Recensione Undercover

Un viaggetto in Germania ? Perchè no..

di Walter Paiano
Poiché in genere le idee non nascono con le gambe zoppe, ma è la materia che quando viene plasmata a seconda delle esigenze può apparire bruttina, non ce la sentiamo di condannare unilateralmente l'idea alla base di Operation Wintersun come uno spunto banale. La trama dell'ultimo videogame di casa BLE, un'avventura punta e clicca senza fronzoli, ci vede nei panni di John Russel, un mite e riservato scienziato britannico, che viene inviato in Germania per indagare sullo sviluppo di una misteriosa arma che potrebbe cambiare la guerra. Siamo nel 43, e la guerra in questione è la seconda guerra mondiale, e il clima è quello che è: nazisti, propaganda e misteri ovunque.

 

E' facile, in un videogioco, quando ci si trova ad un paio di metri da una guardia armata, pensare di poter prendere dalla scrivania vicino a noi un vaso di coccio e suonarlo in testa al nemico, ma nei giochi come Undercover il succo è un altro. Fin dalle prime battute il gioco ci spinge ad analizzare l'ambiente circostante e gli ostacoli che si frappongono tra noi e il nostro obiettivo, con lo scopo di trovare la via giusta di uscirne, che in genere è una via nascosta e celata agli occhi dei meno attenti: la difficoltà media degli enigmi del gioco è piuttosto alta, ma questo è anche una conseguenza di alcune scelte di programmazione un po' superficiali.

 

Alla fine di ogni livello ci renderemo conto di come ogni due oggetti raccolti o trovati, uno serva solo a confonderci le idee; quando poi si tratta di scovare qualcosa di mimetizzato il tutto è a dir poco snervante. Ci sono un paio di intuizioni interessanti, come il mischiare degli ingredienti raccolti nello scenario per ottenere diversi composti ( come l'acqua saponata o l'acido solforico ), necessari per passare oltre alcune quadri, ma in generale rimane l'amaro in bocca per molti altri buoni spunti andati perduti per strada, come la possibilità di optare per un percorso diverso da quello principale.

I personaggi che ci affiancano nel corso dell'avventura rispondono a stereotipi neanche troppo originali, ma fanno in qualche modo la loro parte, sebbene i dialoghi si riducano ad un semplice “prova tutti gli argomenti finchè non trovi quello che ti aiuta ad andare avanti”.

Le situazioni all'interno di ogni livello non sono comunque mai ripetitive, e spesso ci saranno commenti ironici su enigmi risolti in precedenza : ad esempio, quando proviamo ad analizzare un termosifone nel secondo livello John dirà “ne ho avuto abbastanza dei termosifoni per oggi” riferendosi ad azioni svolte nel primo livello del gioco. La telecamera offre spesso angolature ostiche, e come se non bastasse John avrà la brutta tendenza a darle le spalle quando si tratta di combinare tra loro vari elementi raccolti, svolgendo sempre la stessa identica animazione.

Nonostante la bontà d'intenti della trama, che sia nell'essenza che nelle modalità di esposizione incontra alti e bassi, il gioco non si qualifica come un esperienza appassionante, proprio per diverse pecche sparse un po' ovunque, anche se la sacra autoironia alla George Stobbart, accompagnata ai momenti quasi “di tensione” permea diverse sessioni del gioco, e spinge ad andare avanti.

Per concludere, dal lato tecnico il gioco si attesta sulla sufficienza: il doppiaggio che anima le voci dei personaggi rimane su livelli bassi, e di certo si poteva dare di più nella scelta degli effetti “di mistero”. Dal punto di vista grafico abbiamo un buon prodotto, considerato il genere, che è capace di accompagnare, ai disegni di sfondo dettagliati e piuttosto inerenti all'epoca trattata, delle texture e delle animazioni tutto sommato non malvagie, anche se lontane da livelli che si possono definire ottimi.

6
Undercover ha il pregio di avere una buona trama, che a tratti appassiona e in genere non si abbandona a banalità, ma che è raccontata male e supportata da uno schema di gioco abusato, anche se suffragato da enigmi avvincenti e un buon comparto tecnico.