Recensione Grand Budapest Hotel

Pioggia di nomination all'Oscar per Wes Anderson

di Francesca Perozziello
1968. Sperduto fra le montagne della Repubblica di Zubrowka, in un indefinibile punto dell'Europa Centrale, sorge il Grand Budapest Hotel. Dei fasti e dello splendore che un tempo caratterizzavano questo albergo esclusivo, rimane ben poco.

Un giovane scrittore (Jude Law), giunto nell'hotel, fa conoscenza con l'anziano proprietario, il signor Zero Moustafa (Francis Murray Abraham), il quale inizia a raccontargli la storia del prestigioso Grand Budapest Hotel.

Con un salto indietro nel tempo al 1932, eccoci catapultati in quello che era uno dei luoghi più lussuosi al mondo. I corridoi affollati di ricchi ospiti, la hall piena di vita e movimento, in un frenetico alternarsi di valigie, calici di champagne e pesanti collane di perle.

Monsieur Gustave H. (Ralph Fiennes), elegante ed eccentrico concierge, dirige alla perfezione l'hotel, orchestrando ogni singolo elemento: niente e nessuno sfugge al suo controllo. Tutto deve essere al posto giusto e al momento giusto. Il giovane Zero Moustafa (Tony Revolori), all'epoca un facchino appena assunto, guarda estasiato il modo in cui Monsieur Gustave riesce a far funzionare la complessa macchina che è il Grand Budapest Hotel, un organismo così attivo e instancabile da sembrare dotato di vita propria.

Wes Anderson, che della pellicola è regista, sceneggiatore e produttore, organizza il racconto in un raffinato sistema “a cornice”.

Come una scatola cinese, il film presenta quattro livelli narrativi, lontani nel tempo l'uno dall'altro, ognuno caratterizzato da protagonisti diversi. La difficoltà maggiore, con una trama così strutturata, è proprio quella di riuscire ad articolare i vari livelli senza creare disorientamento nello spettatore. Il fascino di Grand Budapest Hotel è dovuto anche a questa sua capacità di condurre lo sguardo da una cornice all'altra, da un piano narrativo all'altro, senza mai lasciarci indietro. Nonostante gli ostacoli che incontriamo nel nostro percorso di osservatori esterni, non possiamo mai inciampare, perderci nella fitta trama in cui si snodano le vicende.

Un ulteriore elemento di difficoltà del film potrebbe essere costituito dai numerosi personaggi che ci vengono presentati. In questo grandioso affresco umano che attraversa un secolo di storia, si avvicendano sullo schermo alcuni dei volti più noti del cinema hollywoodiano. Owen Wilson, Willem Dafoe, Edward Norton e Harvey Keitel sono solo alcuni degli attori che hanno preso parte all'opera di Wes Anderson. Un'irriconoscibile Tilda Swinton nella parte di un'anziana nobile è solo la ciliegina sulla torta di questo colossale film corale, in cui ognuno fa la sua parte.

Proprio come nell'hotel al centro del film, nessun interprete può permettersi di uscire fuori dal sentiero, rischiando altrimenti di far saltare un anello del racconto. Anche qui, forse, il merito è dello stesso Anderson, capace di suddividere il film in un'infinità di frammenti autonomi e tuttavia dipendenti dal nucleo centrale.

Si ha l'impressione che gli attori, una volta concluso il proprio ruolo all'interno del film, tornino immobili nel piccolo spazio vitale da cui sono arrivati, come in un gigantesco orologio a cucù. Un'emblematica locandina del film riassume in modo efficace questo meccanismo: come le chiavi dell'hotel appese nella bacheca della portineria, i volti degli attori occupano ognuno lo spazio che è stato loro affidato dal regista. Indipendentemente dalla loro fama e notorietà al di fuori di questo lavoro, sono tutti relegati in un angusto rettangolo rosso.

Candidato a numerosi premi Oscar, Grand Budapest Hotel spicca per una regia ed una sceneggiatura fuori dal comune. Oltre a ciò, impossibile non ammirare la fotografia e i costumi, elementi fondamentali per la ricostruzione di questo mondo altro, incantato. Apparentemente privo di coordinate spaziali e temporali, eppure così pieno di riferimenti al ‘900 e alle sue guerre da non poterci lasciare indifferenti.

4/5
Con una trama raffinata e complessa, il film ci conduce nella lontana Zubrowka, dove sorge il Grand Budapest Hotel. Proprio come Monsieur Gustave, Wes Anderson riesce a controllare ogni elemento del film, accompagnando lo spettatore in una realtà incantata eppure tanto simile al nostro passato più recente.