Speciale Doppiaggio sì, doppiaggio no

Lupo ululà, castello ululì.
Francesca PerozzielloDi Francesca Perozziello (22 Novembre 2016)
Fra gli argomenti in grado di dividere a metà il pubblico cine-televisivo, la questione doppiaggio è sicuramente una delle più accese. Basta solo nominarlo ed ecco che gli spettatori si dividono in due fazioni ben precise, i pro e i contro. Ma è davvero possibile liquidare il tutto in un "io preferisco i film doppiati" o, al contrario, schierarsi con quelli che guardano solo prodotti in lingua originale?

Proviamo a capire da vicino la situazione italiana, anche perché il nostro Paese è un vero e proprio portabandiera di questa pratica artistica. Insieme a Francia, Germania, Spagna e a un pugno di altri stati, l'Italia si avvale da decenni del doppiaggio, fin dagli anni '30 del '900.
Dopo l'arrivo del sonoro al cinema (1927), i film esportati in Italia vengono sottoposti, per alcuni anni, ad una pratica introdotta dal regime fascista: i film sonori vengono resi muti e le scene sono inframmezzate da didascalie che dovrebbero spiegare la vicenda.
Come ben capite, una simile operazione risulta non solo noiosa, ma anche dannosa per il povero spettatore, costretto a concentrarsi sia sulle immagini (prive di voci) che sulle spiegazioni.
Nel 1932, le major hollywoodiane decidono che il mercato italiano è troppo ghiotto per essere trascurato: se il regime fascista non vuole che le lingue straniere arrivino in Italia, la soluzione sarà quella di parlare direttamente in italiano.
Doppiaggio sì, doppiaggio no - Immagine 1
Stanlio e Ollio inizialmente recitavano nelle diverse lingue dei paesi di destinazione: i loro primi doppiatori italiani imitarono il loro buffo accento.
I primi risultati, però, hanno un effetto più comico che utile. Sono gli stessi attori americani a registrare in presa diretta recitando in un italiano stentato, sicuramente poco naturale. Altre volte i film vengono doppiati, sempre dagli interpreti originali, prima di esportarli in Italia, ma i prodotti sono ancora poco convincenti. L'esempio più famoso di questi primi tentativi è quello di Stanlio e Ollio, che inizialmente recitavano nelle diverse lingue dei paesi di destinazione. Il loro accento era talmente buffo che i primi doppiatori italiani del duo comico, Carlo Cassola e Paolo Canali, decisero di imitarne la cadenza, creando quella celebre parlata entrata nell'uso comune.

Si arriva alla svolta quando sono gli attori di lingua italiana, interpreti di teatro o attori italiani residenti da tempo negli USA, a doppiare gli attori americani. Anno dopo anno, la pratica del doppiaggio viene apprezzata sempre più. Anche a causa dell'analfabetismo imperante in Italia, il doppiaggio ha trovato un terreno davvero fertile rispetto ad altre soluzioni, come quella della sottotitolazione, ancora oggi usata in altri stati.
Doppiaggio sì, doppiaggio no - Immagine 2
I dialoghi italiani di Roberto De Leonardis per Frankenstein Junior sono fra i migliori nella storia del doppiaggio italiano.
A farla da padrone sono da sempre gli studi di Roma, anche se dagli '80 in poi Milano ha guadagnato un notevole terreno, specialmente grazie all'arrivo dei cartoni animati giapponesi e di molte serie televisive.
Alcune voci, del presente e del passato, sono così familiari all'orecchio dello spettatore italiano da risultare inscindibili dal volto dell'attore o dell'attrice doppiati, vedi la storica voce di Oreste Lionello per Woody Allen, quella di Ferruccio Amendola per Robert De Niro e Dustin Hoffman o quella di Maria Pia Di Meo per Meryl Streep.

Da qualche anno a questa parte stiamo però assistendo a un cambiamento di rotta: molti spettatori preferiscono guardare i prodotti cine-televisivi in lingua originale, invece che doppiati. Colpa del doppiaggio in generale o piuttosto della fretta con cui diversi film e serie televisive vengono tradotti, adattati e portati in sala di doppiaggio?

