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Blonde, recensione: la povera Marilyn Monroe non merita questo film

Lungo, allucinato e ricchissimo di scene forti, Blonde restituisce un ritratto dei pezzi in cui Norma Jeane si è frantumata per la pressione di essere Marilyn Monroe, quasi che la sua figura possa essere legittimata solo dal suo dolore. La recensione.

di Elisa Giudici

I am not a star, I am just a blonde. Non sono una star, sono semplicemente una bionda, mormora Norma Jeane quando Joe Di Maggio le fa conoscere la sua famiglia d’origine italiana, venendo ben presto ridicolizzata per le sue scarse doti culinarie. Forse il film a cui Andrew Dominik lavora a più di 10 anni è sbagliato a partire dal titolo che allude alla “biondezza” di Marilyn, sinonimo di disibinizione e superficialità. La bionda per antonomasia della storia del cinema viene portata ancora una volta su grande schermo, basandosi sul romanzo dell’autrice Joyce Carol Oates dallo stesso titolo. La sfavillante chioma di Marilyn è l’unico punto di luce di un film cupo e disperante, che sembra un catalogo di violenze, abusi e orrori che la protagonista subisce dall’inizio alla fine in formato 4:3.

D’altronde in Blonde Marilyn è una maschera indossata di rado da Norma Jeane, vero nome dell’attrice e vera protagonista di una pellicola che ne esplora i drammi personali, quasi a voler giustificare l’importanza e la serietà del personaggio non sulla base di ciò che ha raggiunto, ma per la quantità impressionante di dolore che ha subito.

Blonde: la donna dietro l’icona di Marilyn

Sin dall’avvio del film Norma Jeane è una bambina che subisce una situazione familiare terribile, che la marchierà a fuoco nella psiche. La madre, violenta e manipolatrice, le fa continuamente del male, irata verso la figlia bambina la cui nascita a suo dire ha cagionato l’allontanamento dell’amante. Norma spenderà il resto della vita a cercare il padre di cui non conosce l’identità e a tentare di superare la sua assenza con una serie di figure maschili da campionario dell’orrore. Dal boss degli studios che sbrigativamente la violenta prima di metterla sotto contratto al presidente degli Stati Uniti che la costringe a fargli del sesso orale mentre parla al telefono con un consulente, con tanto di primissimo piano di una Marilyn già confusa e sotto farmaci che pratica l’atto. La scena fa il paio con ben due aborti visti da dentro l’utero dell’attrice, uno forzosamente impostole.

Queste sono solo alcune delle scene forti che hanno cagionato un divieto NC-17 per l’uscita nelle sale del film, che più tardi approderà su Netflix. L’intento è evidente: girare un film sospeso tra sogno e allucinazione che descriva in termini quasi psichiatrici il distacco tra la vera Norma e la persona pubblica Marilyn. Qui la bionda diva è un personaggio come un altro che si evoca con un po’ di trucco e un vestito, una maschera in cui infilarsi quando la realtà fa troppo male. A livello registico Dominik farcisce il suo film di scene esplicite e forti splendidamente girate e fotografate: dai primi piani bergmaniani in bianco e nero di una Marilyn che dà l’anima in un provino per un ruolo “serio” a una scena di un ménage à trois in cui i corpi degli amanti si fondono e sfumano uno nell’altro.

Ana De Armas è totalmente dedita alla causa. Molto somigliante a Marilyn anche al naturale, criticata (sterilmente) per il suo lieve accento cubano, mette tutta sé stessa e il suo corpo al servizio della causa. La sua Marilyn sfugge a certe derive d’impressionante mimetismo che sfociano nella caricatura e prende una propria vita e volontà adatta al film e al personaggio. Il problema è Blonde sè più di ogni altra cosa una disamina talvolta crudele del male subito da Marilyn, che in questo film non è mai un personaggio agente. Certo, blandamente si tenta qua e là di far capire che era colta e intelligente, ma Blonde la ritrae più come una cerbiatta spaventata che come quell’essere umano dietro al mito meritevole d’amore e rispetto che si prefigge di raccontare.

Anzi, sembra che l’umanità di Marilyn sia legata solamente al suo dolore, a ciò a cui è sopravvissuta. Manca quasi del tutto la Marilyn delle piccole cose: era ironica, interessante, goffa? Cosa le piaceva fare nel tempo libero? Chi frequentava al di fuori degli amanti? Tutte domande senza risposta di una puntualissima cronaca che pare pensare che lo spessore del personaggio umano sia dato dai traumi che riesce a impilare.

2/5
Oltremodo lungo con i suoi 165 minuti, è un film che si fatica a immaginare consumato fino in fondo da un pubblico molto incline a scegliere titoli scacciapensieri, soprattutto via streaming. Ma poi perché sopportare un film che costringe anche lo spettatore ad assistere a tanto dolore, per avere in cambio cosa? Non certo un ritratto umano di Marilyn che avrebbe potuto far sentire l’attrice finalmente rivalutata, capita, amata. Anzi, mette i brividi il solo pensiero di cosa Marilyn avrebbe pensato di un film simile.