sia dalla popolazione generale. L'incipit del film vede due scienziati Randall e Kate (interpretati da DiCaprio e Lawrence) scoprire una cometa di grandissime dimensioni (paragonabile a un'enorme montagna) essere in rotta di collisione certa con la Terra. I calcoli dicono che c'è il 99,78 per cento di possibilità che si schianti contro il pianeta a 6 mesi di distanza dal primo avvistamento. Che fare dunque per fermare la cometa?

Don't Look Up: più satira che disaster movie

Don't Look Up però non è disaster movie che sembrerebbe, perché il problema attorno a cui ruota la trama del film è far passare il messaggio che la Terra è destinata alla distruzione in maniera irrevocabile. La politica e le sue ansie elettorali, il tritacarne dei mass media e la cultura delle celebrità, Internet con i suoi meccanismi di rielaborazione e ridicolizzazione via meme e complotti: una certezza matematica viene demolita in favore di un chiacchiericcio mediatico e di interessi non proprio cristallini di grandi aziende e partiti. L'umanità ha sei mesi per fare qualcosa, ma la gran parte di questo tempo verrà speso nella missione quasi impossibile di convincere la popolazione della certezza dell'imminente catastrofe.

Rispetto alle opere precedenti di McKay - sceneggiatore noto per i suoi fittissimi dialoghi e per i montaggi serrati - Don't Look Up sembra una versione semplificata e semplicistica del suo cinema. In un certo qual modo è affascinante vedere come lui stesso segua i dettami della società che critica (quella che dice ai protagonisti "lasciate perdere la matematica" quando il problema "riguarda proprio la matematica") per comunicare con grande pubblico. Il film usa i camei pop di Ariana Grande e Chris Evans per irridere la cultura della celebrità, salvo poi mettere insieme un cast super glamour che solo Steven Soderbergh o Wes Anderson sarebbero riusciti a ottenere per passare questo messaggio. Oltre ai due protagonisti infatti, troviamo Meryl Streep nei panni della presidente degli Stati Uniti, Jonah Hill, Cate Blanchett e decine di altri voti notissimi.

Il risultato è un film che passa forte e chiaro il messaggio di McKay, svilendo però in molti tratti la qualità del suo cinema. Il regista vuole ricordarci quanto sia autodistruttivo ridurre le questioni più serie a slogan preceduti da hashtag, quanto sia pericoloso e miope considerare ogni informazione scientifica e matematica suscettibile dell'opinione di profani che quando va bene non sono in grado di elaborare le informazioni scientifiche a monte per farsi un'idea ragionata della questione (ma non accettano di dover "subire" il parere di chi è competente) quando va male subordinano la stessa sopravvivenza del genere umano a interessi politici ed economici.

3/5
Don't Look Up ricade dunque in tutti i difetti che i detrattori di McKay gli rinfacciano da sempre: è riduttivo e semplicistico nelle sue posizioni, incapace di dare risposte e in ultima istanza spesso sembra voler solleticare il senso di superiorità morale dello spettatore ai danni di quanti vengono criticati. L'aspetto più preoccupante è perché McKay abbia sentito il bisogno di abbassare così tanto l'asticella del suo cinema per comunicare il suo messaggio. Grazie a un gruppo d'interpreti mattatori la pellicola diverte molto, ma appare più sinistra che mai in quest'epoca di pandemie e complottismo scientifico.