Deadly Premonition 2: A Blessing in Disguise

Deadly Premonition 2: A Blessing in Disguise
di Roberto Vicario

Il primo Deadly Premonition rappresenta ancora oggi un vero e proprio caso all’interno dell’industry videoludica. Un prodotto nato per PS2, portato sulla generazione successiva con non pochi problemi e lontano da tutti quei canoni di sufficienza sotto l’aspetto della componente tecnica. Eppure, grazie alla visionaria follia di Hidetaka “Swery” Suehiro, il gioco diventò un vero e proprio cult all’interno della critica videoludica, oltre che un più che convincente successo anche per il pubblico.

Greenvale, i suoi abitanti, il personaggio di Francis York Morgan (e il suo amico immaginario Zach) e le forte derivazioni dal mondo horror/investigativo avevano dei precisi e percepibili richiami al capolavoro di David Lynch: Twin Peaks. Swery, grande appassionato di cinema, non ha mai lesinato all’interno dei suoi prodotti forti riferimenti a questo mondo; a distanza di 10 anni dal primo Deadly Premonition, non lo fa nemmeno con questo seguito chiamato Deadly Premonition 2: A Blessing in Disguise. Un titolo che passa dalla criptica verve visionaria di Lynch ad una più moderna visione del “crime genere”, con una storia e un gameplay che ricorda più da vicino prodotti come True Detective.

Indizio di questo cambio di direzione è anche il contesto in cui andremo a manovrare un giovane Francis York Morgan. La storia è infatti ambientata nella cittadina di Le Carré nel 2005, cittadina immaginaria della Louisiana in cui si è consumato un omicidio piuttosto efferato. Francis York Morgan, all’inizio della sua carriera da Detective, si trova quasi casualmente in quella cittadina ma decide comunque di indagare.

Da qui inizieranno una serie di intricate piste che gli permetteranno di scoprire importanti dettagli sulla vittima, la giovane Lise Clarkson, sui giri illeciti di una nuova droga chiamata Saint Rouge e sul culto dell’Albero Rosso (che i giocatori più attenti collegheranno al primo capitolo). 

Un episodio, questo, che gioca molto sui salti temporali. Saranno infatti due le linee narrative che verranno portate avanti dal giocatore; da una parte il 2005 e l’indagine a Le Carré, dall’altra, nel 2019 prenderà il controllo di Aaliyah David e Simon Jones, due detective dell’ FBI incaricati di interrogare un Francis York Morgan ormai fuori servizio e - a quanto pare - sospettato di essere coinvolto in qualche modo nell’omicidio della Clarkson. 

Sotto l’aspetto narrativo è facile intuire che il passaggio ad una storia più crime e derivativa del genere è una scelta che è stata ponderata da Swery. Storia che, esattamente come per il primo episodio, a livello di scrittura straborda della tracotanza incontrollabile del game designer giapponese ma, allo stesso tempo, rimane piuttosto godibile agli occhi di chi ha amato il primo episodio della serie. I riferimento al mondo del cinema, della filosofia o gli omaggi al maestro “Suda” sono continuamente proposti da “Swery” in un flusso di coscienza davvero difficile da seguire in alcuni momenti, ma che è anche ampiamente pronosticabile se si conosce lo stile del noto game designer. 

Purtroppo però, è tutto quello che ruota attorno alla sceneggiatura a non funzionare, ad essere fallace e - in alcuni casi - ci verrebbe da dire approssimativo. Da una parte troviamo dei timidi accenni all'arricchimento e alla diversificazione del gameplay. Se il cuore dell’esperienza rimane un open world alla “Shenmue” (scelta già utilizzata nel primo) a differenza di Greenvale, la cittadina della Lousiana è un posto spoglio, ricco di problemi tecnici sotto l’aspetto visivo e del frame rate, povero di contenuti e, purtroppo, decisamente noioso da visitare.

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Certo, non mancano side quest, attività secondarie da scoprire e un minimo di crafting (proprio abbozzato), ma sebbene nei contenuti lo sforzo sia percepibile è proprio nella realizzazione tecnica che viene tutto vanificato. Intendiamoci, anche il primo capitolo non faceva del comparto tecnico il suo punto di forza, ma qui siamo davanti ad un prodotto che a fronte di una realizzazione tecnica lacuna, rende abbastanza snervante l’esperienza di gioco. Vi basti pensare a degli interminabili tempi di caricamento nel passaggio da un interno ad un esterno. 

Un rammarico piuttosto importante quello legato a questo Deadly Premonition 2, anche perché lo sforzo dell’eccentrico team del game designer giapponese è comunque visibile pad alla mano. Le tanto bistrattate fasi di shooting, sebbene ancora lontano da quelle di un qualsiasi altro prodotto moderno in vendita, sono piacevoli e discretamente godibili nonostante la loro semplicità. La presenza di piccolo enigmi, una parte di indagine in cui bisogna ricostruire i diagrammi di alcuni rapporti e la realizzazione di un piccolissimo elemento RPG attraverso la gestione di alcuni parametri del personaggio (o il buff di alcuni di essi tramite degli amuleti), sono tutti elementi che abbiamo notato e che decretano la volontà di offrire un prodotto che andasse oltre quello offerto nel primo episodio. 

Invece, purtroppo, ci troviamo davanti ad un prodotto piuttosto semplice sia in termini di difficoltà (se non perdete tempo a girovagare per la città il gioco si chiude in circa 10 ore) quanto povero sotto l’aspetto tecnico. Insomma, potreste anche divertirvi a risolvere il caso di Le Carré ma la verità è che Deadly Premonition 2 è un prodotto insufficiente, soprattutto se paragonato al lavoro che si è cercato di svolgere con il primo episodio arrivato anch’esso su Switch. Peccato.

5.5
Deadly Premonition 2: A Blessing in Disguise è un prodotto con il suo fascino, figlio di un gioco che ha fatto - nel bene e nel male - storia all’interno di questo medium. Il seguito, seppur sviluppato su delle basi narrative piacevoli e coinvolgente, è decisamente insufficiente sotto l’aspetto tecnico e contenutistico. Un vero peccato, perché la storia più che mai valida, meritava sorte migliore. Solamente per gli hardcore fan del primo episodio.