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Ambulance, recensione: dietro la rapina di Michael Bay c’è un’America sfiduciata ma che ancora lotta

Nei film di Michael Bay è sempre tutto più grande, più fluido e più sfrontato: in Ambulance però anche il re dell’action adrenalinico deve fare i conti con il presente statunitense.

di Elisa Giudici

C’è pane per i denti dei fan di Michael Bay in Ambulance, due ore e un quarto di esile realismo attentamente costruiti a livello di sceneggiatura per comprimere quante più scene possibili di vertiginose riprese di edifici ed elicotteri, macchine e furgoni che si ribaltano, poliziotti e criminali che si sparano addosso, tipi tosti che fanno il loro mestiere e - dopo un lungo attendere - veicoli che esplodono con fragorosi boati.

La regia è tutto in un film di Michael Bay, con il suo dinamismo tridimensionale qui ulteriormente sviluppato (esasperato?) dall’utilizzo di droni per fare riprese davvero a rotta di collo, che rischiano di far sembrare statici i suoi lavori precedenti.

Qualcosa però è cambiato in America: lo si capisce anche dall’aria che tira nei film commerciali, soprattutto in quelli di genere action. Un cambiamento che contagia anche l’inossidabile Bay.

La trama di Ambulance

Da titolo, Ambulance è ambientato per la maggior parte su un’ambulanza, che finisce malauguratamente per essere il veicolo utilizzato da due rapinatori in fuga da un milionario colpo di banca. Le cose non sono davvero andate secondo i piani, anzi, ma i due fratelli Danny (Jake Gyllenhall) e Will (Yahya Abdul-Mateen II) sono riusciti a lasciare la banca circondata a bordo di un’ambulanza. Insieme a loro c’è Zach (Jackson White), un poliziotto in fin di vita a cui Will ha sparato, e Cam (Eiza González), una paramedica che sta tentando di salvarlo. A dispetto delle apparenze, Will è il fratello buono, Danny quello che oscilla tra l’accettabile e il cattivo. Insieme si riveleranno un’incredibile sfida alla polizia di Los Angeles, ai reparti speciali e persino all’FBI, dando vita a una lunghissima, spettacolare sfida d’ingegno, con un inseguimento infinito per la strade di LA.

È un’America ancora una volta inquieta e a tratti sinistra quella raccontata tra una scena adrenalinica e l’altra da Michael Bay. Il regista in grado di trasformare anche un’operazione chirurgica di fortuna via FaceTime in una scena d’azione e tensione (facendo esplodere gli organi quando non può ancora ricorrere agli esplosivi) ci presenta come protagonista un uomo che ha fatto di tutto per proteggere il suo paese, ma che dallo stesso viene respinto e dimenticato. Così Will, che ha messo la propria vita in pericolo al fronte pur di non prendere la via pericolosa del crimine insegnata dal padre LT, finisce per disperazione a usare le sue doti di autista provetto per portare sé stesso e il fratello al sicuro dopo il colpo.

È un’America il più possibile multietnica e variegata quella presentata da Bay, così volenteroso nella rappresentazione da scadere ogni tanto nello stereotipo. Ci sono gli ispanici, i neri e le minoranze, c’è persino un agente dell’FBI immortalato durante una seduta di terapia di coppia con il suo compagno, che lascia con gioia per lanciarsi all’inseguimento di Danny e Will.

L’adagio vuole che in America sia tutto più grande: le strade, le macchine, i fucili d’assalto che anche un agente di pattuglia porta con sé, persino il cane del capo dei servizi di difesa SIS. Nonostante questo film si muova sempre in una dimensione gargatuesca, nonostante rilanci costantemente il livello d’azione e colpi di scena con una magnitudo invidiabile, l’atmosfera generale è cambiata angosce presenti e inquietudini contemporanee sono strisciate dentro al cinema di Michael Bay, che ha a sua volta un tono meno spensierato del passato e tanti paletti “correttivi” rispetto alla rappresentazione etnica dei suoi protagonisti.

L’umore sotterraneo intercettato dal film è diverso dal passato, più pessimista e guardingo. Anche se spesso le difficoltà economiche di Will sono un pretesto per avviare la storia - così come la rapina è un pretesto per girare un film che con i suoi inseguimenti in auto guarda spesso a Fast&Furious - si sente una certa tensione di fondo tra protagonisti. La realtà decadente degli Stati Uniti irrompe anche nei poco realistici scenari urbani di Michael Bay, dove gli studenti di medicina si fanno di speed, i veterani sono senza un soldo e i poliziotti sembrano pronti a lasciare un sospettato dissanguarsi a terra, con un atteggiamento punitivo e coercitivo.

In tutto questo non manca davvero nulla dell’arsenale di Michael Bay: la sua ironia e le sue battute da gradasso, il cameo del regista all’interno del film (è il poliziotto che controlla che il cancello sia chiuso a inizio pellicola), la pioggia di product placement introdotti senza tanti complimenti e senza alcuno sottigliezza dalla regia. Un’aggiunta di pregio in un cast piuttosto anonimo è il volto di Jake Gyllenhaal, che affronta con grande agilità e carisma una figura da rapinatore romantico e salace con delle battute al limite dell’imbarazzo, che lui gestisce con invidiabile naturalezza da attore consumato qual è. Vorrei poter dire lo stesso per chi gli sta intorno, ma bisogna sapersi accontentare.

3/5
Novità tecniche di rilievo (le possibilità di dinamismo aereo fornite dai droni) rinfrescano l’approccio alla trama e alla regia di Michael Bay, che tira fuori un film fieramente auto-conclusivo (mossa tanto démodé quanto apprezzabile), adrenalinico e dal ritmo sostenutissimo. La trama non è propriamente realistica, ma funziona alla grande per mettere in risalto le qualità proprie del cinema di Bay. Inoltre è abbastanza ben costruita, sulla base della logica di continuo rilancio e all’atteggiamento un po’ gradasso del suo creatore. Jake Gyllenhaal è di gran lunga il migliore dei presenti, l’unico interprete con un vero carisma, capace di trasformare lo sbilanciatissimo rapinatore cervellone che gli propinano in un personaggio brillante. I fan di Bay ne usciranno rassicurati e soddisfatti, ma persino in Ambulance si sente aria di sfiducia e stanchezza sul fronte statunitense.