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Alaloth: Champions of The Four Kingdoms - la recensione dell'early access

di Simone Rampazzi

Chi vi scrive fa parte della larga fetta di appassionati del gioco di ruolo. Quello nudo e crudo, con milioni di linee di dialogo, numerose interfacce per gestire il proprio personaggio, una storia convincente e, perché no, una discreta mole di nemici da sconfiggere dall’inizio alla fine del viaggio. E Alaloth: Champions of the Four Kingdoms si è presentato proprio nelle vesti di un classico RPG vecchio stampo, pronto a colmare il vuoto lasciato dagli ultimi esponenti apparsi sul mercato, incapaci di ricreare lo stesso feeling dei titoli più blasonati.

ATTENTO ALLE TUE SCELTE

L'incipit narrativo dei Alaloth è degno delle classiche avventure di stampo fantasy: dopo un lungo scontro con gli altri dei,  a uscirne vincitore è Alaloth, un’entità demoniaca che vuole chiaramente conquistare il mondo e assoggettarlo al suo volere.

L’unico modo di fermarlo è quello di collezionare quattro artefatti posizionati in qualche luogo imprecisato del regno di Plamen, suddiviso “politicamente” in quattro sezioni che si associano alle razze che ne popolano il territorio. Durante la creazione del personaggio potremo infatti scegliere se vestire i panni di un umano, un elfo, un nano o un orco, decidendo poi il suo allineamento e aspetto esteriore.

Un tool molto basico, pensato solo per darvi modo di impostare il vostro alter ego, lasciando alle vostre azioni il compito di plasmare affinità, abilità e quant’altro. A dire il vero si può scegliere una tipologia di arma per affrontare i primi nemici presenti nel mondo di gioco, elemento che comunque potrà essere cambiato praticamente da subito, a patto che prima impariate un minimo di basi del gameplay.

La cosa che sorprende sin dal primo avvio è che Alaloth offre una modalità campagna classica, accompagnata da una modalità competitiva dove il nostro eroe dovrà scontrarsi con altri durante la ricerca degli artefatti del potere. Sembra una cosa scontata, ma a livello narrativo questa scelta di design crea dinamiche interessanti per arrivare a completare la missione, dal momento che potremmo trovare alleati o avversari durante il corso della campagna.

UN aRPG NON PER TUTTI

A prescindere dall’idioma scelto per il gioco, che al momento presenta diverse lingue ad eccezione del l’italiano, Alaloth è un gioco che ha bisogno di tanta pazienza per essere affrontato: la maggior parte delle missioni richiede una lettura approfondita e attenta, spinge il giocatore a esplorare più di una volta zone già viste in precedenza e presenta una difficoltà generale, non selezionabile in alcun menù, piuttosto punitiva se presa alla leggera.

Oltre agli encounter che è possibile fare nella mappa, e sono tantissimi, il gioco offre diversi dungeon semplicemente evidenziati da una difficoltà che parte da semplice a molto difficile (va con un numero crescente di teschi), fattore che non va solo a modificare il numero di nemici sul campo, ma ne determina anche la letalità a livello di attacchi e abilità.

All’inizio il sistema offre un discreto numero di nemici piuttosto basici, scheletri disarmati o zombie non proprio sveglissimi, ma subito dopo ci offre la possibilità di scontrarci con demoni infuocati, giganti, bestie magiche e molto altro ancora.

Basta un attimo di disattenzione e il gioco è fatto. Per dirvi, non appena trovata un’arma magica di dubbia potenzia ci siamo sentiti subito in grado di affrontare tutto, solo per poi scontrarci con una realtà piuttosto avvilente, che richiede un approccio decisamente strategico per portare a casa il risultato. Non c’è alcuna modalità pausa, gli scontri sono in tempo reale e i nemici sono incavolati come bisce, pronti a tutto per ammazzarci senza nemmeno chiederci il motivo della nostra visita.

GAMEPLAY DAVVERO PARTICOLARE

A rendere il tutto più interessante ci pensa il gameplay, molto lontano dagli RPG classici vista la sua naturale compatibilità con il controller, un elemento che ci ha sorpreso e ci ha tenuto col fiato sospeso per tutto il corso della nostra prova.

Non ci sono infatti abilità da utilizzare o criteri passivi da tenere in considerazione, ma bisogna in qualche modo cominciare a imparare il timing e il moveset dei nemici presenti sul campo, così da poter creare una danza letale che sia in grado di comprendere parate, schivate e attacchi sferrati al momento giusto, questo perché i nemici non avranno pietà e approfitteranno di ogni nostra disattenzione.

Il loot si ottiene alla fine del completamento di ogni zona di combattimento, durante l’ingresso in quest’ultime non è possibile cambiare equipaggiamento, abilità e oggetti rapidi, motivo per cui la pianificazione si rivela parte integrante del gioco, insieme a una buona dose di fortuna e abilità di utilizzo del proprio personaggio.

Conoscere il proprio nemico è la prima regola, motivo per cui il gioco si rivela piuttosto punitivo all’atto della morte del personaggio, che rinviene nel santuario più vicino e si vede resettare ricompense e mostri incontrati fino al momento della morte (ovviamente dall’inizio della zona di combattimento, sia chiaro).

Questo sistema di progressione garantisce al giocatore un impegno piuttosto intrigante, unito tra l’altro a un ottimo livello di rigiocabilità, cosa da non sottovalutare assolutamente considerato il tipo di gioco che ci troviamo di fronte. Anche la libertà di scegliere le abilità a nostro piacere, soprattutto con un sistema di level up piuttosto singolare che è pensato per farci ottenere i punteggi solo dopo aver finito un numero determinato di dungeon, rende il gameplay dinamico e interessante, pronto insomma a servire il fianco a un numero corposo di build da creare che potrà accontentare quasi ogni stile di gioco.

Il comparto tecnico si rivela praticamente l’unico tallone d’Achille della produzione, un fattore che insomma lascia un po’ a bocca aperta in questo presente, visto e considerato che Alaloth a oggi non permette alcuna tipologia di customizzazione grafica al di fuori della correzione del gamma. C’è il supporto agli schermi 21:9, ma chiaramente non basta. E poi la colonna sonora, ripetitiva a più non posso con quelle musiche monotono e quella mancanza di doppiaggio che insomma, lascia un po’ a desiderare. Gli sviluppatori si sono detti pronti ad implementare diversi elementi succitati, a patto che il titolo venga ben accolto dal pubblico di riferimento.

Anche la mancanza della lingua italiana potrebbe far storcere il naso a qualcuno, sebbene si tratti comunque di un livello di scrittura piuttosto semplice, in grado insomma di essere compreso con un minimo di sforzo.

IN CONCLUSIONE, ALMENO PER ORA

Alaloth ha tutte le carte in regola per diventare un titolo di tutto rispetto. Ogni elemento del gameplay e della storia trasuda passione per i giochi di ruolo da tutti i pori e ci lascia ben sperare sul successo dell’opera, a patto che vengano implementate tutte quelle situazioni non proprio in linea coi giorni nostri che lasciano un po’ di amaro in bocca. Gamera Interactive sembra pronta a tutto per portare a casa il risultato, speriamo nel buon esito della campagna in early access per questo titolo tutto italiano che ha ottime carte da giocare.