Recensione Ico Collection

Tornano due capolavori dell'era PS2
Tommaso Alisonno Di Tommaso Alisonno
Da qualche anno a questa parte il video-gaming ha notoriamente volto lo sguardo al passato in maniera interessata: non si parla di semplice nostalgia, ma proprio di una ricerca delle radici del gaming, di quei concetti basilari e accattivanti che a loro tempo hanno fatto la fortuna di titoli che solo con fatica riescono ancora a riproporsi. Assistiamo così alla creazione di prodotti evidentemente ispirati al passato, oppure a reboot di serie che negli anni si sono talmente modificate da non rispecchiare più affatto gli standard originali - ormai arcaici per i gusti moderni.
Ma a volte tutti questi discorsi sono destinati a farsi da parte per lasciar spazio alla nostalgia vera e propria, soprattutto quando il prodotto di riferimento è stimato come un capolavoro d'arte videoludica: fra tutti i porting in alta definizione che stanno facendo la loro comparsa sul mercato, Ico & Shadow of the Colossus della collana HD Classics è forse quello che più di tutti può essere paragonato al restauro di un'opera le cui tinte si sono nel tempo un po' sbiadite ma che continua a incantare gli astanti.
Ico Collection - Immagine 1
Ico e Yorda, uniti per necessità, inseparabili per spirito
Ico Collection - Immagine 2
Wander, un eroe decisamente coraggioso e tenace
Ico Collection - Immagine 3
L'incontro: i poteri di Yorda permetteranno di aprire le porte sullo sfondo
Ico e SotC, dunque: due titoli che hanno in comune la creatività di Fumito Ueda, da esso dichiaratamente “riuniti” in un'unica ambientazione di cui è destinato a far parte anche l'attesissimo The Last Guardian. Il primo, la tenera storia del bambino cornuto che deve fuggire da un castello insieme alla diafana principessa Yorda, fece la sua comparsa nel 2002 quasi a proclamare che l'ancora imberbe PS2 era destinata a grandi cose, forse più grandi della prima PlayStation. Il secondo, l'audace impresa di Wander per riportare in vita la donna amata, giunto sugli schermi nel 2005 dimostrava che una ormai veterana PS2 era ancora in grado di stupire nonostante la PS3 fosse alle porte.

Cosa ha reso, e rende tuttora, questi due titoli degni di essere giocati? Ico, come accennato, fu per prima cosa uno sfoggio di potenza grafica, grazie alle sue immense ambientazioni e alle sue tinte che andavano dalle lucentezze delle mura del castello alle cupe oscurità delle grotte sottostanti, passando per le ombreggiate sale interne. Dal punto di vista del gameplay, il fatto di gestire un protagonista semi-immortale in un contesto di puzzle-platform in cui bisogna difendere fino alla fine una comprimaria indifesa non era esattamente una novità. L'atmosfera fiabesca, lo splendore delle ambientazioni, l'impronta artistica (e su questo punto ci dobbiamo sempre soffermare) dell'opera intera, però, hanno fatto si che i giocatori andassero oltre la “bellissima patina” esteriore e assorbissero in toto le emozioni offerte dal contesto.

Decisamente differente, come d'altronde la base di gameplay, SotC: un gioco costruito intorno allo scontro con 16 giganteschi Boss da affrontare non tanto (o meglio non solo) con destrezza e violenza, ma principalmente con l'intuito e l'ingegno, dato che i percorsi per arrampicarsi sui loro corpi titanici e raggiungere i punti deboli sono spesso astrusi. Ma SotC, realizzato tra l'altro con tecnologie più moderne, è anche un gioco di esplorazione e di viaggio, mettendo a disposizione del giocatore un mondo fiabesco composto da location curate e suggestive, nonché un fedele destriero per esplorarle in lungo e in largo.
Ico Collection - Immagine 4
Il primo Colosso può portare a qualche attimo di sconcerto
Ico Collection - Immagine 5
Da quelle pozze di oscurità emergeranno i demoni che cercheranno di rapire Yorda
Ico Collection - Immagine 6
Il mondo dei Colossi è qualcosa da esplorare con calma
 

Come si comportano questi capolavori del decennio scorso in un contesto più moderno? Il restyling grafico in HD e in 3D stereoscopico li avvicina agli standard moderni, ma naturalmente l'obbiettivo non era quello di paragonarvisi: così come nella pittura o nella scultura, anche l'arte videoludica ha innegabilmente i suoi periodi e, se le tinte delle vecchie opere sbiadiscono col tempo, un restauro può riportare alla luce i colori originali senza per questo doversi piegare alle mode e alle tendenze attuali. E se da un lato per apprezzare la grafica è necessario considerare questi presupposti, è pur vero che dall'altro non dobbiamo fare nessuno sforzo per ritrovare due colonne sonore e due comparti tecnici assolutamente ineccepibili oggi come allora. Dal silenzio delle grandi sale di Ico ai temi avventurosi e incalzanti di SotC, dalle voci in lingua incomprensibile di entrambi i lavori agli effetti ambientali e lo scricchiolare dei colossi, il sonoro è spettacolare.

