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Athena, la recensione: su Netflix la guerriglia alla polizia nelle Banlieue diventa cinema action

Una regia inarrestabile e sequenze action davvero memorabili trasformano il dramma politico francese di Netflix in un film ad alto tasso di spettacolarità. Sul fronte della storia però Athena è sin troppo conservativo. La recensione.

Athena, la recensione: su Netflix la guerriglia alla polizia nelle Banlieue diventa cinema action
di Elisa Giudici

Un giovane condottiero guida un assalto a un avamposto nemico, tornando vittorioso con armi e mezzi sottratti alla fazione opposto e riportati nel suo fortino. Non è un film storico sugli imperi del passato, bensì l’elettrizzante avvio di uno dei film più chiacchierati in concorso a Venezia. S’intitola Athena e lo vedremo dal 23 settembre 2022 su Netflix. A dirigerlo è il regista francese Romain Gavras, ma la squadra dietro questa pellicola è quella che ha trasformato Les Misérables di Ladj Ly in un autentico caso internazionale, partendo dal Festival di Cannes e approdando ai Golden Globes nel 2019.

Athena, il titolo, fa riferimento a un fittizio quartiere di periferia parigino ad alto tasso di popolazione immigrata e marginalizzata. Per quanto ricordi da vicino episodi di cronaca realmente successi a Parigi e dintorni, quella di Athena è una storia fittizia ma molto plausibile per svolgimenti e implicazioni. Al centro del film c’è l’insofferenza delle seconde e terze generazioni di francesi figli di migranti che vivono nei palazzoni popolari di Athena verso le continue, reiterate violenze della polizia. Dopo l’ennesimo caso di violenza, un giovane carismatico si mette a capo di una ribellione vera e propria alimentata dalla rabbia dei giovanissimi: il quartiere viene isolato con delle barricate e si prepara a scontrarsi con i poliziotti, organizzando una vera e propria guerriglia.

La trama di Athena

A innescare gli eventi è un video che circola incontrollato online in cui si vede un gruppo di agenti di polizia francesi picchiare a sangue un bambino di colore inerme, fino a ucciderlo. Durante la conferenza stampa tenuta dal fratello maggiore della piccola vittima in cui si invita il quartiere alla calma, un giovane lancia una molotov nel commissariato. La confusione permette a lui e i suoi compagni di rubare alcuni mezzi della polizia e una cassaforte piena di armi, che viene subito riportata in pompa magna nel quartiere Athena. Poche ore dopo il quartiere viene circondato dalla polizia e comincia una lunga, estenuante guerra di posizione tra le due fazioni.

Scopriremo poi che il giovane condottiero è fratello sia del protagonista impegnato a sedare gli animi ed evitare la guerriglia, sia della vittima. Athena si trasforma nel campo di battaglia tra polizia e giovani ribelli, mentre il quartiere si divide rispetto a come rispondere al barbaro episodio di violenza. All’interno della famiglia dei protagonisti si scatena una lotta fratricida.

Sotto la parvenza di film politico e drammatico si nasconde però un perfetto titolo Netflix, adrenalinico e spettacolare. D’altronde il marchio di fabbrica del regista Romain Gavras e soci è proprio una regia in grado di incredibili sequenze collettive di grande spettacolarità e complessità. Ne è un esempio lo splendido campo lungo che apre il film: una lunghissima ripresa che segue i ribelli dall’assalto alla centrale fino al ritorno trionfale ad Athena, a bordo di un mezzo della polizia rubato. Se amate i film adrenalinici a tema belligerante, non fatevi sfuggire questo inarrestabile racconto di guerriglia urbana, imboscate e attacchi a sorpresa. Romain Gavras sa il fatto suo e confeziona un film dal tema politico e drammatico sostenuto da una componente action che lo avvicina a titoli cult come The Raid.

Athena ha una trama molto opportunista

Non è semplice spiegare cosa non funzioni della trama di Athena, almeno non è semplice farlo senza fare spoiler. In maniera non troppo raffinata ma molto efficace si potrebbe dire che a livello di sceneggiatura il film prende alcune scelte molto opportuniste. Considerandolo nel suo complesso, risulta davvero superficialissimo nell’analisi politica e sociale che fa della voglia di una certa parte di Parigi e della Francia di sovvertire l’ordine costituito, esautorando con la forza la polizia dei suoi poteri farsi giustizia da sola. Il finale, che tenta l’effetto sorpresa, è in realtà una sapiente manovra per evitare di addossare colpe e responsabilità alle forze dell’ordine. Chi scrive trova paradossale che una pellicola che parte da un atto di violenza abnorme e ingiustificata della polizia poi faccia di tutto per ritrarre sia i dimostranti sia le forze dell’ordine in luce se non positiva almeno possibilista, andando a cercarsi un congeniale capro espiatorio, senza nome e senza volto, attribuendogli tutte le responsabilità in una lettura che sa quasi di complotto.

Non si capisce come Romain Gavras e soci, che avevamo mosso accuse chiarissime (e fondate su fatti di cronaca incontestabili) in I miserabili (2019), siano finiti a fare un film con questo tipo di giustificazioni e una trama via via sempre più paradossale, man mano che scopriamo chi siano tutti i membri della famiglia dei protagonisti.