Recensione Fable 3

L'ultima favola di Molyneux non convince del tutto. E' tempo di cambiare.

di Marco Modugno
C'era una volta un balverino pallido. Chiunque abbia condiviso con altre migliaia di fan croci e delizie del fortunato franchise creato da peter Molyneux, conosce benissimo l'evoluzione della "favola" videoludica per eccellenza, nata nell'universo fantasy classico di Albion per poi spostarsi sempre più avanti nel tempo, fino all'ultimo capitolo ambientato in una terra dove sono in atto le prime fasi della rivoluzione industriale. Ed' è proprio questa la prima, per me fondamentale, buccia di banana sulla quale Peter scivola con quest'ultimo capitolo. Accantonata l'ingenuità bucolica affascinante e un po' jacksoniana (parlo del regista neozelandese del Signore degli Anelli, ovviamente) dei villaggi rurali del primo Fable, delle locazioni classiche, tra rovine, templi abbandonati e torrioni semidiruti, popolati di spadaccini, arceri e mostri classici o meno, la trilogia aveva subito un'accelerazione dell'evoluzione temporale e tecnologica degna di una partita breve a Civilization già nel primo capitolo, nel quale comparivano e finivano per farla da padroni schioppi e pistoloni a ruota.

Pazienza, visto che le armi da fuoco primitive le hanno anche i nani e gli imperiali di Warhammer Fantasy, si dissero all'epoca i fan del fantasy classico, chiudendo un occhio sugli scontri a fucilate un po' troppo frequenti e invasivi in nome di un gameplay comunque più ricco ed evoluto, più profondo, maggiormente caratterizzato. Il problema oggigiorno sta proprio qui, però. Fable 3 non aggiunge, anzi toglie parecchio in termini d'intutività e immediatezza gestionale, al sistema di gioco del secondo titolo della serie, trasportando nel contempo il giocatore in un'ambientazione a cavallo tra il neogotico e lo steampunk dove l'atmosfera da favola che tanto ci era piaciuta, fatta di laghetti cristallini e spelonche illuminate di cristalli fluorescenti, cede il passo a brutture che ci ricordano fin troppo il mondo in cui viviamo (inquinamento, sfruttamento del lavoro minorile, deportazione dei profughi, terrorismo, oppressione politica, sesso libero e materialismo economico sfrenato) per riuscire a mantenere quel senso di piacevole evasione e quelle indimenticabili atmosfere eroiche del primo e, almeno in buona parte, del secondo capitolo.

I balverini, geniale intuizione onomastica di Molyneux (mutuata forse dal timore di dover pagare le royalties sulla parola licantropo agli eredi di Lon Chaney...), qui, più che i micidiali animali da preda del Fable originale, hanno l'aria di una specie protetta dal WWF, rari da incontrare e fin troppo facili da abbattere. Così gli hobbes, alla cui leggenda già aveva molto nuociuto, quasi quanto la fregnaccia dei midiclorian a quella degli Jedi, la spiegazione sulla loro origine dal sacrificio e trasformazione dei bambini rapiti, data nel secondo titolo. Gruppuscoli sparsi nelle grotte e nei boschi, braccati come gli ultimi Apache rimasti fuori delle riserve, tanto che uno si aspetta, nel prossimo titolo (se ve ne sarà uno), di ritrovarli a pulire i vetri delle prime automobili ai semafori, in canottiera e jeans sdruciti. E poi pistole e fucili, troppi, che rendono tutti i guerrieri uguali, proprio come recitava una celeberrima pubblicità della Colt dellepoca del West, togliendoci il gusto della nobile arte della spada al punto che, alla fine, trascuriamo di apprenderla ai massimi livelli, ché tanto si fa molto prima sparando, come in un film con Jason Statham e Jean Reno.

