Recensione Il viaggio di Yao

Un racconto di formazione per due improbabili compagni di viaggio.
Daniele Errera Di Daniele Errera(3 aprile 2019)

Yao è un povero bambino di un piccolo villaggio nel sud del Senegal. Seydou Tall è un ricco attore francese nato da famiglia senegalese. S’incontreranno ovviamente nel paese africano dopo che Yao ha affrontato circa 400 km per raggiungerlo a Dakar. Da quel momento, comincia il viaggio di Seydou. Un cammino interiore. Le strade dissestate che i due incontreranno non sono altro che una metafora delle problematiche di un uomo seppur di successo come Tall. Perché nel lavoro è riconosciuto e, anzi, idolatrato a migliaia di chilometri di distanza.

Ma interiormente non tutto fila liscio. La sua vita privata non è un successo come quella pubblica. La carriera va a gonfie vele, ma la donna che ama – sua moglie – non sta più con lui. Lei impedisce al figlio della coppia di volare col padre in Africa. Seydou quindi è da solo in Senegal, un paese dal quale proviene la sua famiglia (e quindi la sua storia), ma di cui sostanzialmente non sa nulla. Avverte che in quei luoghi vi sia una carica emotiva latente, ma sembra averne paura inizialmente. Poi grazie a Yao, praticamente uno strumento per la riscoperta dei valori originari, si butta nella mischia e volta dopo volta si apre sempre di più.

L’Africa ha i suoi tempi, i suoi modi di essere. In tutto questo Seydou è considerato un bianco. È nero fuori e bianco dentro, come lo definiscono Yao e Gloria. Non è a suo agio, ma sa che dall’altra parte vi è qualcosa per cui vale la pena camminare, sudare, pagare e spendere il proprio tempo al fine di scoprirla e chissà, magari anche abbracciarla. E sforzandosi sempre di più trova (o forse ritrova) qualcosa. La vicinanza di Yao è fondamentale: anzitutto come elemento di sceneggiatura, perchè aiuta a non rendere la pellicola troppo didascalica. 

Il viaggio di Yao - Immagine 1

Il montaggio alternato ad inizio film sembrava indirizzato verso questa strada, con comparazioni fra la ricchezza francese e la povertà senegalese, tra i mezzi di trasporto e gli ambienti di un Paese piuttosto che dell’altro. Ma sono anche funzionali a far capire il livello di ‘agio’ da cui proviene il protagonista, che all’arrivo a Dakar si trova imbottigliato nel traffico generato della preghiera collettiva che unisce i musulmani praticanti della città. Una scena che lo stesso regista Philippe Godeau vive sulla propria pelle durante i sopralluoghi nel paese africano.

Godeau scrive la sceneggiatura con Agnès de Sacy. Un vero e proprio sodalizio visto che la coppia è al terzo lavoro assieme. Il regista ammette che l’apporto di de Sacy migliori la parte introspettiva della pellicola. Pur non utilizzando una voce fuori campo, che avrebbe reso vano lo sforzo sceneggiativo, si capisce che Seydou stia compiendo un viaggio interiore. Le sue azioni lo dimostrano sempre più, entrando in simbiosi con le radici ‘aldilà del fiume’.

Il viaggio di Yao - Immagine 4

Omar Sy abbandona i fasti di Quasi Amici, nel quale il suo io doveva esplodere. Stavolta l’interpretazione è da definirsi sobria, anche perché associata a parecchi silenzi. Assolutamente funzionali, ma che possono a volte influenzare il giudizio su un’interpretazione attoriale. Lionel Basse è invece il fortunato (e bravo) giovane attore, scelto fra seicento bambini, che interpreta il piccolo Yao: la complicità fra Yao/Lionel e Seydou/Omar cresce sempre più, dentro e fuori il set ed aiuta certamente sia la coppia che il pubblico.

Le parti tecniche sono apprezzabili e soprattutto coerenti con l’idea del film: la fotografia fa uno sforzo nella misura in cui utilizza ed esalta colori che l’immaginario collettivo associa all’Africa. I tramonti, l’uso delle luci, l’impiego dell’illuminazione naturale sulla spiaggia, nelle piccole cittadine o lungo le desertiche zone attraversate sono di buona fattura. Il montaggio è tutt’altro che frenetico e la colonna sonora mischia strumenti e musiche prettamente ‘occidentali’ a strumentazioni tradizionali africane. Ma la protagonista della pellicola resta ancora una volta la sceneggiatura, che vuole fare lo sforzo di mostrarci come le differenze fra etnie e popolazioni siano spesso sovradimensionate e come i valori di una parte se mixati con intelligenza e coerenza possano rendere più completo l’io di una persona.

Il viaggio di Yao - Immagine 2

Un vero e proprio ritorno alle radici compiuto dall’adulto abile ed attrezzato che doveva riaccompagnare a casa il tredicenne piccolo e (apparentemente) sprovveduto. Un viaggio che chilometro dopo chilometro permette al protagonista di cambiare prospettiva sulle cose e l’approccio nel vedere le cose: non dare per scontato nulla ed apprezzare quello che gli antenati (o Dio) predispongono per i nipoti e per i nipoti dei nipoti. Perché in fondo gli anziani hanno ragione: ‘Il destino è Dio che passeggia in incognito.

Il viaggio di Yao

Il viaggio di Yao Cover
  • Titolo Originale: Yao
  • Regia: Philippe Godeau
  • Produzione: Pan Européenne Production
  • Nazionalità: Francia, Senegal
  • Distributore: Cinema Distribuzione
  • Sceneggiatura: Agnès de Sacy, Philippe Godeau
  • Genere: Commedia, Drammatico
  • Durata: 103 min.
  • Sito ufficiale
  • Data di uscita: 4 aprile 2019
  • Cast: Omar Sy, Lionel Basse, Fatoumata Diawara, Germaine Acogny
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