Recensione Hard To Be A God

E'più difficile essere un Dio, o è più complesso riuscire a divertirsi?

di Alessandro Cossu
E'impossibile non notare come l'avanzata incipiente della “School Game” dell'Est Europa stia cavalcando l'onda del successo anche in Italia. Dopo titoli come “The Witcher”, e S.T.A.L.K.E.R., ambedue recensiti per voi su Gamesurf da chi vi scrive, oggi è la volta di un gioco di ruolo “vecchio stile”, quell'”Hard To Be A God” più volte rimandato e finalmente (!?) arrivato sugli scaffali.

Venduto a prezzo quasi budget, il gioco distribuito da Leader ricalca pedissequamente i classici stilemi dei giochi di ruolo, dal primo all'ultimo, anche se, grazie al contribuito dei fratelli Strugatzki, si riesce a respirare un filo di originalità nell'ambito della trama e delle locations.

 

 

Ora, la domanda legittima, sarebbe : chi sono questi due autori? Per i due o tre utenti che non ne fossero a conoscenza (!), i fratelli Strugatzki sono i più acclamati autori russi nell'ambito della narrativa fantasy/fantascientifica. Il libro più famoso da loro scritto è “Picnic sul ciglio della strada”, da cui è stato tratto – a grandi linee, naturalmente, il già citato S.T.A.L.K.E.R. : Shadow of Chernobyl. Anche “Hard To Be A God”, prende spunto dalle opere letterarie dei due fratelli (il libro ha lo stesso titolo del gioco) ed è quindi venuto il momento di scoprire cosa si cela dietro l'ultima ma non ultima fatica dei signori della Akella.

Tanto tempo fa, in un altro tempo e in un altro luogo, i popoli della Terra e gli abitanti di Arkanar vivevano in una pace proficua e duratura. Per motivi sconosciuti, l'idilliaca alleanza fra le due razze venne meno e, come è lecito aspettarsi, l'ovvia conseguenza di tale stato di cose fu una disastrosa guerra che si prolungò per intere generazioni. Con il passare del Tempo, nonostante il conflitto potesse dirsi chiuso, i terrestri e gli Arkanariani (Arkanaresi?), non riallacciarono mai i rapporti, finendo con l'isolarsi completamente gli uni dagli altri.

 

Così, la Terra conobbe il suo sviluppo tecnologico e sociale sulla falsa riga di quello che conosciamo oggi, mentre su Arkanar il flusso del Tempo parve fermarsi in una sorta di infinito Medioevo. Fu per questa, strana divergenza, che un bel giorno, un novellino della scuola dei Servizi Segreti, appena diplomatosi, grazie ad una misteriosa tecnologia di trasporto viene inviato ad indagare sul mancato sviluppo – o presunto tale, della società degli Arkanariani...e indovinate a chi toccherà vestire i panni di questo giovanotto?

Naturalmente, la limitazione principale che dovremo seguire (o subire che dir si voglia) – agendo in incognito, sarà quella di non poter usare alcun artefatto tecnologico durante le nostre missioni, adeguandoci tanto nell'abbigliamento,quanto nelle armi e nei costumi, a quelli locali.

Detto questo, si può partire con la disamina tecnica vera e propria : il titolo oggi in esame si presenta in una lussuosa scatola di metallo, dentro alla quale troviamo un piccolo ma ottimamente realizzato manuale e il DVD di gioco. La relativamente breve installazione, ci catapulterà nel menù iniziale, dove settare i consueti parametri audio, video, controller e relativa gestione dei profili.

 

Fatto questo, ci inoltreremo subito nel cuore dell'avventura, affrontando un primo, lungo e in verità leggermente tedioso livello che fungerà da tutorial, al fine di mettere anche il giocatore meno avvezzo alle meccaniche dei giochi di ruolo, a proprio agio. La visuale in terza persona dall'alto, sullo stile del campione del genere, Sacred, per intenderci, è sufficientemente comoda per poter avere sempre un buon punto di vista sull'azione, azione che sarà preponderante rispetto alla componente ruolistica del titolo Akella.

Come in ogni GdR che si rispetti, i dialoghi con i PNG (Personaggi Non Giocanti) saranno utili e a volte vitali per il normale scorrimento del gioco; parlare con quanti abbiano qualcosa da dire – evidenziati da una sorta di pallina luminosa sul cranio, si rivelerà essere infatti il solo modo di carpire informazioni e sotto quest, necessari allo sviluppo del personaggio. Saranno otto, i parametri vitali del protagonista, che potremo perfezionare sulla base dei punti esperienza accumulati. Per far ciò, dovremo, come nei classici dettami di questo tipo di giochi, uccidere i nemici, trovare tesori, compiere missioni più o meno arzigogolate e alla via così, come nella migliore tradizione di D&D.

Parlando di missioni, saremo chiamati a impersonare diversi ruoli, affinché esse possano essere completate. Sono sei, i “ruoli” disponibili nel corso dell'avventura: Don, Ladro, Cittadino della LRA, Brigante, Monaco e Grigio. Poiché, come dice più o meno la saggezza popolare, “l'abito fa il monaco”, e pure parecchio, saranno proprio i vestiti che sceglieremo ad identificarci in un determinato ruolo, con le ovvie conseguenze del caso. Indossare una giubba da Ladro in un castello pieno di guardie non sarà infatti la mossa più intelligente che potremo compiere, mentre la stessa giubba si rivelerà essere preziosissima qualora incapperemo in un covo di tagliagole che, scambiandoci per uno di essi, ci forniranno armi, informazioni, missioni et similia.

Possiamo tranquillamente affermare che, a livello di gameplay, è davvero tutto qui. Certo, potremo cavalcare, esplorare zone relativamente vaste, ma l'anima di “Hard To Be A God”, si può ridurre a continui combattimenti e quest spesso slegate fra loro – unite solo dal desiderio di scoprire perché questi tizi non sono riusciti a produrre un motore a scoppio.

Sono due, gli aspetti che ci hanno convinto di meno : il comparto grafico e il sistema di combattimento. Il gioco soffre di una certa carenza di poligoni in ogni situazione ed il motore, per quanto snello e relativamente scalabile, non ci ha colpito in modo particolare, regalando uno spettacolo ammantato da un aurea di “già visto” che proprio non siamo riusciti a digerire. La gestione delle ombre ci è parsa piuttosto lacunosa – a volte venivano mostrate, altre volte no, così come la realizzazione del sangue e dei modelli poligonali ci è parsa davvero approssimativa.

 

Anche i combattimenti, così come il sistema di dialoghi a risposta multipla, ci sono sembrati un po' troppo farraginosi e poco stimolanti : troppi tasti da premere, con un personaggio che si stanca, letteralmente, dopo un paio di fendenti. Per non parlare degli scontri a cavallo, assolutamente improponibili.

Il doppiaggio è rimasto in lingua inglese, mentre è da rilevare una buona localizzazione in Italiano di tutto quello che concerne la scrittura. Discrete le musiche, ma poco adatte all'ambiente di gioco. Prima di chiudere, si ricorda che HTBAG manca di qualsiasi componente multigiocatore.

  

5
La nuova fatica dei signori della Akella riesce a strappare una sufficienza tutto sommato rotonda:pur non vantando alcuna innovazione e con un comparto grafico relativamente sotto standard, il gioco distribuito da Leader - venduto quasi a prezzo budget, ha diverse frecce al suo arco e le scocca tutte. Magari non colpisce il centro del bersaglio,ma gli appassionati del genere potrebbero trovare in "Hard To Be A God", un sostanzioso antipasto in attesa di titoli più blasonati.