Carne nuda incontra metallo cromato: la recensione di Titane, il film vincitore di Cannes

*Al suo secondo film Julia Ducournau si accredita come possibile erede di David Cronenberg, realizzando una pellicola estrema, violentissima e senza limiti*.

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Succedono più cose (sconvolgenti e memorabili) nei primi cinque minuti di Titane di Julia Ducournau che in una bella fetta di pellicole viste in concorso qui al Festival di Cannes 2021. È un dato neutro, su cui poi lo spettatore farà le sue valutazioni, considerando che thriller come questo per livello di violenza e provocazione sono riservati a un pubblico adulto e sono divisivi per natura.

La regista dell'esordio fulminante Raw (un piccolo cult del 2016 poco noto in Italia) conferma la sua predilezione per pellicole che inchiodano lo spettatore alla poltrona con un crescendo di audacia e un continuo infrangere i limiti, non esenti però in questo caso da una sottile ironia di fondo (spassosissimo l'inserimento della Macarena in un contesto straniante del film). Il gioco vale la candela o è una vuota provocazione? Qualche limite strutturale Titane lo mostra nello svolgere la propria trama; basta pensare a come il punto focale del film a cui il titolo fa riferimento venga poi affrontato e risolto sbrigativamente nell'ultima scena. Di un viaggio però più che la meta bisogna godersi il percorso e questo titolo è una continua discesa a rotta di collo sulle montagne russe, senza mai passare una lenta salita.

Prendendo in prestito un'espressione automobilistica - vista la fascinazione del film verso il mondo di motori, ruote e olio - Titane parte da zero a cento chilometri l'ora in pochi secondi. La protagonista Alexia (una Agathe Rousselle che affronta con tenacia un ruolo impegnativissimo, anche dal punto di vista fisico) affronta un grave incidente d'auto, un'operazione dolorosa, una sensuale danza in un costume striminzito a un motor show e un omicidio nella prima manciata di scene con cui si apre il film.

Una donna ribelle e senza limiti protagonista di Titane

Sarà lei la protagonista della pellicola, giovane donna di natura ribelle e distruttiva, affetta da una disturbante fascinazione per tutto ciò che penetra e buca la carne umana; anche la sua. In fuga da una lunga scia di sangue e da un famiglia che le è totalmente indifferente, Alexia troverà rifugio presso un pompatissimo caposquadra dei pompieri interpretato da un notevole Vincent Lindon, in un ruolo davvero differente dalla sua galleria di ritratti drammatici, per cui si è preparato fisicamente per ben due anni. Mentre Alexia cambia il suo corpo e la sua identità per ingannarlo, il protagonista maschile della pellicola si riconcilia con una paternità interrotta dalla scomparsa del figlio Adrien in giovane età.

Si parla di padri peculiari e madri spericolate in Titane, ma la famiglia (nemmeno in chiave disfunzionale) sembra essere davvero d'interesse al film, giocato invece su una serie di contrasti, su immagini forti, sul gusto di un repentino cambio di registro che strappa una risata nel pinnacolo della violenza e trova l'affetto all'apice del dolore. Il limite del film è che a tenere insieme queste scene è più la voglia di divertire e provocare rispetto al preciso commentario che faceva da solida base a film come Videodrome di Cronenberg, che questo genere di "horror carnale che ibrida il corpo e smembra la mente" l'hanno lanciato.

 

4/5
Julia Ducournau è una cineasta all'inizio della sua carriera: è il momento giusto per osare e divertirsi nel farlo, con un film che farà felici i fan del primo Tarantino e dintorni. Le premesse per una crescita autoriale che sfoci nell'eccellenza già s'intravedono in un genere raramente esplorato e di cui c'è bisogno (voglia?) in una parte del pubblico.