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Recensione Birds of Steel

Mare azzurro, sabbia bianca, atolli incontaminati e... una tempesta di piombo rovente!

di Marco Modugno
"Affinché il nostro spirito combatta con il vostro" recitava la scritta sulle fasce di tela bianca, affidate dai meccanici della marina imepriale giapponese ai piloti degli aerei decollati verso Pearl Harbor. Nello spirito bipartisan inaugurato da Clint Eastwood con la sua memorabile dilogia cinematografica dedicata alla battaglia di Iwo Jima, il team nipponico Gaijin, sotto l'egida Konami, sforna un simulatore di volo che, ben ventitre anni dopo il memorabile Battlehawks 1942 della Moby Games, mette sullo stesso piano americani e giapponesi (anche i commenti dei filamti d'intermezzo sono pacati, obiettivi e mai di parte), impegnati nelle prime concitate fasi della guerra nel Pacifico che vanno, appunto, dal fatidico attacco a sopresa contro la flotta statunitense alle Hawaii alla battaglia di Guadalcanal.

Se del gioco di tanti anni fa non dimenticherò mai il tempo impiegato ad imparare a pilotare un aereo con il mouse, e il realismo della ricostruzione tecnica, che si spingeva a tenere conto della diversa quota d'attacco da adottare a seconda che si sganciasse un siluro da un aerosilurante Avenger americano o da un Kate giapponese (in quest'ultimo caso toccava sfiorare praticamente le onde con i flaps), devo ammettere di aver ricevuto da Birds of Steel un'impressione iniziale tutt'altro che felice. E questo nonostante la passione che ho da sempre per quel periodo bellico, fin da quando cioè, nel lontano 1976, a sette anni d'età, il mio papà mi svezzò cinematograficamente dai cartoni animati, portandomi al cinema a vedere il mitico "La battaglia di Midway" di Jack Smight, con l'avveniristico sonoro Sensurround (il brivido del decollo a tutto motore dei B-25 di Doolittle diretti a Tokyo nel prologo lo sento ancora nelle ossa, se ci ripenso...). Il problema è proprio questo, probabilmente. Cioè che sono prevenuto, essendo un mezzo "bullonaro" (definizione scherzosa affibbiata dai colleghi delle testate giornalistiche a larga tiratura a chi scrive sulle riviste militari specializzate in articoli più tecnici), e quindi certe castronerie, quando le ritrovo in un romanzo da venti euro, o in un gioco da cinquanta e passa, mi fanno rabbrividire.

Gli sviluppatori giapponesi scivolano ben tre volte nella prima mezz'ora, facendo dire al nostro gregario durante il training che stiamo rientrando sulla portaerei Enterprise (mentre ci prepariamo a mettere giù le ruote sul ponte della Lexington, come la scritta LEX sul ponte lascia ben capire, perfino a chi pensa che uno Zero sia solo un brutto voto a scuola). Se la grafica piange, il sonoro non ride visto che poco dopo un doppiatore italiano che scimmiotta il tono dei cinegiornali d'epoca, annuncia trionfante che i giapponesi distrussero sulla pista di Wake Island "gli aerei di dodici corpi marini" (e non "dodici aerei del Corpo dei Marines", come sarebbe stato corretto tradurre). Roba da fare invidia al mitico "la guerra dei quoti" di Guerre Stellari IV: Una nuova speranza! Passando alla grafica, scopriamo che il nostro aereo è trasparente al giallo dei cerchi che indicano le rotte di avvicinamento alle piste o ai ponti delle portaerei in atterraggio. Proprio come gli snowspeeder de L'Impero colpisce ancora, prima che fosse rimasterizzato! Infine, ecco un bel filmato di repertorio che parla della battaglia di Wake del 1941, dove i marines indossano l'elmetto M-1 semisferico con tanto di telino mimetico (invece di quello ascodella di tipo britannico in dotazione fino al 1942) e dove si vede chiaramente, ad un certo punto, un soldato tedesco di spalle che lancia una granata. Alla faccia della ricostruzione storica!

Solo ombre dunque? Da un incipit del genere sembrerebbe proprio che gli entusiasmi di alcuni autorevoli sisti stranieri nel recensire il gioco siano decisamente mal riposti. Invece non è così. Non del tutto almeno. Perché, proprio come puntualizzato nel commento qui accanto, BoS riesce, pur essendo ben lungi dalla perfezione, e non esente da difetti anche evidenti, a catturare velocemente l'attenzione del giocatore più o meno esperto, e a tenerlo aggrappato al controller quanto meno tutto il tempo necessario a concludere il training e le due campagne single player, peraltro non lunghissime. Partiamo proprio da queste ultime, allora, ambientate nel primo anno di guerra nel Pacifico sui due fronti opposti. Le battaglie ricostruite sono le stesse per tutti e due gli schieramenti. Vi toccherà quindi, di volta in volta, difendere Pearl Harbour oppure silurare e bombardare le navi americane alla fonda. Lo stesso dicasi per Wake, il Mar dei Coralli, Midway e la battaglia di Guadalcanal, dove impersonerete piloti alleati (caccia, bombardiere in picchiata o aerosilurante) o giapponesi.