Anche per quanto riguarda il gameplay è necessario immergersi nella filosofia dell'epoca, il ché ci aiuta a capire perché alcune soluzioni si siano tanto affermate negli ultimi anni. Prendiamo Ico, per esempio: nelle varie sezioni di platform capita sovente che la gestione delle telecamere non metta il personaggio in posizione ottimale per compiere i salti, e l'errore nell'esecuzione è fin troppo frequente. Certo è snervante quando il ragazzo precipita da una torre perché non è andato “dove avremmo voluto”, ma quando cosa è meglio l'alternativa sono i moderni salti pre-calcolati?
Per non parlare degli scontri Boss di SotC, praticamente il fulcro dell'esperienza di gioco: al giorno d'oggi sarebbero certamente meno estenuanti - rimanere appesi per la pelliccia di un bestione che si dimena mentre l'indicatore della fatica si svuota, o peggio ancora cadere e dover ripetere la scalata da capo è snervante quanto è più che sbagliare un salto - ma probabilmente sarebbero per buona parte sostituiti da QTE.

Ancora una volta questione di filosofie e mode, ma è innegabilmente interessante “sbattere la testa” contro le difficoltà intrinseche di un gameplay del tempo che fu, prototipo dei tempi moderni, forse improponibile ai giorni nostri, ma non per questo meno godibile.
Per completare l'avventura di Ico e Yorda saranno necessarie circa 5-7 ore la prima volta, la metà o anche meno facendo tutto di corsa e senza “perdere tempo” salvando spesso, ovviamente a patto di sapere esattamente cosa fare. La natura stessa del gioco prevede che lo si possa rigiocare almeno una seconda volta, anche solo per sbloccare il finale alternativo, o comunque ottenere volta per volta i “vocaboli” necessari a capire l'idioma usato da Yorda. Per aiutare Wander a sconfiggere i 16 Colossi sarà invece necessario circa il doppio del tempo, molto di più se vi perderete tra le lande misteriose in cerca di segreti o semplicemente affascinati dall'ambientazione.

In conclusione, questa riedizione dei due capolavori PS2 di Fumito Ueda riesce a riportare sui moderni schermi in HD e in 3D il fascino artistico dei lavori originali, offrendo una sfida alternativa al panorama moderno e regalando un buon numero di ore di fiaba e di sogno, prima ancora che di divertimento, ai giocatori di ieri, di oggi e probabilmente di domani. A meno che non possediate già entrambi i titoli su PS2, potete considerarlo un lavoro assolutamente immancabile nella ludoteca di estimatori, collezionisti e Giocatori con la G maiuscola - ed anche se li possedete, potreste comunque farci un pensierino...
Ico Collection - Immagine 7
Di corsa verso la torre Est: le ambientazioni sono sempre suggestive
Ico Collection - Immagine 8
Occhio a non cadere!
Ico Collection - Immagine 9
Yorda prigioniera nel suo stesso castello
 

9
Può un gioco che ha ormai nove anni sul groppone continuare a trasmettere emozioni e sentimenti semplicemente attraversando le sue ambientazioni ripulite e restaurate? E può un altro gioco, costruito in parte su enormi boss da sconfiggere in altra parte da un vasto mondo in cui perdersi, costituire ancora una sfida interessante per un mondo in cui i concetti del gaming si sono evoluti? La risposta, secondo noi, è certamente “Si”, a entrambe le domande. Il restauro in HD trasporta l'arte nei tempi moderni, permettendoci di assaporarla nonostante il contesto sia cambiato, ed anche se il gameplay presenta schemi al giorno d'oggi improponibili, nessuno deve storcere il naso: ciò che è veramente bello non invecchia mai. Ico e Shadow of the Colossus non dovrebbero mancare in nessuna ludoteca che si rispetti: è questa l'unica verità.
voto grafica9
voto sonoro9
voto gameplay8,5
voto durata7,5

Ico Collection

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