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Black Phone, la recensione: un horror coi controfiocchi in cui è difficile dire chi sia il vero cattivo

Chi è il vero cattivo di Black Phone? Ovviamente il serial killer di ragazzini interpretato da Ethan Hawke la fa da padrone, ma in un’America anni ‘70 piena di demoni, reali e sovrannaturali. La recensione.

di Lidia Doardo

Un horror targato Blumhouse è una garanzia…ma di cosa? Praticamente solo del coinvolgimento di Jason Blum, uno che quasi da solo ha rivitalizzato la scena horror cinematografica contemporanea, inventandosi un metodo, o per meglio dire rispolverando un approccio tipico del cinema da brividi: un incipit forte, una storia interessante, una produzione dignitosa anche se a basso budget, coinvolgendo talenti emergenti, registi e attori appassionati (anche se magari in un momento no della carriera).

Negli anni però la qualità dei titoli Blumhouse è variata così tanto da titolo che di fatto vedere un film sotto quest’egida equivale a un roulette russa: dal pessimo Fantasy Island (2020) all’ottimo L’uomo invisibile (2020), passando per un’infinità di titoli senza infamia e senza lode. Black Phone è uno dei titoli più solidi e riusciti mai prodotti da Blumhouse e, possiamo già dirlo, uno dei migliori horror che vedremo nel 2022.

Più complesso stabilire di chi sia il merito di un’operazione tanto riuscita, perché l’impegno è generale, a partire da Scott Derrickson, regista del primo Doctor Strange che ha lasciato il sequel (poi diretto da Sam Raimi) per tornare alla sua grande passione: l’horror. Black Phone dimostra il suo amore per i titoli “seri” e vecchia scuola e la sua capacità di imitarne stile e rigore in maniera encomiabile. Senza l’ottima storia alla base del film però è probabile che Black Phone non eccellerebbe tanto. Qui bisogna fare il nome di Joe Hill, figlio di Stephen King e grande erede della tradizione letteraria paterna. Hill è anche molto più fortunato del padre in fatto di adattamenti, come dimostra questo film. Non solo: ha saputo prendere il genere prediletto dal padre, i temi a lui cari e in qualche modo farli suoi, anche se la somiglianza (l’influenza?) è visibilissima. Tanto che sembra quasi di vedere un film tratto da King, certo, ma dal King migliore.

La trama di Black Phone

Black Phone si muove a cavallo tra il realismo di certe storiacce di cronaca nera e il mistero che i fenomeni sovrannaturali suscitano al cinema. Il protagonista della storia è il piccolo Finney (Mason Thames), un ragazzino che insieme alla sorellina Gwen (Madeleine McGraw) è costretto a vivere perennemente con il fiato sospeso. Il padre, vedovo, reduce di guerra e alcolizzato, alterna momenti di affetto alle botte con la cinghia.

Sono tanti i pericoli della vita del piccolo Finney, in un’America tardo anni ‘70 grigia, violenta e dura anche verso i più piccoli. Ci sono i bulli della scuola, i ragazzi violenti del paese e poi c’è The Grabber, l’afferratore…di bambini. La scomparsa di giovani ragazzi maschi è ormai una macabra abitudine del circondario. Nella notte i telefoni cominciano a suonare e i bambini a letto sanno che il giorno dopo a scuola mancherà qualcuno. Finché non toccherà Finney finire nel seminterrato del killer rapitore. Solo, con un materasso, un piccolo bagno e un telefono nero rotto e scollegato da anni.

Il telefono però comincia a squillare. Finney scoprirà di poter parlare attraverso l’apparecchio con le vittime che lo hanno preceduto, che per motivi diversi tenteranno di aiutarlo, mentre Gwen tenterà di trovarlo seguendo le visioni che tormentano i suoi sogni.

Padri cattivi e bambini coraggiosi

Pensando a Shining - per fare solo l’esempio più classico e noto - salta agli occhi come Black Phone sia un film molto, molto kingiano. Certo c’è l’incursione e l’accettazione del sovrannaturale come discrimine a una violenta realtà, ma più di tutto c’è una paternità sofferta e controversa, innaffiata da fiumi d’alcol e risentimento verso una moglie e una madre che non c’è più.

Hill e a seguire Dickinson insistono su parallelismi nemmeno troppo velati tra killer e padre violento: le percosse con la cinghia, l’esigenza di rimanere in silenzio assoluto, il continuo ricatto nascosto in ogni singola domanda e risposta, la richiesta di negare parti del proprio essere per compiacere la visione paterna. Cosa divide il padre e il rapitore di Finney? Black Phone non esplicita la domanda ma la lascia correre sotto traccia in un film ricco di tensione, con due piccoli protagonisti davvero dotati che si misurano con un Ethan Hawke in gran forma nei panni di un killer sadico e che fa venire i brividi anche agli adulti.

Dall’inizio alla fine qui c’è la voglia di fare bene, lo si capisce dalla cura notevole con cui sono realizzati persino i bellissimi titoli di testa, dall’attenzione con cui si chiude il film con un finale chiuso, giusto, con una singola speranza dopo tanto buio, ma senza false promesse. Anzi: Black Phone guarda nel passato sì, ma per rievocarne i demoni piuttosto che per evocare nostalgia a basso costo.

4/5
Un horror solido e realizzato con grande cura in ogni scena, con ottime interpretazioni di attori adulti e ragazzi e con una storia coerente e molto ben scritta dietro. Facile a dirsi, ma non capita così spesso di trovare film horror commerciali che si muovano a questi livelli. Stavolta Jason Blum ha davvero fatto centro.