Per prima cosa, spezziamo una lancia a favore dell'adattamento dei dialoghi in italiano. Se è vero che grazie a internet e al modo in cui è cambiato lo studio della lingua inglese, lo spettatore italiano può apprezzare maggiormente i prodotti in lingua originale, è anche vero che solo in pochi possono vantare una comprensione totale dei dialoghi in inglese. A meno che lo spettatore non sia madrelingua o bilingue, o comunque che abbia studiato in modo approfondito le lingue straniere, difficilmente riuscirà a cogliere ogni singola sfumatura, ogni gioco di parole contenuto nei dialoghi originali. Qualcosa andrà irrimediabilmente perso.
Doppiaggio sì, doppiaggio no - Immagine 3
La voce di Oreste Lionello è stata associata per anni a quella di Woody Allen, da lui doppiato.
Nessuno di noi, infatti, ha la pretesa di leggere romanzi russi o svedesi in lingua originale, a meno che non abbia una conoscenza davvero approfondita di queste lingue. Il doppiaggio, in questo senso, dovrebbe permettere di apprezzare l'opera tradotta come se fosse stata pensata e recitata nella nostra lingua, non in quella di partenza.

Il condizionale è d'obbligo, dato che non tutti gli adattamenti italiani, negli ultimi anni, rispondono al requisito di chiarezza e naturalezza che lo spettatore vorrebbe.
Il problema, forse, non è tanto tradurre o non tradurre, doppiare o non doppiare, quanto garantire allo spettatore un prodotto che non fraintenda o non impoverisca l'originale. Adattare i dialoghi non è una passeggiata, sia ben chiaro. Ma fra i film e le serie tv tradotte negli anni '80/'90 e quelle tradotte negli ultimi dieci anni possiamo notare un abisso a livello qualitativo. Non in tutti i casi, ovviamente, ma nella maggior parte di essi c'è una certa "fretta" nella produzione della versione italiana, a discapito della qualità del prodotto.

Pensiamo, ad esempio, alla genialità dei dialoghi di Roberto De Leonardis, conosciuto per aver adattato una gran quantità di pellicole Disney, nonché diversi film di Mel Brooks. Se Frankenstein Junior riesce ad essere un film così tanto amato, il merito è anche di De Leonardis, che con i suoi dialoghi italiani rese perfettamente non solo il senso letterale, ma anche la sfumatura comica delle battute dei personaggi. Il suo celebre "Lupo ululà, castello ululì" è fra gli adattamenti più riusciti nella storia del cinema, un vero e proprio esempio di perfezione per chi si appresta ad adattare in italiano i dialoghi di un film straniero.

Qualcuno propone di rimpiazzare il classico doppiaggio con i sottotitoli, un po' come accade per i festival di cinema e per altri Paesi. Certo, la visione del film in lingua originale è un ottimo metodo per familiarizzare con le lingue straniere, ma la lettura dei sottotitoli ha il duplice effetto di distrarre lo spettatore dalla visione delle immagini, perdendo anche in questo caso alcuni elementi.
Nessuno di noi ha la bacchetta magica o la soluzione perfetta per la questione "doppiaggio sì/doppiaggio no", ma una cosa è certa: investire nella qualità delle traduzioni e dei doppiaggi garantirà a un maggior numero di spettatori di poter apprezzare i prodotti nella propria lingua, senza avvertire la spiacevole sensazione che qualcosa sia andato perso o che la traduzione abbia frainteso completamente il senso originale della frase.

E voi, cosa ne pensate? Siamo curiosi di sapere le vostre opinioni sul doppiaggio!
Doppiaggio sì, doppiaggio no - Immagine 4
Pino Insegno, doppiatore fra i più versatili, ha doppiato un gran numero di film e cartoni animati.
Quella del doppiaggio è una delle questioni più spinose per gli amanti del cinema e delle serie tv. Alcuni spettatori preferiscono guardare i film in lingua originale, altri non potrebbero fare a meno del doppiaggio e altri ancora propongono un maggiore uso dei sottotitoli. La cosa non è affatto semplice, ma è chiaro che stiamo assistendo a un cambiamento epocale.

Doppiaggio sì, doppiaggio no

Doppiaggio sì, doppiaggio no Cover
  • Titolo Originale: Speciale dedicato al mondo del doppiaggio
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