La scelta dei primi anni di guerra appare motivata più da una necessità di equilibrio che dall'intento di regalarci a breve un seguito del gioco. A partire dal 1943, con l'introduzione di nuovi e più potenti modelli di aerei, il P-38 e poi i P-47 e P-51 per l'Aviazione dell'Esercito e gli F6F Hellcat e F4U Corsair per la Marina, gli americani, grazie anche all'azione dei bombardieri strategici sulle basi nemiche e più tardi addirittura sul territorio giapponese e al successo della campagna di sbarchi nelle isole, conquistarono sempre più il predominio aereo, trasformando gli scontri in veri e propri massacri (come il celeberrimo "tiro al piccione delle Marianne") nei quali il coraggio dei piloti nipponici nulla poteva contro la superiorità numerica e tecnologica statunitense. Le campagne, quindi, possono risultare un po' cortine, anche se uno si è preso la briga (perché no?) di allungare il brodo con il tutorial. Viene in aiuto, però, una nutrita scelta di missioni storiche stand alone, questa volta ambientate non solo sul Pacifico, ma anche in Europa, espandendo in questo modo il numero di aerei pilotabili. Ce n'è perfino qualcuno della Regia Aeronautica ed è stato bello, per una volta, mettersi ai comandi di un G-50 Freccia per andare a pestare i calli di qualche quadrimotore alleato o spedire una coppia di arroganti pilori di Hurricane a dondolare appesi ai loro paracadute. Completa l'offerta un utile editor di missioni e il comparto multiplayer che però, come spesso accade nei giochi di questo genere, rischia di essere sempre poco affollato. Anche perché il sistema di match-making non è che mi abbia fatto gridare al miracolo, a dire il vero.

Restando in tema di comparto tecnico, ammetto di aver sgranato gli occhi dalla meraviglia. Non a causa dello splendore grafico del titolo, però, gaicché la qualità è decisamente altalenante. Le riproduzioni degli aerei sono un po'troppo cartoonesche per convincere del tutto, tranne quando vanno in pezzi... Mentre le ambientazioni, superficie del mare ed eventi metereologici esclusi (quelli sono fatti molto bene), deludono per la scarsità di dettaglio. Le costruzioni a terra si somigliano un po' tutte e sembrano più simili al plastico improvvisato sul tavolo del salotto per una partita veloce a Warhammer 40K che scenari realistici. Hawx 2 e Ace Combat ci hanno viziato, è vero. Pretendere un po' di più, però, non credo sia un misfatto. Lo stupore viene allora leggendo commenti estasiati proprio sulla grafica, espressi da testate concorrenti anche autorevoli. Sarà, ragazzi. Io, alla prima occasione, approfitterei del mese della prevenzione per una visita oculistica gratuita...

Peggio ancora dicasi del sonoro. Se rumori ed esplosioni fanno il loro dovere, il vociare radio a spoposito in sottofondo (sentire voci di piloti che dicono tra loro, in inglese, assurdità totali mentre il cielo attorno a voi è vuoto e siete in volo d'addestramento solitario mette i brividi, come in un film di Shyamalan) e lo scarso spessore delle musiche ascoltate in game lascia delusi.

Eppure, lo avete letto nel commento e lo ribadisco ancora una volta, il gioco alla fine mi è piaciuto. L'atmosfera che si respira in volo, la varietà e la cura nel ricostruire le missioni salienti delle diverse battaglie (con lo svarione sempre in agguato, vedi gli aerosiluranti Avenger nel 1941, mentre all'epoca, purtroppo per i poveri piloti americani, era in linea il vetusto Devastator; l'Avenger, sul quale volò anche George Bush Senior, entrò in linea solo nel tardo 1942), l'impressione di realismo nel modello di volo, che distingue tra timone di direzione, flaps, alettoni e freni aerodinamici quasi (ho detto quasi!) come in un vero simulatore vecchia maniera, finiscono per affascinare sia il neofita che il veterano, spingendo a darci dentro, a continuare a battersi, a proseguire un amissione dopo l'altra, per vedere cosa viene dopo. Che gioco sarebbe uno che non permettesse al pilota virtuale che è in noi di strappare qualche sudata soddisfazione, mandando a picco una "flat top" avversaria, o decimando uno stormo di bombardieri prima che colpiscano la nostra flotta? In questo BoS riesce perfettamente, risultando alla fine divertente e riuscendo a farsi perdonare, proprio come una donna non tanto bella, ma simpatica e brillante, qualche difetto non proprio trascurabile. Tora! Tora! Tora!

7
L'amore è davvero cieco? Ossia, com'è che accade che a volte distogliamo l'attenzione da una donna perfetta, per dirottarlo inspiegabilmente su chi, pur con i suoi difetti, riesce a conquistarla? Può infine la stessa cosa capitare con un videogioco? La prima impressione che si riceve da Birds of Steel è simile proprio al fascino misterioso di una fanciulla tutt'altro che perfetta, e tuttavia accattivante. Nonostante la presenza di sviste talvolta marchiane, che potrebbero marchiare senza speranza il biglietto da visita di un gioco appena uscito, il titolo Konami riesce a dire la sua, regalando più d'un'emozione, a chi saprà perseverare. Resta quindi solo da chiedersi il perché il team di sviluppo non abbia voluto spendersi appena un po' di più, per quei piccoli interventi di "chirurgia estetica" che lo avrebbero reso un capolavoro.