Gli affezionati ricorderanno poi l'emozione del tirocinio del nostro primo eroe, la cura nell'evitare i trabocchetti e le tentazioni del male (o nel tuffarcisi a capofitto, per chi ambiva a farsi spuntare le corna, invece dell'aureola) durante il suo sviluppo, ma soprattutto la mitica padella assassina, arma per la verità non così potente, ma inseguita da tutti i giocatori di allora, da sbloccare e da potenziare con ben quattro slots, uno in più della mitica Spada degli Eoni. L'umorismo sottile e scanzonato, però, ci sembra anche quello andatosi via via stemperando, sostituito da un molto meno gradevole sarcasmo amaro, troppo attuale per non lasciare, assieme alla risata, una sensazione malinconica che, almeno quando giochiamo, vorremmo evitare. Intendiamoci, Fable 3 è un titolo pieno di idee e di cose da fare, a partire dalla lunga campagna principale nella quale, nei panni del fratello del re, sarete chiamati a radunare un esercito abbastanza forte da spodestarlo mettendo fine alla sua tirannia.

Trame e sottotrame, quest principali e secondari in perfetto stile Molyneaux, si annodano tra loro in una trama che vi verrà voglia di peroccere dall'inizio alla fine, senza trascurare nulla, salva l'immancabile necessità di scegliere se comportarvi da eroi senza macchia o da egoisti privi di scrupoli. Il problema, però, anche qui sta nell'impossibilità di aderire ad una scelta manichea assoluta, senza dubbio irrealistica ma tipica proprio della trama di una fiaba. Una volta saliti al trono, infatti (occhio allo spoiler!!! Chi non vuole sapere nulla sulla trama salti diretto alla fine del paragrafo), vi accorgerete che mantenere le proprie promesse "elettorali" e comportarsi generosamente con tutti potrebbe privare il regno della forza necessaria per difendersi da una minaccia che il vostro fratello presunto malvagio aveva messo in conto e in previsione della quale aveva mutuato il suo draconiano sistema di governo.

La conclusione amara di una campagna in cui l'eroe che ha perseguito il bene assoluto sempre e comunque si ritrova a vagare per un mondo spopolato dall'eccidio della sua gente, impreparata all'aggressione esterna perché troppo bene abituata, coccolata con riserve naturali e biblioteche invece di essere tartassata di fabbriche dietro casa e tasse esose, è allora che il bene non sempre vince, o perlomeno che può non rappresentare la scelta più conveiniente sulla base della ragione di stato. Il che, seppur machiavellianamente ineccepibile, è lontano a mio parere di un bel po' dallo spirito originario con il quale il gioco era stato in origine offerto al pubblico.

Il tempo delle cacce al balverino è (quasi) finito, dunque. Di questo passo, Fable 4 ci chiederà d'inseguire i poveri superstiti della specie in aride e inquinate savane, aggrappati all'affusto di una mitragliatrice pesante montata nel retro di un pick-up. Oppure predare armati di  carabine d'assalto le caverne degli ultimi hobbes, dopo averli stanati con bombe intelligenti che scavano le montagne. La favola di Molyneaux sembra davvero aver intonato, con questo terzo capitolo, il suo canto del cigno, magnifico ma un po' triste.

Peter appare stanco dell'idea e finisce per citare se stesso, come accade con la caccia alle gargoyles, geniale trovata del secondo capitolo, qui clonata in tutto salvo che nel fatto che i doccioni gotici parlanti sono diventati antipaticissimi gnomi da giardino, o con la paatetica perpetuazione di tutta la faccenda del sesso e della gestione della famiglia che, con tutto il rispetto per il genio inglese della Lyonhead, nei videogiochi sembra sempre (a chiunque abbia una vita di relazione normale quando non è alla tastiera, perlomeno) fuori posto, uin po' come lo zucchero a velo sull'amatriciana. Sia che si intepretino gli interludi con personaggi dell'altro sesso (o dello stesso!, sic!) in chiave gotica neoromantica stile Twilight, con gran mostra di spalle nude, pettinature emo, sguardi da cerbiatto e dissolvenze come in Dragon Age, sia che lo si renda in chiave goliardico-pecoreccia come lo zin-zin semimascherato di Fable, con tanto di incursione nel campo della dottrina sociale (un solo credo: usa il condom e fai sesso come ti pare e con chi vuoi, che va bene) che non tutti, grazie a Dio, si bevono a garganella come magari allo zio Peter piacerebbe, il risultato è quasi sempre imbarazzante.

Al team Lyonhead è decisamente tempo di aprire le finestre e lasciar entrare un po' di vento fresco, che schiarisca le idee un po' a tutti, a partire dal boss Molyneaux, permettendo loro di recuperare quella verve creativa che ha fatto la differenza con altri sviluppatori in questi ultimi anni. La versione da PC di Fable 3, infatti, che segue di qualche mese quella da console emulandola in tutto e per tutto, luci ed ombre incluse, al punto di suggerire di adottare il gamepad di Xbox 360 come periferica di controllo ideale, conferma la sensazione di stagnazione delle idee. Trama complessa e con qualche piacevvole colpo di scena, tante sottoquest anche se non tutte imperdibili, minigiochi inediti (ma simili concettualmente a quelli del secondo capitolo) e tutto il resto. Il menu sembra completo ma, guardando con attenzione, si ha la sensazione di qualcosa di già visto che uno, da un titolo targato Molyneaux, e non importa se accanto c'è un numero maggiore di 1 che indica inequivocabilmente la sua natura di sequel, proprio non se l'aspetterebbe. Il sistema di interazione con i tanti personaggi che s'incontrano e con i quali è possibile intessere relazioni, poi, abbandona l'impostazione pressoché perfetta di Fable 2 per avventurarsi in una nuova formula che definire fastidiosa e poco intuitiva ci sembra anche troppo generoso.

Sui dettagli di trama, gameplay e aspetti tecnici si è già diffusamente espresso, qualche tempo, fa, sua grazia serenissima Lord Gambino, nell'ottima recensione sulla versione per Xbox 360 apparsa su queste pagine, e alla quale vi rimando. le caratteristiche del porting per PC, infatti, sono praticamente identiche, fatta eccezione per l'inedita opzione 3D, riservata ai possessori di un hardware adeguato, targato Nvidia come da prescrizioni dello sviluppatore. Eviterò pertanto inutili ridondanze, limitandomi a commentare favorevolmente l'adattamento tecnico del motore del gioco alle architetture sicuramente meno standardizzate dei personal computer. Il gioco gira bene anche su macchine non high end e l'aspetto e il frame rate si mantengono sempre ad ottimi livelli, pur senza migliorare sostanzialmente i risultati peraltroi ottimi visti sulla console con la grande X. Microsoft ha giocato in casa, stavolta, e si vede, anche se ci sono stati segnalati alcuni intoppi nell'aggiornamento di Windows Live proprio in questi giorni.

Impossibile pensare di congedarsi dalla trilogia senza provare, giocare e finire (quanto meno la campagna principale) questo terzo capitolo di Fable. Mi mancheranno i balverini e gli hobbes, potete giurarci, ma quanto al resto, una volta finiti di scorrere i titoli di testa, rimasti con una manciata di sottoquest da completare in regime di sandbox, non ho avuto remore a spegnere, disinstallare e congedarmi dal titolo. Ci sarà un Fable 4? Solo Peter Molyneaux saprebbe rispondere, anche se io scommetterei una pinta di scura sul no. Albion ormai ha raccontato quel che doveva a tutti noi, Pete. Forse è davvero venuto il tempo di lasciarsela alle spalle e voltare pagina del tuo libro di fiabe. Alla prossima!

7
Tre, numero perfetto, asseriscono i cabalisti. La storia di Fable dà loro ragione, visto che parliamo di un titolo che ha nale suo primo capitolo la carica accattivante e indimenticabile dell'innovazione, nel secondo il perfezionamento dell'idea e la sua integrazione con tanti elementi di arricchimento e nel terzo, come accade in natura, chiude la saga dal punto di vista narrativo, spingendosi quasi al limite del tempo concesso ad un autore (l'era preindustriale) per continuare a definirsi fantasy e non sconfinare in altri generi. Lo abbiamo amato per molte delle sue scelte coraggiose e per quell'impostazione un po' naif di personaggi e mostri, che teneva a distanza i titoli più sanguigni e seriosi della concorrenza (a partire dalle "favole" di BioWare inzuppate d'eccessiva emoglobina) e ora assistiamo con un po' di tristezza ai segnali di declino che annunciano sempre, immancabilmente, la fine di un'epoca. La favola, credo, finisce qui (ed è meglio così). Non ci resta che attendere, fiduciosi, di sapere in quale nuova avventura il team di sviluppo della Lyonhead ci vorà coinvolgere in futuro.